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Presidenziali Usa

L’ultima spiaggia di Mitt Romney

2 Ott 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Cinque settimane all’Election Day, il 6 novembre; quattro dibattiti televisivi, il primo mercoledì 3 ottobre; tre incognite – l’economia, l’Europa e la ‘sorpresa d’ottobre’; due candidati, Barack Obama e Mitt Romney; e un favorito, il presidente uscente.

La mappa di 270towin, il sito che tiene costantemente aggiornata la conta dei Grandi Elettori, ne dà a Obama 237 sicuri – gliene mancano 33 per essere certo della conferma -, contro i 191 di Romney, fermo al palo dalle conventions. A settembre, gli Stati in bilico sono scesi da 11 a 9: New Hampshire nel New England; Virginia, North Carolina e Florida nel Sud; Ohio, Iowa e Wisconsin tra MidWest e Grandi Laghi; Nevada e Colorado lungo le Montagne Rocciose; mentre Pennsylvania e Michigan sono ormai democratici.

Il presidente è avanti nei sondaggi su scala nazionale e pure negli Stati in bilico chiave, come Ohio (18 Grandi Elettori) e Florida (29): vincere lì, gli basterebbe per garantirsi il successo finale – in realtà, gli bastano la Florida e il piccolo New Hampshire, 4. I sondaggi più affidabili danno a Obama un vantaggio tra i 5 e i 7 punti su scala nazionale, abbondantemente superiore al margine d’errore; un giudizio che la Fox condivide, nonostante l’emittente ‘all news’ del Gruppo Murdoch strizzi l’occhio allo sfidante. Però, i due candidati sarebbero più vicini, testa a testa, sulle ricette per rilanciare l’economia e creare posti di lavoro, che saranno il piatto forte del loro primo dibattito televisivo, all’Università di Denver nel Colorado.

Prima di andare in ritiro proprio in vista del dibattito – ore di studio dei dossier e delle risposte migliori e pure della posa da tenere davanti alle telecamere e dei gesti da fare – Obama e Romney si sono incrociati nel fine settimana facendo campagna in due degli Stati più controversi, l’Ohio e la Virginia, mentre rilevamenti locali danno Obama in vantaggio nettamente nel New Hampshire e pure davanti, ma solo di un’incollatura, in North Carolina e in Nevada, dove un successo repubblicano sarebbe più normale.

Passo del gambero
Così, il duello di Denver è già divenuta l’ ‘ultima spiaggia’ del miliardario mormone, che, tra gaffes e dichiarazioni dei redditi non propriamente esemplari, ha avuto proprio un brutto settembre. Si calcola che almeno 60 milioni di telespettatori – un pubblico da ‘Super Bowl’, la finale del campionato di football Usa – seguiranno il duello di 90’ in prima serata, moderato da Jim Lehrer della Pbs, il servizio pubblico televisivo.

A Romney, il pareggio non basta: il candidato repubblicano deve andare all’attacco, segnare e stare attento a non beccare reti in contropiede, né farsi autogol, come gli accade abbastanza spesso. Chris Christie, governatore del New Jersey, repubblicano rampante – segnatevi il suo nome, sull’agenda 2016 – assicura che “da giovedì mattina tutto lo scenario della campagna elettorale sarà diverso”. Ma le frasi di Christie sembrano più un atto di fede dovuto che il frutto maturo di una convinzione profonda. Anche perché Obama, se non sarà troppo frenato, come alla convention, ha una capacità dialettica superiore al rivale.

Romney, a settembre, non ha neppure goduto dell’ ‘effetto Ryan’: la scelta come vice di Paul Ryan, deputato del Wisconsin, doveva galvanizzare l’ala più conservatrice dell’elettorato potenzialmente repubblicano; e, forse, così è stato. Ma l’aggressività ‘ultra-reaganiana’ del giovane economista, 42 anni, non ha certo facilitato la ‘conquista del centro’ da parte del ticket repubblicano, spaventando, anzi, moltissimi moderati. Tant’è vero che, dopo la convention di Tampa a fine agosto, sul vice è di colpo calata la sordina. Una netta maggioranza di probabili elettori, poi, ritiene che Joe Biden, il vice di Obama, 69 anni, sia più qualificato di Ryan per assumere la presidenza, in caso di decesso o impossibilità del ‘titolare’.

Certo, le tre incognite hanno il loro peso, sull’Election Day, e possono ancora modificare i rapporti di forza tra i candidati. Settimana dopo settimana, l’andamento dell’economia e dell’occupazione viene controllato, perché segnali di peggioramento della congiuntura potrebbero compromettere la candidatura Obama e rilanciare quella Romney.

E se poi l’Eurozona cincischiasse ancora a tirarsi fuori dalla crisi e, anzi, ritornasse alle fibrillazioni pre-estive, dopo un mese di settembre calmo e positivo, la propaganda repubblicana avrebbe buon gioco a descrivere il presidente democratico come colui che porta l’America “sulla strada dell’Europa”, come ha già detto Romney, adesso che gli ultimi dati di crescita del Pil americano somigliano più a quelli europei che a quelli cinesi.

Quanto alla sorpresa d’ottobre, è un classico di tutte le campagne presidenziali statunitensi: l’asso nella manica del candidato in difficoltà per rovesciare le sorti della contesa. Solo che, spesso, chi dice di averlo bara, perché poche volte c’è stata davvero – ma nel 2008 ci fu: lo scoppio della crisi finanziaria, che seppellì le speranze già fievoli di John McCain.

Fattore internazionale
Una sorpresa sarebbe l’emergere di un fattore internazionale, in una campagna finora dominata quasi esclusivamente dall’economia. La scorsa settimana, in coincidenza con l’apertura dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite, s’è visto qualche duello sul Medio Oriente tra Obama e Romney, più filo-israeliano e più cauto sul dialogo in Medio Oriente. Ma l’eco degli scambi di battute sulla volontà di pace dei palestinesi e i presunti programmi nucleari militari iraniani s’è rapidamente attutito, perché Obama e Romney hanno entrambi scelto il ritiro pre-dibattito.

Che, poi, in realtà, quello che accade di qui al 6 novembre potrebbe pure risultare irrilevante, con o senza la sorpresa d’ottobre. Perché, dal 6 settembre, e in circa la metà degli Stati, le urne sono già aperte: si può votare per posta o in seggi speciali, messi a disposizione di chi non può lasciare il lavoro il giorno fatidico o sarà altrove; e per posta possono pure votare gli americani all’estero – una ‘constituency’ particolarmente numerosa sono i militari – le cui schede saranno poi aperte e scrutinate dopo la chiusura dei seggi.

L’ ‘Early Voting’ interessò, nel 2008, circa il 30% dei votanti e potrebbe, quest’anno, coinvolgere un terzo dei votanti, toccare il 35%. Nello Stato forse più combattuto di questa campagna, l’Ohio, i repubblicani cercano, con manovre ostruzionistiche, di limitarne l’impatto, perché sono soprattutto i giovani e gli anziani ad approfittare delle opportunità di votare in anticipo: elettorati statisticamente acquisiti in maggioranza alla causa democratica e al presidente Obama.

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