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Strategia e politica

Il dilemma Usa verso il mondo arabo

3 Ott 2012 - Roberto Aliboni - Roberto Aliboni

A più di un anno e mezzo dall’inizio dei rivolgimenti politici e dei conflitti tuttora in corso nell’Africa del Nord, nel Levante e nel resto del Medio Oriente, non è ancora chiaro se gli Usa hanno una strategia per tenere testa a questi sviluppi e quali sono, quindi, gli obbiettivi che perseguono. Il discorso tenuto all’Assemblea delle Nazioni Unite dal presidente egiziano, Mohammed Morsi, e la lunga intervista pubblicata dal New York Times il 22 settembre, hanno messo nel dovuto rilievo la necessità di una maggiore precisione da parte americana. All’analisi strategica va affiancata quella più strettamente politica.

Basso profilo
L’analisi delle “grandi strategie” suggerisce che gli Usa sono in bilico fra un riordino drastico delle priorità, destinato a privilegiare l’Asia, e il penoso rientro dal “unipolar moment” e dalla “dominance” imperiale che hanno portato al perdurante disastro dell’amministrazione Bush junior. La strategia americana si configura dunque come un ripiego volto a recuperare le forze (e perciò a non farsi coinvolgere in interventi e spese di sorta) e, al tempo stesso, l’inizio della virata verso l’Asia e di un nuovo ciclo di (più ragionevole) leadership. Esattamente come per gli arabi, anche gli Usa e gli alleati europei sono dunque nel mezzo di in una transizione (il che aiuta a capire incertezze e incoerenze) verso un più basso profilo in Nord Africa e Medio Oriente.

Non è facile prevedere, tuttavia, quanto più basso potrà davvero essere il profilo mediorientale degli Usa. Una grande strategia non si definisce che in parte minore dagli aspetti geopolitici: sarà pur vero che gli Usa presteranno maggiore attenzione all’Asia, ma appare davvero improbabile che, a regime, la loro attenzione verso il Medio Oriente diminuisca fino a restare al livello odierno. Questo livello non può che essere transitorio. Se dovesse diventare permanente, ciò non potrebbe che essere la conseguenza di un severo cambiamento degli obbiettivi e degli interessi degli Stati Uniti verso la regione.

Se si considerano questi interessi – libertà di accesso al petrolio e alla navigazione, sicurezza dell’Arabia Saudita e del suo regime, sicurezza di Israele – difficilmente si può credere che gli Usa li lasceranno cadere. D’altra parte è però improbabile che possano continuare a perseguirli alla grande e comunque, con modi e mezzi altrettanto imperiali di quelli di ieri. Quello che gli Usa probabilmente faranno, sarà di porre in essere una robusta e complessa strategia di offshore balancing.

Impiegata per tanti anni nel Golfo finché l’amministrazione Clinton non si cacciò nel dual containment, cioè in un improbabile tentativo di tenere testa sia all’Iran che all’Iraq invece di giocarli l’uno contro l’atro come si era fatto fino a quel momento – l’offshore balancing – è una strategia per cui una potenza esterna ad una regione conduce una classica politica di bilanciamento dei poteri contando su alleati locali ed organizzazioni multilaterali. L’applicazione di questa strategia, come strategia principale degli Usa, è preconizzata da analisti di tendenze conservatrici, come Walt, Mearseheimer e Kaplan, ma il democratico Obama non ha esitato ad attuarla nel Mediterraneo, sia pure in forma pragmatica, come si vide in Libia e si vede ora in Siria.

Fuga dei pulcini
Occorre dire che nel Mediterraneo non è così sicuro che le condizioni per l’applicazione di una strategia americana di offshore balancing esistano o esisteranno facilmente. La Nato ha funzionato in Libia sotto la leadership franco-britannica, ma con un sostegno americano che ha rivelato un’impreparazione europea di fondo. Di fronte alla Siria, l’Alleanza non ha potuto muovere un passo. È venuta, inoltre, in piena luce l’inconsistenza militare dell’Ue e la sua grave frammentazione politica.

Da un punto di vista di più lungo termine, tutte le “chiocce” inventate dagli occidentali per tenere gli alleati arabi sotto le loro ali, dal Dialogo Mediterraneo della Nato all’Iniziativa di Cooperazione di Istanbul, fino alle proteiche istituzioni regionali euro-mediterranee, se nel passato hanno dato risultati politici mediocri, con i cambiamenti politici in corso nella regione vedranno tutti i pulcini arabi andarsene senza riconoscere a quelle chiocce nessunissimo affetto.

La realtà della regione, dal punto di vista degli Usa, è debole e frammentata: uno scadimento delle alleanze multilaterali occidentali verso una sempre più accentuata geometria variabile; una valorizzazione dei membri nazionali dell’Ue al posto dell’Ue stessa (e quindi un contributo all’indebolimento di questa già molto fiaccata istituzione); infine, dei paesi arabi a guida islamista che, come ha detto il presidente Morsi nell’intervista al New York Times, potranno anche essere “real friends” degli Usa e dell’Occidente ma non necessariamente alleati. A tutto ciò va infine aggiunto che anche l’alleanza con la Turchia ha i limiti che si sono manifestati negli ultimi anni e sempre più si manifesteranno nei prossimi.

Dunque, gli strumenti per gestire una strategia di offshore balancing nel Mediterraneo non si prospettano di così facile impiego e disponibilità, con il rischio che incertezze e incoerenze della transizione in corso potrebbero rivelarsi non facilmente superabili neppure nel medio termine. Cosa accade intanto nel breve termine? A questo proposito, gli sviluppi in corso negli ultimi mesi stanno mettendo in pericolo la strategia politica seguita dagli Usa e un po’ da tutti gli alleati europei.

Pericoloso slittamento
Consapevolmente o meno, gli Usa e gli europei – più apertamente i primi, con maggior reticenza e qualche duplicità i secondi – hanno seguito una strategia che ha inteso fare di necessità virtù. Con un notevole rovesciamento delle alleanze, gli Usa hanno riconosciuto il predominio degli islamisti, scommettendo sul prevalere di un forte islamismo di centro (i Fratelli musulmani in Egitto, Ennahda in Tunisia, il Partito della Giustizia e dello Sviluppo in Marocco) il cui carattere moderato permetterebbe il mantenimento degli interessi occidentali più essenziali senza troppi danni.

Mentre in Marocco, tuttavia, nulla è mai veramente cambiato, in Tunisia ed Egitto i partiti islamisti di centro, che all’inizio sembravano andare nella direzione delle aspettative occidentali, dalla tarda primavera del 2012 hanno cominciato ad abbandonare il centro e a scivolare verso posizioni più vicine alle sensibilità e ai problemi dei fondamentalisti. Ciò è avvenuto sotto la pressione dei fondamentalisti interni e esterni ai partiti stessi e dell’opposizione senza quartiere dei laici (che non credono minimamente alla democrazia islamica).

Così, mentre la coalizione islamista-liberale tunisina è in crisi e non si sa se sopravvivrà al processo elettorale già in corso, la coalizione egiziana con i militari e i liberali, che gli americani si aspettavano, non è mai nata. Al suo posto è nato un governo solo islamista che molto abilmente ha liquidato la vecchia cricca del feldmaresciallo Tantawi e si è alleata con un nuovo gruppo di generali più giovani e attivi. Non si sa ovviamente se questi militari saranno più leali alla costituzione oppure ai Fratelli musulmani.

Cambio di passo
Insomma, il progetto occidentale è a rischio, poiché quello che doveva essere un centro moderato non resiste o resiste male alla pressione delle varie specie di correnti salafite fondamentaliste o non moderate che stanno all’opposizione. È arrivato perciò il momento di riconsiderare la politica occidentale. I governi occidentali potrebbero lasciarsi spaventare da questa deriva del centro islamista e decidere più o meno velatamente di disimpegnarsi. Ma per gli Usa, benché di disimpegno si sia parlato subito dopo l’assalto al consolato di Bengasi – condotto da jihadisti libici – e l’uccisione dell’ambasciatore, in realtà questa opzione non è pensabile. L’ipotesi migliore per gli Usa, malgrado le agitazioni dei neocons repubblicani e degli interventisti democratici, è di passare dall’appoggio che hanno dato finora ai governi islamisti di centro ad un vero e proprio impegno o, se si vuole, a un rafforzamento dell’impegno attuale.

Per poterlo fare, devono superare la foschia trasformistica che ha avvolto la loro politica fin qui, come se i regimi islamisti, solo perché moderati, possano essere una semplice continuazione di quelli passati. Ciò non è possibile per un motivo che gli Usa e gli occidentali dovrebbero capire a volo: perché questi regimi sono democratici, sono stati regolarmente eletti e, quindi, debbono rispondere ai loro elettori e alle loro opposizioni.

Che cosa dovrebbero fare i governi occidentali per rafforzare il loro impegno? Innanzitutto, dovrebbero moltiplicare l’appoggio economico e finanziario. In questo senso, molto bene ha fatto l’amministrazione Obama a cancellare un miliardo di dollari del debito egiziano verso gli Usa, sebbene si fosse in un momento di tensione politica. Hanno fatto male invece a sconsigliare Morsi dall’andare a Teheran per partecipare al vertice dei Non-Allenati, dove il presidente egiziano ha fatto una proposta di diplomazia regionale del tutto compatibile con gli interessi occidentali, in particolare con la strategia di offshore balancing che gli Usa si appresterebbero a praticare. Andando più in là, dovrebbero ben ascoltare Morsi quando ricorda, nell’intervista già menzionata, che gli Stati Uniti in base al trattato di Camp David hanno la responsabilità di provvedere una soluzione per i palestinesi, come non hanno fatto per trent’anni.

Specialmente se Obama otterrà un secondo mandato, nei prossimi anni il desiderio americano di ridurre l’ impegno verso il Medio Oriente e il Nord Africa assumerà una qualche forma di offshore balancing. Le condizioni per l’attuazione di questa strategia non sono le più favorevoli, ma non se ne può escludere la fattibilità. Tuttavia, se gli Stati Uniti e i paesi europei non riusciranno a rafforzare e impegnare i regimi islamisti di centro con un’accresciuta cooperazione economica e il riconoscimento della loro autonomia e delle loro legittime aspirazioni, la regione sarà molto turbolenta e nessuna strategia di offshore balancing sarà efficace, sia nel mantenerne la stabilità sia nel ridurre l’impegno gli Usa.

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