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Energia

L’Eldorado dell’Africa orientale

18 Ott 2012 - Filippo Clô - Filippo Clô

Gli alti prezzi del greggio sui mercati internazionali – tendenza destinata a perdurare anche in futuro con la fine del petrolio a buon mercato (cheap oil) – hanno portato all’attenzione delle compagnie petrolifere aree “di frontiera” finora trascurate in quanto economicamente inaccessibili. Tra queste l’Africa orientale, notoriamente considerata regione povera di risorse naturali rispetto alle ricche Africa del Nord ed Africa occidentale. Le basse aspettative sono tuttavia state disattese e notizie di promettenti scoperte di petrolio e gas nella regione continuano ad affiorare numerose.

Da un solo paese produttore – il Sudan del Sud, con un’offerta petrolifera piuttosto contenuta – la regione sembra oggi ospitare un numero sempre più copioso di potenziali produttori: l’Uganda – dove nel 2006 è stato rinvenuto petrolio nel Lago Alberto – il Mozambico e la Tanzania – dove si registrano straordinarie scoperte di gas (anche ad opera di Eni) – financo il Kenya e con buone prospettive l’Etiopia, la Repubblica Democratica del Congo, l’Eritrea e la Somalia.

Una bonanza che l’U.S. Geological Survey stima nell’ordine di 28 miliardi di barili di petrolio, 12 trilioni di metri cubi di gas e 14 miliardi di barili di Ngl (frazioni liquide di gas naturale) e che apre inediti scenari destinati a mutare il volto della regione. Se nel bene o nel male non è ancora dato sapere. Molto dipenderà da come questi paesi vorranno e sapranno sfruttare questa irripetibile occasione per avviare uno sviluppo che li possa emancipare dalla povertà estrema in cui si trovano.

Gli elevati costi dell’energia sono uno dei principali fardelli che gravano sulle economie dell’Africa orientale. L’avvio di una produzione domestica potrebbe alleviare il deficit dei conti con l’estero – con importazioni per un terzo connesse al petrolio – attrarre importanti investitori stranieri, consentire l’avvio di programmi di elettrificazione nazionale.

Maledizione del petrolio
Affinché ciò avvenga è necessario che la storia non si ripeta ancora una volta uguale a se stessa. Nel mondo in via di sviluppo, infatti, paesi produttori di petrolio sono due volte più soggetti a guerre civili di quelli non petroliferi ed è per il 50 per cento più probabile che siano governati da autocrazie. Per sottrarsi a queste amare statistiche, i paesi dell’Africa orientale devono innanzitutto prendere consapevolezza dei rischi a cui vanno incontro, quindi muoversi con la dovuta cautela.

La famigerata “oil curse” non è, di fatto, una maledizione del petrolio – numerosi paesi hanno saputo beneficiarne senza eccessivi scompensi –, bensì della politica incaricata di gestirlo.

La scoperta di idrocarburi porta con sé una serie di nuove inattese entrate per lo Stato che, come evidenzia Micheal L. Ross, si differenziano da quelle ordinarie per essere: spropositatamente elevate e svincolate dai contributi fiscali della popolazione, due caratteristiche che consentono ai governi di adottare agevolmente atteggiamenti antidemocratici e di reprimere nel silenzio il dissenso; imprevedibilmente instabili e fluttuanti, quindi difficilmente gestibili e governabili; segrete, dunque facilmente occultabili. Può quindi rivelarsi una risorsa estremamente pericolosa per paesi – come quelli in questione – afflitti da un basso il livello di governante.

Ma i rischi di malgoverno non sono gli unici che si presentano con l’avvento di petrolio e gas. Più “semplicemente” può essere l’incompetenza gestionale in un settore altamente complesso e rodato come quello petrolifero a non portare al paese ed alla sua popolazione i benefici sperati.

È difficile infatti che governi privi di competenze in materia di idrocarburi riescano a strappare condizioni vantaggiose o anche solo eque a grandi compagnie che vantano decenni di esperienza su scala globale. Ciò nonostante, le ragioni della cautela sono di sovente sovrastate dall’entusiasmo generato dalle scoperte e la volontà di battere cassa spinge i governi a concludere numerosi accordi in maniera talora avventata.

Tali accordi possono rivelarsi, infatti, compromettenti, in primis, per i paesi produttori, che si vincolano a contratti di lungo periodo, ma talvolta anche per le compagnie petrolifere stesse che, in assenza di un quadro regolatorio chiaro e stabile, possono veder mutare le regole del gioco a partita in corso.

È il caso della Panafrican Tanzania, sussidiaria della canadese Orca Exploration, che si trova invischiata in una serie di dispute legali con le autorità locali relative ad un conto di 33 milioni di dollari che rischia di paralizzarne le operazioni o della britannica Tullow Oil in Uganda dove si è trovata a pagare una tassa non programmata da 300 milioni di dollari.

Ad invitare alla cautela – sia da parte dei governi che delle compagnie petrolifere – dovrebbe essere inoltre la questione della sicurezza: elemento chiave per attrarre gli investitori e tutelare gli investimenti, ma carente nel mondo in via di sviluppo. In ambito energetico, in particolare, può definirsi ancor più rilevante.

L’instabilità politica interna ad un paese minaccia l’integrità delle costose infrastrutture petrolifere che diventano facile bersaglio di gruppi armati; la pirateria – quella somala in particolare – è un pericolo costante e non ancora estirpato al largo delle coste; mentre un’accesa rivalità interna a una paese o internazionale – come quella che ha caratterizzato la recente storia del Sudan e del neonato Sudan del Sud – può, in presenza di risorse minerarie, avere risvolti ancor più tragici e minacciare la stabilità dell’intera regione.

Cooperazione imprescindibile
La storia invita quindi a prudenza e cautela affinché la presenza di risorse preziose in un paese povero possa finalmente tradursi in una concreta occasione di sviluppo. Occasione che si rivela ancor più unica in quanto offre – nel caso specifico – prospettive di crescita ad un’intera regione, l’Africa orientale, tra le più arretrate a livello mondiale.

I paesi in questione dovrebbero sfruttare l’eccezionalità della loro situazione per convogliare, forti del grande interesse nei loro confronti, i propri sforzi verso un’azione comune di tipo quasi “sindacale”, come fu per i paesi fondatori dell’Opec negli anni sessanta, anziché intraprendere impreparati ed in via individuale un percorso così delicato e rischioso.

L’adozione di una comune linea di cooperazione permetterebbe innanzitutto di mitigare la nociva competizione intra-regionale che spinge i governi a proporre alle compagnie condizioni vieppiù favorevoli pur di attrarle sul proprio territorio. I governi potrebbero così concentrarsi su aspetti prioritari come la definizione di un quadro normativo stabile ed adatto a proteggere i propri interessi economici ed ambientali, giovando dell’adeguato supporto di consulenze tecniche e dell’eventuale coordinamento e supervisione di un’organizzazione internazionale, come potrebbe essere l’Unione africana.

In secondo luogo, il coordinamento tra paesi consentirebbe di delineare una sorta di modello contrattuale comune da utilizzare come leva nei confronti delle compagnie petrolifere. In questo modo sarebbe possibile, ad esempio, imporre alle compagnie petrolifere di vincolare ai progetti di sfruttamento degli idrocarburi progetti infrastrutturali volti allo sviluppo interno del paese.

Infine, un simile approccio consentirebbe di valutare le nuove potenzialità minerarie dell’area come bene comune da convogliare, almeno in parte, verso la risoluzione di problemi regionali, siano essi energetici, idrici o di altra natura. Grandi piani infrastrutturali potrebbero così essere promossi in maniera concertata ed il loro finanziamento previsto – in toto o parzialmente – nei termini contrattuali con le compagnie petrolifere. Programmi di elettrificazione, ad esempio, gioverebbero di economie di scala molto maggiori se centrali e reti di distribuzione venissero progettate a livello regionale anziché nazionale.

La scoperta di petrolio e gas in Africa orientale non è, in conclusione, da considerarsi necessariamente una “maledizione” per i già afflitti popoli che abitano la regione. Se grandi sono i rischi, infatti, ancor più grandi sono le potenzialità. Senz’altro, allo stato dell’arte, è lecito attendersi che i nuovi scenari della regione finiscano col riproporre il triste copione di numerosi film già visti. Eppure, nessun altro evento nella storia recente di questi paesi ha dischiuso loro la porta dello sviluppo, né sembrano potersene aprire ulteriori nel prossimo futuro.

È il momento che governi, istituzione internazionali e compagnie petrolifere recepiscano gli insegnamenti che le non ancora sopite rivolte arabe gli hanno impartito e prendano consapevolezza della necessità che lo sfruttamento delle risorse naturali di un paese sia di supporto alla sua crescita economica e sociale. La cautela è dunque d’obbligo per poter iniziare a “viaggiare”, ma – come nelle parole di una canzone italiana – “rallentando per poi accelerare”.

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