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Nuovo governo

La primavera araba si ferma ad Algeri

26 Ott 2012 - Marco Innocenti Degli - Marco Innocenti Degli

All’inizio di ottobre l’Algeria ha votato la fiducia all’esecutivo guidato da Abdelmalek Sellal, che sostituisce il leader del Raggruppamento nazionale democratico (Rnd) Ahmed Ouyahia. Il cambio era atteso dalle elezioni parlamentari di maggio, in cui l’Rnd non aveva brillato, ma l’articolata composizione di interessi del sistema politico algerino ha determinato un ritardo di circa quattro mesi. La scelta di Sellal, tecnocrate non affiliato ad alcuna corrente ma considerato vicino al presidente Bouteflika, è stata letta da più parti come una vittoria di quest’ultimo sull’establishment militare e sulle personalità che aspirano a succedergli allo scadere del mandato presidenziale nel 2014.

Nuova Costituzione
La compagine di governo subisce poche variazioni rispetto all’esecutivo uscente e vengono confermati tutti i dicasteri più importanti. Anche il programma politico non presenta stravolgimenti: tra le prime misure, confermati il calmieramento dei prezzi per beni di largo consumo, elettricità e carburanti, il piano per la costruzione di nuovi alloggi e la strategia rivolta alla creazione di posti di lavoro.

I prossimi mesi saranno decisivi per la riforma della Costituzione, che deve ridisegnare il quadro istituzionale per garantire stabilità dopo l’uscita di scena di Bouteflika. Il premier Sellal cercherà di portare avanti il progetto sponsorizzato dal presidente, ma proprio su questo tema potrebbero prodursi duri scontri politici tra i diversi gruppi di interesse.

L’altra grande questione che investe l’agenda politica è l’energia. L’aumento dei consumi interni e il declino produttivo dei giacimenti di petrolio e gas costringe l’esecutivo a rilanciare l’attività esplorativa per non contrarre le esportazioni, che garantiscono il 70% delle entrate pubbliche. La carenza di elettricità, invece, è sempre più spesso fonte di proteste popolari. Entro la fine dell’anno dovrebbe essere approvata la riforma della legge sugli idrocarburi che introdurrà incentivi per i settori offshore e unconventional. Parallelamente, sono attesi investimenti per potenziare la generazione elettrica e muovere i primi passi nel settore delle energie rinnovabili.

Vista dall’Ue
L’Algeria rappresenta un importante baluardo di stabilità in un Nord Africa sconvolto dalle “primavere arabe” e l’Unione europea, in forza dei legami economici ed energetici che intercorrono con Algeri, guarda con grande interesse alla tenuta del suo sistema politico-istituzionale.

Il paese ha superato la fase più accesa delle rivolte senza destabilizzazioni rilevanti e, grazie alla prosperità finanziaria generata dalle rendite (revenues) petrolifere, è in grado di realizzare interventi socioeconomici per arginare il malcontento popolare. Nel breve termine, quindi, è la successione al presidente Bouteflika a rappresentare il principale elemento di incertezza. Nei 18 mesi che separano il paese dall’appuntamento con le presidenziali la competizione tra le elite di potere potrebbe farsi più serrata, soprattutto in assenza di un candidato chiaramente favorito.

Nel medio-lungo periodo, invece, malgoverno e condizioni socioeconomiche della popolazione sollevano timori sulla solidità del sistema. In assenza di meccanismi democratici capaci di incanalare il dissenso verso forme civili di protesta, le dinamiche demografiche (il 47% della popolazione ha meno di 24 anni) unite alla corruzione e alle scarse prospettive di sviluppo (disoccupazione giovanile oltre il 20%) costituiscono potenziali fonti di instabilità.

Minacce dal sud
Al quadro di relativa stabilità interna al paese, si contrappone la crescente minaccia proveniente dal Sahel, in particolare dal nord del Mali, dove gruppi armati di etnia Tuareg e/o legati ad Al Qaeda (Aqim, Al Qaeda in the Islamic Maghreb) hanno acquisito da mesi il controllo di vaste aree di territorio e conducono traffici illeciti e rapimenti, incontrando contrasto scarso se non nullo.

L’Algeria continua ad osteggiare le ipotesi di intervento internazionale, tenendo fede alla sua dottrina di non interferenza e temendo le ripercussioni interne di un’operazione militare ai suoi confini. Il rischio che i movimenti eversivi e terroristici si rafforzino in tutto il Sahel, d’altra parte, sta spingendo la comunità internazionale ad adottare delle contromisure. Il 12 ottobre scorso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds) ha indicato un termine di 45 giorni entro cui pianificare un’azione risolutiva. Il seguente vertice internazionale di Bamako del 19 ottobre, però, non è riuscito a mettere d’accordo i divergenti approcci. L’Ecowas (Economic Community of West African States) e la Francia spingono per l’intervento militare. Gli Stati Uniti ed altre capitali africane, invece, sembrano preferire soluzioni più prudenti.

L’azione bellica non sembra quindi imminente e ulteriori sviluppi potrebbero arrivare solo a fine novembre, in coincidenza con la scadenza indicata dal Cds. La posizione dell’Algeria, in ogni caso, avrà un peso decisivo. Nessun altro attore della regione può infatti contare su una posizione geografica, una capacità militare e una esperienza in materia di lotta al terrorismo pari a quella di Algeri.

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