IAI
Disimpegno graduale

L’Italia nel paradosso delle forze afghane

11 Ott 2012 - Marco Innocenti Degli - Marco Innocenti Degli

In occasione dell’audizione davanti alle commissioni Difesa di Camera e Senato dell’11 ottobre, il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha confermato il progressivo disimpegno dei militari italiani dal teatro afghano nell’arco dei prossimi due anni. Il contingente stanziato subirà una riduzione sempre più accentuata, in linea con il piano Nato che prevede il ritiro della missione internazionale Isaf (International Security Assistance Force) entro il 2014.

Autonomia
In vista di tale scadenza, le forze di sicurezza afghane (Afghan National Security Forces, Ansf) devono potenziare le loro capacità operative ed assumere crescenti responsabilità estendendo il loro controllo anche sulle province con elevata presenza di insurgents. A favore di questa strategia, la Nato Training Mission raccoglie 37 paesi attorno all’obiettivo di dotare il governo di Kabul di uno strumento militare adeguato alle minacce da fronteggiare.

Le esperienze della resistenza anti sovietica e della successiva guerra civile hanno costretto intere generazioni di afgani a familiarizzare con le dinamiche belliche, forgiando guerriglieri risoluti ma che combattono secondo logiche operative primitive rispetto agli standard richiesti ad un moderno esercito nazionale.

Per comunicare con le altre unità sul terreno preferiscono i messaggeri ai sistemi radio, per studiare il territorio prediligono il binocolo rispetto alle mappe satellitari, per approvvigionare le truppe portano gli animali da uccidere per la cena così come il camion, quando non il carro, con la legna da ardere. Utilizzano armamenti del XXI secolo, ma hanno una logistica medievale.

L’addestramento fornito da Isaf è volto a colmare le principali lacune in ambito di manovra e rifornimento delle unità avanzate, visualizzazione e comprensione del teatro delle operazioni, coordinamento tattico-strategico con gli obiettivi della leadership politica e, in particolare, predisposizione di un’efficiente catena logistica. Esso si basa sul concetto di affiancamento (shohna ba shohna, “spalla a spalla”) di personale Nato alle forze di sicurezza afghane lungo tutta la catena gerarchica.

Fanteria
Le forze armate sono equipaggiate secondo gli standard della Nato per condurre light infantry counter insurgency operation. È un esercito di terra volto al controllo del territorio che pone al centro la fanteria. Il concetto che lo guida è quello di difendere il paese dalle minacce interne, mentre il controllo dei confini e la proiezione verso l’esterno acquisiranno maggiore importanza solo una volta assicurata la stabilità dell’apparato statale. Il livello tecnologico degli armamenti non è all’avanguardia, ma l’Alleanza Atlantica preferisce puntare maggiori risorse sull’addestramento piuttosto che sulle dotazioni.

L’organizzazione dell’Ansf prevede un crescente coordinamento tra le forze speciali deputate alle operazioni avanzate, l’esercito che pattuglia il territorio interno e la polizia dispiegata in città e villaggi. In generale, la collaborazione tra i vari corpi si sviluppa senza problemi ai livelli inferiori mentre incontra maggiori resistenze nei vertici. Una sezione della Nato Training Mission è poi dedicata allo sviluppo di una comunità di intelligence afghana, che ha mostrato rapidi progressi nella capacità di acquisire informazioni sensibili ma che sconta ancora carenze nell’analisi.

Quanto alle funzioni, fino a quando l’esercito non sarà completamente sviluppato la polizia dovrà sacrificare alcune delle sue tipiche attività, come la lotta alla criminalità, per fornire supporto ai militari nella predisposizione di check point e nel contrasto all’infiltrazione di insurgents nei centri abitati. Le forze speciali, invece, rispondono direttamente al Capo di Stato Maggiore e svolgono due tipi di operazioni complementari: quelle in campo aperto, principalmente nelle zone di confine con il Pakistan, e quelle in aree urbane a ravvicinato contatto con i civili.

Le complesse dinamiche di natura identitaria che caratterizzano la popolazione afghana si riflettono sulla composizione e dislocazione delle forze di sicurezza. Soldati e poliziotti operano meglio nelle aree da cui provengono sia per ragioni morali (attaccamento alla propria terra e difesa della propria comunità) che operative (conoscenza del territorio). Ma mentre la polizia preferisce reclutare e dislocare gli agenti all’interno delle province di appartenenza per aumentare i contatti con la popolazione, l’esercito tende a stanziare i soldati lontano dalle loro zone d’origine per affermare il carattere nazionale della sua missione. La formazione dei contingenti militari, inoltre, rispetta quote di ripartizione etnica.

Spettro frammentazione
Gli sforzi profusi dall’Alleanza Atlantica per rendere sempre più autonomo l’apparato di sicurezza afghano hanno permesso di accrescere il numero e la qualità di soldati e poliziotti a disposizione delle autorità di Kabul.

Le Ansf raggiungeranno le 352 mila unità entro la fine del 2012 ma, a partire dal 2016-17, potrebbero ridursi a 230 mila per la volontà dei paesi donatori (Stati Uniti in particolare) di abbattere i costi complessivi del settore da 6 a 4,1 miliardi di dollari annui. Una parte dei tagli al personale di sicurezza dipenderà da pensionamenti e vittime, la restante sarà frutto di congedi. Il rilascio di una forza lavoro di oltre 100 mila persone militarmente formate e ad alto rischio disoccupazione potrebbe innescare dinamiche fortemente destabilizzanti, infoltendo le fila degli insorgenti o dei gruppi criminali, anche perché sembra improbabile che nel frattempo emergano sufficienti opportunità di impiego civile.

Nonostante i timori espressi da Kabul, la comunità internazionale non ha ancora elaborato proposte per risolvere il problema. Esiste quindi il rischio che parte del capitale di tempo, denaro e risorse umane investito da Isaf nell’istituzione del comparto di sicurezza afgano si rivolga contro gli obiettivi stessi della missione. Le Ansf, in questo senso, si espongono ad un singolare paradosso: trasformarsi nell’arco di pochi anni da primario strumento di stabilizzazione a potenziale agente di frammentazione del paese.

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