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Responsabilità di proteggere

Chi può fermare la strage in Siria

2 Ott 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

Se ne parla un po’ meno, ma la strage in Siria continua, con atrocità da ambo le parti. Secondo una stima di questi giorni dell’Osservatorio per i diritti umani siriano – si tratta di una Ong – su un totale di oltre 30 mila deceduti dall’inizio della rivolta, tra il 50 e il 60 per cento sarebbero morti negli ultimi cinque mesi. Ma i numeri veri non li sapremo mai, visto che quelli che abbiamo provengono per lo più da informazioni di parte e anche quelli dell’Onu sono poco attendibili.

Eppure il mantra dei nostri giorni continua ad essere la “Responsibility to protect” (R2P), che l’Onu ha lanciato da anni, ma che non riesce in alcun modo a far riconoscere, né tantomeno a far applicare in modo equanime. Quando ci è riuscito, purtroppo questa “responsabilità” è stata utilizzata quale foglia di fico per finalità assai meno nobili, come la campagna di Libia ci ha insegnato.

Ma in particolare l’opinione pubblica europea, quando si tratta di difendere i “deboli” – o i presunti tali – è sempre in prima fila e non tarda a cadere nella trappola. Acriticamente, dogmaticamente, istintivamente. Quindi, in forte carenza di analisi. Da qui all’intervento dei volonterosi, con o senza Onu, il passo può essere anche assai breve. Non importa poi se, quando i deboli, capitalizzando l’aiuto esterno, riescono a prevalere, inizia una spirale di vendette che porta ad ulteriori atrocità. Alle quali però sarà dato assai poco risalto, anche perché gli Stati sostenitori si renderanno prontamente latitanti, come se la protezione umanitaria improvvisamente non fosse più affare loro.

Frammentazione ideologica all’Onu
Ormai sembra essersi fatto strada il concetto che se un’operazione “di pace” è richiesta dall’Onu, o è condotta sotto la sua egida, o, meglio, è effettuata direttamente dai Caschi Blu, allora questa non solo è lecita, ma è anche buona e giusta. Anche se poi si trasforma in guerra di distruzione, ed a prescindere dal buio che verrà dopo. I capitoli VI e VII della Carta dell’Onu in teoria contengono tutto ciò che servirebbe per controllare i nuovi conflitti, ma ogni giorno la realtà ci dimostra che non è così. Sia l’Assemblea che il Consiglio di sicurezza, infatti, sono rappresentativi proprio di quella frammentazione ideologica e di interessi che sono origine prima dei conflitti. Anche di quelli interni.

A volte l’Onu, avvalendosi delle grandi Organizzazioni internazionali in possesso di robusta struttura militare e idoneo strumento di comando e controllo, riesce ad intervenire. Altre volte, come nel caso della Libia, viene tirato per i capelli e non può esimersi. Come può accadere agli Stati, e la nostra più recente esperienza lo insegna. Altre volte rimane paralizzato, come nel caso della Siria, e forse talvolta è meglio sia così, se si considera che i successi definitivi si possono contare sulle dita di una mano. Al contrario, più spesso si è arrivati a interventi ambigui, che terminano con situazioni pasticciate, o con soluzioni irrisolte che lasciano le cose a metà, sicuri focolai di conflitti futuri.

Intervenire sempre e comunque?
Vi è carenza di normativa per i casi – in questo momento abbiamo sott’occhio la Siria, ma a suo tempo è stato così anche per il Kosovo – in cui, pur in evidente situazione di “strage” in atto – l’Onu non può legittimare l’intervento o per disaccordo in sede di Consiglio o per mancanza di richiesta da parte del Sovrano nazionale. In questo caso – ad esempio in Kosovo, ma anche nel 1991 in Kurdistan con l’operazione “Provide Comfort” – la Nato era comunque intervenuta pur in assenza di questi due requisiti, nell’assunto (poi sancito dall’Alleanza nel vertice di Washington dell’aprile 1999, ad operazioni iniziate) che il proprio intervento sia legittimo in caso di comprovata emergenza umanitaria (genocidio) e, in ogni caso, nel rispetto generale dei criteri stabiliti dalla Carta.

Principio di per sé encomiabile, ma che, come oggi è evidente, corre il rischio di essere fraudolentemente utilizzato da determinate fazioni di uno Stato, che hanno capito come – attraverso la provocazione o la dichiarazione di situazioni umanitarie comunemente non accettabili – volgere a proprio favore eventuali interventi dell’Onu o delle grandi Organizzazioni internazionali. Ma Kofi Annan aveva compreso i pericoli insiti in questa carenza normativa e si era adoperato per colmarla sin dagli inizi del suo mandato.

Gli encomiabili sforzi di Kofi Annan
Così, nel 2004, un Comitato ad hoc giungeva alla conclusione che quando uno Stato non è in grado di proteggere il suo popolo, per mancanza di capacità e di volontà, allora la responsabilità potrà essere legittimamente assunta dalla comunità internazionale. Nel summit mondiale delle Nazioni Unite del settembre 2005 il Segretario generale faceva proprie e proponeva le risultanze del Comitato, mentre nessun rappresentante degli Stati – almeno in quella sede – esprimeva in linea di principio parere contrario.

La “Responsibility to protect” era nata, ma nessuno Stato l’avrebbe poi davvero recepita ufficialmente nel proprio ordinamento. Inizialmente, nel 2006, il Consiglio di sicurezza aveva potuto applicare il principio con un certo successo con la Risoluzione 1674, dove si parlava genericamente della protezione dei civili nei conflitti armati cui seguiva la 1706, che autorizzava il dispiegamento di truppe Onu in Sudan, per la situazione nel Darfur.

Ma, ancora prima del triste sviluppo degli eventi in Siria, nel 2011 già si poteva osservare un primo inquinamento del principio, per le non trasparenti modalità con cui si giungeva alle Risoluzioni 1970 e 1973 per la Libia, che di fatto portavano a conseguenze fuori mandato. Ancora diverso il caso della 2014 dell’ottobre 2011, per lo Yemen. In effetti un rapporto del 2009 del Segretario generale, nello spirito dei risultati del summit del 2005, individuava tre pilastri: la responsabilità primaria di proteggere rimane allo Stato, mentre la comunità internazionale incoraggia ed assiste. Se lo Stato fallisce, allora la “Responsibility to protect” rimbalza alla comunità, per azioni collettive in accordo con la Carta dell’Onu.

La dottrina è così bella, giusta e corretta da sembrare perfetta. Senonché, per applicarla, è necessario transitare sempre dal collo di bottiglia del Consiglio di sicurezza, dove si può deformare o bloccare tutto. Si deve allora amaramente concludere che, dopo tante elaborazioni, questo tragico gioco dell’oca è ritornato alla prima casella. Ovvero, il dovere della “responsabilità di proteggere” è destinato a rimanere ancora a lungo non già principio universale, ma solo azione occasionale, selettiva ed incerta.

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