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Metodo e questioni politiche

Il valore del Nobel all’Ue

22 Ott 2012 - Lucia Serena Rossi - Lucia Serena Rossi

I commenti che hanno fatto seguito al conferimento del Nobel per la pace all’Unione europea costituiscono un termometro assai preciso – entusiasticamente caldo, gentilmente tiepido o gelidamente imbarazzato se non addirittura risentito- dell’europeismo nei vari Stati membri. Il sarcasmo usato soprattutto dai giornali inglesi cerca di sminuire, non potendolo negare, il fatto che il Nobel ha colto l’essenza del processo di integrazione europea.

Interdipendenza
L’Unione è al contempo ordinamento e processo, o meglio un ordinamento che evolve secondo un processo ancora in fieri. Ed è appunto all’Unione come processo di pace e come metodo di integrazione che il Nobel è stato attribuito. Il metodo europeo va ben al di là delle sue connotazioni istituzionali e delle sempre più sfumate dicotomie fra metodo comunitario e metodo intergovernativo. È un metodo che crea un’interdipendenza profonda e costringe tutti gli Stati membri, grazie agli intrecci che esso crea a tutti i livelli, a sedersi attorno ad un tavolo per risolvere i problemi.

È un metodo, inoltre, che tende replicare ed estendere, aprendosi a nuovi Stati membri, i successi ottenuti sul piano interno ognuno dei quali a suo tempo ha costituito una sfida enorme: la pacificazione fra Francia e Germania, la stabilizzazione democratica di Stati che uscivano da dittature (Grecia, Spagna e Portogallo), la riunificazione fra le due Germanie, l’integrazione degli Stati dell’Est europeo.

La sfida aperta al momento è quella di creare una pacificazione profonda e definitiva fra gli Stati dei Balcani. Perché se è vero che nella guerra della ex Jugoslavia l’incapacità di intervento dell’Ue è stata evidente, tanto quanto la sua necessità di appellarsi alla Nato, è altresì vero che la pace come tregua militare non basta se non è poi seguita da un processo di reale pacificazione e riconciliazione.

E questo è appunto il metodo dell’Unione: creare non semplice coesistenza pacifica ma integrazione e agire non solo per la pace come assenza di guerre, ma per una vera e duratura riconciliazione. L’attribuzione del Nobel deve essere un momento per ricordare tutto questo, soprattutto per far riflettere le nuove generazioni che danno per scontati i benefici che l’Unione europea ha apportato. È importante dunque che alla cerimonia di consegna l’Unione partecipi con una rappresentanza che sottolinei la solennità dell’evento.

Questione politica
In proposito si è già aperto un balletto di ipotesi e scaramucce su chi dovrà rappresentare l’Ue. Il Trattato di Lisbona prevede vari figure di rappresentanza dell’Ue sul piano esterno, a seconda del livello (ministeriale o di high policy) e del campo (Pesc o altre relazioni esterne). Per semplificare si può dire che l’Ue è rappresentata, nella Pesc, dal presidente del Consiglio europeo ad alto livello e a livello ministeriale dall’Alto rappresentante, mentre nelle altre materie dal presidente della Commissione al più alto livello e ancora dall’Alto rappresentante a livello ministeriale. Nessun ruolo spetta invece ormai alla presidenza di turno dei singoli Stati.

Se si volesse risolvere la cosa da un punto di vista giuridico si dovrebbe dunque disquisire su competenze e livelli politici. È il Nobel una questione di politica estera? In tal caso esso dovrebbe essere ritirato da Herman Van Rompuy. O invece esso rappresenta un riconoscimento all’insieme delle politiche, per lo più interne, che hanno nel tempo prodotto la pacificazione mediante integrazione, secondo il metodo sopra illustrato? In questo caso sarebbe il presidente della Commissione a poter rivendicare la consegna a nome dell’Ue. Una soluzione salomonica, che non violerebbe nessuna norma del Trattato, sarebbe probabilmente quella di inviare entrambi i presidenti.

Sarebbe invece sicuramente un grave errore lasciare che, in nome del suo doppio ruolo all’interno della Commissione e del Consiglio, fosse l’Alto rappresentante Ashton a ritirare il premio, perché ciò significherebbe considerarlo una questione politicamente secondaria. Per comprendere meglio, sarebbe come se, qualora un simile premio fosse attribuito all’Italia, a ritirarlo non fosse né il presidente della Repubblica, né il capo del governo, ma il ministro degli esteri.

Unità
La questione è però politica oltre che giuridica e merita soluzioni comprensibili, sia per i cittadini che agli occhi del mondo. Sebbene il Parlamento europeo non abbia alcun potere di rappresentare l’Ue sul piano esterno, una delegazione che comprenda i tre Presidenti (del Consiglio europeo, della Commissione e del Parlamento europeo) potrebbe forse meglio rappresentare l’unità istituzionale dell’Ue.

Qualunque sia il numero dei rappresentanti che l’Ue invierà a ritirare il premio, è importante che il messaggio che verrà letto ad Oslo esprima unità (e non diversi approcci istituzionali) e sia all’altezza dell’occasione: le istituzioni devono evitare di trasformare in compito burocratico quella che deve invece essere un’occasione storica di riflessione, prima di tutto per i cittadini.

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