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Islam politico

Offensiva salafita in Tunisia

17 Ott 2012 - Matteo Baragli - Matteo Baragli

All’indomani dell’assalto alle ambasciate americane ad opera di estremisti salafiti, nello scorso settembre, sui siti internet di molti giornali sono apparsi commenti pesanti. “Barbari”, “medioevo”, “sono tutti fanatici”, “non esiste un Islam moderato”. L’incomprensione genera incomprensione. Per questo è importante conoscere più approfonditamente, e riflettere.

I fatti sono noti. La pubblicazione di un film americano di infima qualità su Maometto, e le vignette di un settimanale satirico francese hanno suscitato un vasto moto di indignazione in tutto il mondo musulmano. Sono state assaltate sedi diplomatiche americane e francesi in quasi tutte le capitali arabe, causando a Tunisi ben quattro vittime.

Antiamericanismo
Benché le violenze fossero opera di pochi, la riprovazione per il video contro Maometto è apparsa assolutamente condivisa, anche da coloro che non approvavano gli assalti alle ambasciate. Sincero, nelle vie di Tunisi, era piuttosto lo stupore per come l’Occidente non capisca le ragioni di tale sdegno.

Le proteste contro le ambasciate statunitensi rivelano poi il permanere di un diffuso sentimento anti-americano. Non solo fra i religiosi, ma tra la cittadinanza diffusa e molti insospettabili esponenti della borghesia francofona di Tunisi accade frequentemente di udire frasi violentemente anti-americane. Chiunque conosca le società musulmane ha imparato a non stupirsi di questo livore, le cui ragioni storiche trascendono senz’altro la penosa vicenda del film su Maometto.

A seguito delle pressioni americane, il governo tunisino, guidato dal partito islamico moderato En-Nahda (in arabo “la Rinascita”), ha emesso mandati di arresto nei confronti dei più violenti sceicchi salafiti. Ma a Tunisi, nella moschea di Al-Fath, l’imam Abou Iyadh è riuscito a fuggire, travestito da donna, proprio sotto il naso della polizia giunta ad arrestarlo. Nuove accuse, da parte dei partiti laici di sinistra del Front Populaire, si sono quindi riversate sul governo di En-Nahda.

Rinascita
En-Nahda è, sostanzialmente, un partito confessionale e di esuli. I suoi leader, da Rashid Gannushi a Ali Laarayedh, hanno conosciuto carceri, torture ed esilio sotto il regime laico ma dittatoriale di Ben Ali. L’Islam e il Corano, negli anni della clandestinità, sono divenuti per En-Nahda fonte di “rinascita”, morale prima ancora che politica, da contrapporre all’affarismo corrotto e filo-occidentale del passato regime.

All’indomani della rivoluzione del 14 gennaio 2011 (la “primavera” di Tunisi è stata precocissima, dicono i tunisini con giusto orgoglio!) En-Nahda ha sfruttato l’organizzazione offertale dal tessuto religioso. Grazie alla libertà di stampa e di parola ha così vinto largamente le elezioni democratiche dell’ottobre 2011.

Della stessa libertà si sono tuttavia giovati anche altri movimenti religiosi più radicali, genericamente definiti “salafiti”. Il salafismo, è opportuno ricordarlo, costituisce una corrente minoritaria dell’islamismo. I più rilevanti movimenti dell’Islam politico – il Nahda tunisino, l’Hamas palestinese, i Fratelli Musulmani d’Egitto – mirano anzi a distinguersene politicamente in modo sempre più deciso.

Governo al bivio
Il salafismo – che in origine resta un movimento di riforma religiosa non necessariamente violento – non è inevitabilmente sinonimo di terrorismo o di quaedismo, come molti in Occidente credono o vorrebbero far credere. Oggi i salafiti intendono piuttosto utilizzare gli strumenti della nuova democrazia (libertà di parola, di propaganda, di riunione, al Cairo perfino di rappresentanza parlamentare) per instaurare un sistema politico teocratico antitetico a quello democratico-islamico, che i Fratelli Musulmani egiziani ed il Nahda tunisino vorrebbero – pur fra mille contraddizioni – promuovere e difendere.

Inizialmente cauto, talvolta ambiguo nel condannarne la violenza, finora En-Nahda non ha saputo (o voluto, dicono le opposizioni) contrastare efficacemente i movimenti salafiti. Solo all’indomani dell’attacco all’ambasciata Usa il leader di En-Nahda, Rashid Gannushi, ha definito l’esistenza dei salafiti un “pericolo” per la democrazia tunisina. Ed il premier Jebali – uomo moderato e colto – ha dato séguito alle parole, ordinando arresti contro i leader islamici radicali.

A meno di un anno dal suo insediamento, il primo governo islamico-democratico tunisino si trova oggi ad un bivio. Non v’è quotidiano tunisino che in questi giorni non ne critichi l’operato. La disoccupazione è in crescita, il turismo occidentale stenta a ripartire, la svalutazione del dinaro (-5% dal 2011) non riesce a frenare gli effetti della crisi europea sulle esportazioni delle manifatture. Il 27 settembre il quotidiano “La Presse” ha rilanciato l’allarme dell’agenzia di rating Standard&Poor’s su un “rischio assai elevato” di un crack del debole sistema creditizio tunisino.

Islam e democrazia
Ancor più acceso, nell’opinione pubblica tunisina, è il dibattito sulla capacità di En-Nahda di conciliare Islam e democrazia. En-Nahda in più occasioni si è dimostrato restio a prendere risolutamente le distanze dagli estremisti islamici, condividendone in origine non certo i metodi, ma piuttosto l’ispirazione religiosa. Lo stesso En-Nahda aveva proposto una bozza di costituzione, poi ritirata, che definiva i diritti delle donne “complementari” e non “uguali” a quelli degli uomini, sollevando proteste e manifestazioni di piazza dei partiti laici e delle associazioni femminili. La Tunisia del resto, sotto Ben Ali, godeva di una legislazione assai avanzata in fatto di diritti civili: divorzio, divieto della poligamia, uguaglianza uomo-donna, divieto del velo nella pubblica amministrazione, istruzione laica e gratuita.

En-Nahda, criticato sulla stampa liberale di lingua francese, risulta ancora forte nelle campagne, dove le moschee – è un dato che nel paesaggio colpisce anche visivamente – appaiono nella miseria generale gli unici edifici ben curati e restaurati, centri aggregatori della vita sociale e politica delle provincie.

Una cosa è Tunisi, dunque, e un’altra la Tunisia. E composito è anche il partito di governo, ormai vero e proprio “partito di massa”, da molti paragonato alla Democrazia Cristiana italiana della ricostruzione post-fascista. Non privo di alcuni meriti – una coerente opzione democratica, una politica estera equilibrata che pur riavvicinandosi a Turchia e Egitto intende mantenere solidi rapporti con Usa e Europa – En-Nahda esibisce nei suoi leader un volto moderato, rassicurante per gli “amici” americani e la colta e laica élite borghese della capitale.

In periferia invece esso alimenta una corruzione dilagante; mostra, nelle campagne, un volto più conservatore, confessionale e tradizionalista. Forse l’inasprirsi dell’opposizione salafita nei confronti di En-Nahda potrà finalmente aiutare i suoi dirigenti a risolvere le contraddizioni che ancora lo caratterizzano.

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