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Presidenziali Usa

Passata la tempesta, il voto resta

31 Ott 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Per 48 ore, è stato Sandy, e non Mitt, l’uragano che Barack Obama ha dovuto fronteggiare, giusto ad una settimana esatta dall’Election Day, martedì 6 novembre. La perturbazione che s’è abbattuta sulla Costa Est degli Stati Uniti è diventata un test della capacità del presidente di fronteggiare un’emergenza.

Alla fine, il bilancio è pesante, ma quasi inevitabile: una ventina di vittime, milioni d’americani senza luce; centinaia di migliaia evacuati solo a New York; migliaia di voli cancellati; Wall Street chiusa per la prima volta dagli attacchi terroristici dell’11 Settembre 2001; Washington e Manhattan paralizzate per prudenza, con scuole, parchi, chiese, porti fermi, e persino la Statua della Libertà, che domenica 28 aveva compiuto 126 anni, isolata per due giorni. E a tutti un invito, rispettato: “State a casa”.

Testa a testa
Sandy poteva essere la ‘sorpresa d’ottobre’ della campagna 2012, il fattore imprevisto e improvviso che scompagina rapporti di forza e previsioni La tempesta ha certamente turbato l’ultima settimana della campagna elettorale, ha rallentato i ritmi dei comizi, ha sospeso le operazioni di voto là dove sono già in corso sulla Costa Est. È presto per dire se l’uragano, alla fine, avrà giocato pro o contro il presidente, che, assumendo il ruolo del comandante in capo, s’è acquartierato nello Studio Ovale, o del rivale repubblicano Mitt Romney, che ha cancellato anch’egli discorsi e meeting.

Dopo Katrina, nessuna amministrazione statunitense prenderà più sotto gamba un allarme uragano: nell’agosto 2005, Katrina, forza 5, sommerse sotto la sua furia mezza New Orleans, fece centinaia di vittime dalla Louisiana alla Florida e spazzò via la residua credibilità di George W Bush, da poco rieletto presidente, ma già sfiduciato dall’America per le bugie ormai smascherate sulla minaccia delle armi di distruzione di massa irachene (che non c’erano).

Non c’è da stupirsi, quindi, dell’allarme per l’arrivo di Sandy, solo forza 1, ma che colpiva aree di solito troppo a nord perché gli uragani ci arrivino: di solito, le perturbazioni, quando salgono lassù, sono tempeste tropicali e nulla più.

Passata Sandy, i due contendenti tornano a fare campagna in un fazzoletto: solo negli Stati in bilico decisivi, soprattutto tra Ohio e Florida. I sondaggi indicano equilibrio e incertezza: Obama, che pare avere arrestato l’emorragia di consensi seguita al primo dibattito in diretta tv, è avanti in alcuni rilevamenti, Romney è avanti in altri; ma i divari sono sempre inferiori ai margini d’errore dei test.

Stati in bilico
Il numero degli Stati incerti oscilla: per alcuni sono 11, per altri 9, per quelli più sicuri di sé, o che amano prendere dei rischi, solo 7. Dopo il terzo e ultimo duello, lunedì 22 a Boca Raton in Florida, i due contendenti hanno avuto un’attività frenetica: comizi; e soprattutto spot, quanti più le casse delle campagne consentono di sfornarne.

Sono in campo i candidati presidenti con le famiglie e i loro vice, anche se Romney sembra avere messo un po’ in naftalina il suo ‘numero due’ Paul Ryan, adesso che non ha più bisogno di sollecitare l’elettorato conservatore e religioso, ma deve piuttosto esercitare un richiamo sugli indecisi di centro e, quindi, sui moderati. Evitando, nel contempo, un rischio per lui letale: demotivare l’ala destra del partito repubblicano, che potrebbe decidere di non andare a votare per quel mormone che copia il presidente nero in politica estera.

Così come Obama deve evitare che i delusi del suo primo mandato testimonino la loro insoddisfazione con l’astensione.

Il calcolo di base dei Grandi Elettori resta quello del sito 270towin.com, che ne assegna 201 sicuri a Obama e 191 sicuri a Romney: il collegio ne conta 538, ne servono 270 per vincere. Gli altri 146 sono quelli di New Hampshire (4) e Pennsylvania (20) nel New England; Virginia (13), North Carolina (15) e Florida (29) nel Sud; Michigan (16), Wisconsin (10), Ohio (18) e Iowa (6) nei Grandi Laghi e nel Mid-West; Nevada (6) e Colorado (9) lungo le Montagne Rocciose. RealClearPolitics.com considera la Pennsylvania e il Michigan già scontati per Obama. Politico.com assegna pure la North Carolina a Romney e il Nevada a Obama.

Se prendiamo per buoni i conteggi di politico.com, abbiamo Obama a 243 e Romney a 206. Nei sette Stati che restano, Romney è in vantaggio in Florida e nel New Hampshire, mentre Obama è avanti nel Wisconsin e nello Iowa. Ohio, Virginia e Colorado sono davvero ‘too close to call’, troppo serrati per essere assegnati, anche solo orientativamente.

A Obama, fare man bassa nei Grandi Laghi e nel MidWest basterebbe per restare alla Casa Bianca. Di qui, una conferma della legge non scritta, ma ineluttabile, per i candidati repubblicani: se vogliono diventare presidenti, devono vincere l’Ohio; e Romney deve riuscire in un colpo doppio, a vincere l’Ohio e pure la Florida, l’altro Stato determinante di Usa 2012. Sarà lì che la partita si giocherà con maggiore intensità.

L’anatra zoppa e lo spettro della quinta volta
Quale che sia l’esito della corsa presidenziale, pare quasi scontato che il prossimo presidente sarà un’ ‘anatra zoppa’, cioè non avrà dalla sua tutto il Congresso: la Camera, infatti, dovrebbe restare repubblicana; e il Senato dovrebbe restare democratico. Nell’Election Day, gli americani non eleggono solo il presidente, ma rinnovano tutta la Camera e un terzo del Senato, designano decine di governatori, votano una miriade di assemblee statali e locali e si pronunciano su decine di referendum statali e locali.

Quello tra Obama è Romney è un voto così serrato che può davvero succedere di tutto: quello che s’è già visto, e che cioè un candidato perda le elezioni, ma vada ugualmente alla Casa Bianca, perché ha la maggioranza dei Grandi Elettori, che è quello che conta; e pure quello che non s’è mai visto, e che cioè i due rivali si dividano a metà il collegio dei 568 Grandi Elettori, 269 voti a testa.

La complessità del sistema e l’andamento dei sondaggi, con Romney avanti a livello nazionale, ma Obama avanti negli Stati incerti, autorizza le previsioni più paradossali, senza che il meccanismo venga, però, messo in discussione: le iniziative per cambiarlo hanno sempre avuto scarso seguito.

L’ipotesi che ‘vince chi perde’ non è peregrina. È già accaduto quattro volte (1824, 1876, 1888 e 2000) e, quindi, può accadere una quinta. Agli albori dell’Unione, molti furono i casi singolari, prima che l’elezione venisse codificata così com’è ora. Ma il 2000 è storia recente: Al Gore ebbe mezzo milione di voti popolari in più a livello nazionale, ma 257 suffragi contestati in più in Florida bastarono a consegnare quello Stato e la Casa Bianca a Bush jr.

Trionfo della tv sui social media
Memorie d’un passato che, all’alba del 7 novembre, potrebbero tornare d’attualità. Come l’ottobre di Usa 2012 ha segnato il ritorno della televisione, che pareva ormai superata. Per nove mesi, è stata una campagna di comizi con strette di mano, cene per raccogliere fondi e tweet per creare consenso: i cantori dei social media, come avevano già fatto nel 2004 e nel 2008, avevano decretato il trionfo della comunicazione politica di nuovo conio e il tramonto dell’influenza dei media tradizionali, sia la stampa scritta con i suoi ‘endorsements’ che la radio e la tv.

Poi, a ottobre, sono arrivati a raffica i dibattiti televisivi: cioè, i duelli fra i candidati in diretta, tre fra gli aspiranti presidenti, uno fra i loro vice. Ormai un rito, dal 1960, quando proprio la televisione decise, per la prima volta, una corsa presidenziale negli Stati Uniti, quella fra John F. Kennedy e Richard Nixon. E la tv ha spazzato via, o almeno ha fortemente ridimensionato, i social media.

Così, a Romney è bastato vincere a sorpresa il primo dibattito per rimettersi in corsa e cancellare, o almeno attenuare, gaffes ed errori del suo settembre orribile. E l’elezione, che pareva decisa e persino noiosa, s’è improvvisamente rivelata incerta e persino elettrizzante. Obama s’è aggiudicato i due duelli successivi, ma senza mai mandare il rivale al tappeto.

Se il sorpasso in politica dei social media sulla tv è rinviato, magari al 2016, quello dello sfidante sul presidente uscente è ora affidato agli elettori: poco più di cento milioni di americani, la metà circa degli aventi diritto, decideranno pensando soprattutto all’economia e molti andando alle urne con la nostalgia dell’Obama candidato messianico 2008 e oggi candidato incanutito, dopo essere stato un presidente in grigio.

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