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Guerra civile

La Siria contagia il Libano

23 Ott 2012 - Marina Calculli - Marina Calculli

L’autobomba che il 19 ottobre è esplosa a Place Sassine, nel cuore di Achrafieh, il principale quartiere cristiano di Beirut, apre una nuova pagina delle controverse relazioni tra Siria e Libano. Obiettivo dell’attentato, perfettamente riuscito nell’ora di punta di un’assolata giornata beirutina, era il generale Wisam al-Hasan, capo dell’Intelligence bureau delle Forze armate libanesi, l’ultimo di quegli ostinati “pezzi da novanta” dell’apparato militare divenuti ormai troppo scomodi per Damasco.

Contaminazione
L’assassinio dei militari, d’altra parte, è pratica consolidata nella gestione damascena delle relazioni con il Libano. Ripercorrendo la storia al contrario, il 25 gennaio 2008 era toccato a Wissam Eid, capitano della polizia libanese che indagava allora sugli attentati degli anni precedenti. Il 12 dicembre 2007 a finire travolto nell’esplosione di un’altra autobomba (tecnica reiterata, quasi a voler lasciare una firma sfrontatamente riconoscibile) era stato il generale François al-Hajj.

La piazza libanese, come già accaduto diverse volte, non ha atteso un accertamento formale delle responsabilità – forse troppo politicamente compromettenti per essere svelate – e ha già emesso la sua sentenza contro il regime di Assad.

Fin dall’inizio della guerra civile siriana, il 15 marzo 2011, l’allarme che il potere damasceno potesse esportare il caos nello stato vicino era stata lanciata da più parti. Il paventato corso di una storia assai prevedibile sembra adesso realizzarsi, facendo leva ancora una volta sul fragilissimo equilibrio politico e confessionale libanese.

D’altra parte, la frattura tra i due gruppi parlamentari del 14 marzo e dell’8 marzo – il primo capeggiato dall’ex premier Saad Hariri, il secondo (attualmente detentore della maggioranza parlamentare) dominato dal partito sciita Hezbollah – era avvenuta proprio sull’ipotesi di sostegno o opposizione ad Assad.

Il 14 marzo, la coalizione che rappresenta i sunniti libanesi e include il partito cristiano conservatore Kataeb, ha solidarizzato fin da subito con la rivolta siriana. Quest’ultima – è importante ricordarlo – è plasmata sulla rivendicazione della maggioranza sunnita nei confronti della minoranza alawita (sciita), cui appartiene Assad e i vertici del paese. L’8 marzo, composto dai partiti sciiti e da quello cristiano del generale Aoun, ha invece difeso a lungo la legittimità del presidente di Damasco.

Cambio di rotta
Negli ultimi mesi, tuttavia, il rischio che il paese venisse risucchiato dalla spirale siriana ha prodotto un’inversione di rotta. Le violazioni dei confini da parte dei militari di Assad sono divenute frequentissime e a Tripoli, crogiuolo dell’estremismo sunnita libanese, ma anche di una consistente rappresentanza della comunità alawita, la guerriglia urbana è esplosa già da tempo.

Una progressiva ma ferma rettifica delle posizioni politiche è allora seguita, nel tentativo di impermeabilizzare il paese dei Cedri dall’ingerenza dell’illustre vicino. Perfino Hezbollah, tradizionale alleato di Assad, sembra aver mutato atteggiamento nella consapevolezza – almeno di una parte del partito – che la fine del regime di Damasco potrebbe seriamente minacciare la sua stessa sopravvivenza.

Non è un caso che durante l’estate 2012, l’intelligence libanese abbia per la prima volta sventato attentati contro politici locali ordinati esplicitamente dall’establishment siriano. L’operazione ha condotto all’arresto dell’ex ministro libanese Michel Samaha, reo confesso di aver trasportato personalmente da Damasco a Beirut gli esplosivi (trovati nella sua abitazione) destinati agli atti terroristici. Questi, sempre per ammissione di Samaha, gli erano stati consegnati direttamente dal generale siriano Ali Mamluk.

La denuncia dell’evento da parte del premier libanese Najib Mikati, amico personale di Assad, aveva già allora in qualche modo sancito la volontà politica di Beirut di spezzare la dipendenza patronale dalla madre Siria. Lo stesso Mikati, il giorno seguente l’uccisione del generale al-Hasan, ha dichiarato che “esiste un legame tra l’arresto di Samaha e l’autobomba di Place Sassine”: di fatto un’accusa esplicita verso l’(ex) amico. L’intento di quest’ultimo è, d’altra parte, fin troppo esplicito: punire chi ha aiutato finanziariamente e militarmente i ribelli siriani.

Il generale al-Hassan non è stato un obiettivo scelto a caso: era tra gli uomini più vicini a Saad Hariri, in esilio da oltre un anno per il sospetto che sia il bersaglio più ambito nei piani di Damasco. Ma Hariri è anche l’uomo più legato all’Arabia Saudita, la potenza regionale cha, grazie ad un ingente trasferimento di armi e denaro, ha permesso alla rivolta anti-Assad di sfidare e mettere in crisi la potente macchina militare del regime.

Variabile Hezbollah
La piazza di Beirut, tuttavia, nel giorno dei funerali delle vittime, vuole di più: chiede le dimissioni del governo in carica, ha assaltato il Grand Serail, la sede del governo e occupato la simbolica Piazza dei Martiri, con l’intento di restarvi fino a quando il parlamento non verrà sciolto. E proprio questa piazza arroventata riporta ad un altro tornante cruciale delle relazioni siriano-libanesi: il giorno di San Valentino del 2005, quando il convoglio di vetture su cui viaggiava l’ex premier Rafik Hariri (padre di Saad), fu travolto da un’esplosione mentre percorreva la strada che dal famoso Hotel Saint George conduce alla corniche, il languido lungomare della capitale libanese.

Il giorno dopo la piazza di Beirut fu invasa da una folla che chiese – e ottenne – la fine della quasi trentennale occupazione militare siriana del Libano. Era la cosiddetta “Rivoluzione dei Cedri”, che sembra riaccendersi adesso, a sette anni di distanza, nella stessa piazza e con la stessa pretesa: restituire al Libano una sovranità troppo a lungo svillaneggiata.

L’unico attore che può sbloccare davvero l’agognato “dialogo nazionale”, è adesso Hezbollah, vera incognita di questo complesso processo. Il Partito di Dio, nato come cellula alle dipendenze di Siria e Iran, sa bene che, qualora i suoi referenti regionali non fossero più in grado di sostenerlo, un suo pesante indebolimento – non solo politico, ma soprattutto militare – sarebbe inevitabile. Hezbollah potrebbe scegliere la strategia della “libanesizzazione”, riposizionando – cioè – la sua identità all’interno di una dimensione prettamente nazionale.

La condizione inevitabile sarebbe, però, accettare di porre le sue armi sotto l’autorità dello stato. Si tratta del più intricato dilemma della politica libanese da oltre vent’anni e, senza dubbio, un’operazione al ribasso per il partito di Dio. Nel caso in cui forze politiche di orientamento sunnita trionfassero in Siria, alleandosi con i cugini libanesi, l’alternativa potrebbe anche essere il collasso.

Tutti nodi non facili, mentre l’esasperazione della frattura politica interna questa volta difficilmente farà sconti al paese, con il rischio di riportare le lancette della storia ancora più indietro, al 1975, quando iniziò una violentissima guerra civile durata quindici anni: lo scenario peggiore per tutti. Che nessuno, però, sembra per ora in grado di scongiurare.

Marina Calculli sta completando un dottorato di ricerca in co-tutela tra l’Université Saint Joseph di Beirut e l’Università Cattolica di Milano, è lecturer in Relazioni Internazionali presso alcune università libanesi e presso l’ASERI (Alta scuola di Economia e Relazioni Internazionali)