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Primavera di Doha

Qatar alla conquista della finanza egiziana

21 Ott 2012 - Luca Gambardella - Luca Gambardella

La Qatar national bank (Qnb) ha avviato le trattative per acquisire il 77% della sussidiaria egiziana di Société Générale, la Nsgb, ovvero il secondo gruppo bancario privato egiziano. La penetrazione strategica dell’emirato del Golfo prosegue nei paesi interessati dalla Primavera araba. Lo fa a 360 gradi volgendo lo sguardo anche ai mercati finanziari del Nord Africa scalzando gli istituti europei in affanno. E anche la competizione lanciata all’Europa nel settore della ricostruzione e delle infrastrutture si preannuncia serrata. Ecco come il Qatar trae vantaggio dalla crisi delle banche europee.

Offensiva
Quando alla fine dell’estate scorso la Qnb ha sottoposto all’Egyptian Financial Supervisory Authority (Efsa) un’Espressione di interesse per acquistare il 77,17% della Nsgb, il titolo della succursale egiziana di Société Générale ha registrato un’impennata dei titoli azionari senza precedenti dall’inizio della rivolta. La Qnb non è un istituto bancario qualsiasi. Il governo qatariota ne detiene una compartecipazione pari al 50% e i vertici del colosso creditizio, tra i più grandi della regione mediorientale, entrano ed escono dal palazzo dell’Emiro di Doha.

Il “piccolo” Qatar continua dunque a mostrare i muscoli nel teatro della Primavera araba, raccogliendo e mettendo insieme i resti dei Paesi martoriati dalle rivolte. Ora i tempi sembrano maturi per puntare al settore bancario. D’altra parte, in due mesi il presidente egiziano Morsi ha viaggiato in lungo e in largo per il mondo per testimoniare che investire ora in Egitto è un affare, soprattutto nel lungo periodo.

Ma non vale lo stesso per tutti. In Europa la crisi economica si è fatta sentire molto più che a Pechino. Le nuove disposizioni stabilite dal “Comitato di Basilea per la vigilanza bancaria” nel 2010 avevano posto dei limiti inderogabili cui le banche dei principali paesi europei dovevano conformarsi per preservare il patrimonio e scongiurare ulteriori ricadute finanziarie. In pratica, il cosiddetto “Basilea III” ha portato i maggiori istituti di credito europei a sbarazzarsi delle attività ad alta intensità di capitale. I mercati emergenti, quali ad esempio quello egiziano, prevedono rischi potenziali maggiori per il capitale e pertanto gli europei accettano di buon grado le offerte provenienti dal Golfo Persico e non solo. Recentemente, anche Bnp Paribas ha messo in vendita il proprio comparto di retail banking e i tra i probabili acquirenti ci sarebbe Credite Agricole Egypt.

Con tali presupposti i ricchi emirati del Golfo restano in prima fila nella corsa alla ricostruzione della sponda meridionale del Mediterraneo. Oltre al settore finanziario, quelli delle infrastrutture e delle nuove tecnologie stanno diventando terreno fertile su cui investire.

Gas, petrolio, energie rinnovabili sono già tra i “nuovi orizzonti” di Qatar, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Il Qatar in particolare, per bocca del primo ministro al-Thani, ha annunciato a inizio settembre investimenti per circa 18 miliardi di dollari in Egitto. Un flusso di denaro di enorme impatto che punterà al settore energetico, siderurgico e turistico.

Affidabilità
E gli altri? In un paese in cui il deficit è pari all’8,6% e dove il piano di privatizzazione e apertura al capitale privato estero annunciato da Morsi è temperato dall’irriducibile nazionalismo dei militari, le condizioni imposte da Unione europea e Stati Uniti per garantire gli aiuti economici sono estremamente più rigide.

La corsa all’Egitto è già in salita per l’amministrazione Obama. Gli Usa, seppur forti della storica unità di intenti con il Cairo, si sono fermati ad un aiuto di 1,5 miliardi di dollari a beneficio della Banca centrale egiziana. Mentre l’Unione europea ha versato nelle casse egiziane un prestito di 500 milioni di euro. Spiccioli, se si pensa che negli ultimi mesi l’Egitto ha ricevuto da Qatar e Arabia Saudita prestiti pari a 5 miliardi di dollari. Intanto Morsi sta cercando di far capire alla comunità internazionale perché l’intesa tra Fratelli musulmani e militari è affidabile e duratura, al fine di ottenere un maggiore impegno da parte del Fondo monetario internazionale per colmare il deficit egiziano.

Intanto Doha ha doppiato tutti e dal sostegno logistico e politico alle rivolte è passata ad una nuova fase, già ampiamente pronosticata sin dall’inizio delle manifestazioni. In realtà la strategia di penetrazione finanziaria del Qatar era già iniziata ad aprile di quest’anno, quando la Qnb ha acquisito il 49% della Banca libica del Commercio e dello Sviluppo basata a Bengasi. Non solo, ma ha anche avanzato un’offerta di 250 milioni di dollari per rilevare il 60% della EFG-Hermes uno dei principali istituti finanziari della regione. Sebbene la trattativa sia ancora in corso di definizione, l’enorme disponibilità di capitale dell’emirato del Golfo si sta ormai riversando nell’intera regione, dalla Tunisia all’Iraq.

La buona notizia, quindi, è che se i grandi istituti di credito mediorientali stanno tornando a guardare all’Egitto vuol dire che nel Golfo serpeggia un certo ottimismo sulla stabilizzazione politica del paese. I dubbi tuttavia restano. L’attuale dibattito economico al Cairo è incentrato sulle prospettive di un’eventuale svalutazione della sterlina egiziana: se da un lato incoraggerebbe le esportazioni, dall’altro farebbe perdere la fiducia degli investitoti esteri generando inflazione. Morsi ha recentemente smentito qualsiasi intervento svalutativo ma la cautela è d’obbligo vista la drastica riduzione del credito dall’inizio della rivoluzione.

In Qatar invece, secondo Standard &Poor’s, l’elevato prezzo del petrolio e la graduale diversificazione economica assicureranno con ogni probabilità bassi rischi per il capitale dell’emirato. Ma il sostegno del Golfo potrebbe non essere sufficiente a dimostrare anche agli altri paesi arabi che la strada delle riforme democratiche sia la più vantaggiosa. Se da una parte la strategia di espansione del Qatar nelle piazze infuocate dalla Primavera araba sta portando i frutti sperati, l’Egitto è cosciente che l’aiuto occidentale è imprescindibile.

La tanto temuta deriva islamista è stata più volte ridimensionata da Morsi durante il suo recente viaggio in Cina, ribadendo allo stesso tempo l’intoccabilità degli accordi di pace con Israele. Ad oggi, la linea di Morsi e l’apertura agli investimenti privati esteri sembrano prevalere. Ma saranno le riforme strutturali annunciate dal presidente neo-eletto, a dimostrare se la Fratellanza e i militari riusciranno a trovare una reale intesa.

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