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Dopo il voto in Venezuela

Chavez alla riscossa

24 Ott 2012 - Gian Luca Gardini - Gian Luca Gardini

Il Professor Steven Tsang dell’Università di Nottingham ha recentemente ipotizzato che governi con maggioranze limitate o addirittura risicate possano in effetti portare all’adozione di politiche migliori in quanto più consensuali e tendenti alla moderazione. Questa visione è in linea con molta della letteratura in materia di comportamenti post-elettorali, ma come ogni teoria è “context-dependent”, ovvero dipende da dove questa teoria viene applicata.

L’esperienza storica infatti mostra un quadro abbastanza complesso in cui governi con maggioranze minime hanno sia moderato le proprie posizioni che accentuato le proprie tendenze radicali, dipendendo appunto dal momento e dal contesto politico, storico e sociale. Le elezioni presidenziali 2012 in Venezuela offrono un caso di studio ideale per comprovare o confutare questa teoria.

Apertura
Il 7 ottobre, il Presidente uscente Hugo Chavez ha vinto le presidenziali in Venezuela per la quarta volta consecutiva; per la quarta volta di fila ha anche ottenuto la maggioranza assoluta. Le speranze dell’opposizione di un possibile recupero e trionfo all’ultimo respiro si sono rivelate estremamente effimere. In effetti tali speranze erano state sostenute da pochi sondaggi, ampiamente pubblicizzati dalla stampa soprattutto in Europa e Nordamerica, che davano l’opposizione vicina al presidente o addirittura vincente. La stragrande maggiornaza dei sondaggi dava comunque un chiaro vantaggio al condidato uscente. La maggioranza di Chavez è solida. Questo non significa che sia necessariamente stabile ma è certamente forte numericamente. Il Presidente ha ottenuto 8,1 milioni di voti contro i 6,5 dello sfidante, Enrique Capriles. Chavez ha conseguito un margine di 11 punti percentuali e ha vinto in 21 stati su 23.

Tuttavia vi sono segnali incoraggianti anche per l’opposizione. Il margine di distacco è il minore che Chavez abbia ottenuto nelle quatttro elezioni presidenziali a cui ha preso parte. Lo scontento e la disillusione nel campo governativo cominciano ad emergere e Capriles sembra poter dare all’opposizione un’immagine credibile ed un’alternativa reale all’attuale amministrazione sia sul piano interno che su quello internazionale. Con l’opposizione galvanizzata e che ha significativamente ridotto il divario con il governo, rimane quindi da vedere se Chavez modererà o radicalizzerà la sua retorica infuocata e i suoi progetti di riforma che dovrebbero portare il paese al cosiddetto “socialismo del XXI secolo”.

Le prime indicazioni sono state ambigue. Nella prima conferenza stampa dopo la rielezione, Chavez ha ripreso vigorosamente la propria narrativa anti-statunitense e ha riaffermato il suo pieno sostegno a Bashir Al-Assad nonostante la gravissima crisi in Siria. Sono invece passate largamente inosservate le aperture di Chavez all’opposizione affinché avanzi proposte concrete e collabori con il governo. Questo tono conciliante è decisamente inusuale nel discorso chavista, specie in ambito domestico, e merita quindi attenzione. Immediatamente dopo comunque il vice-Presidente ha aggiunto che le riforme “bolivariane” continueranno senza però svelare misure concrete in proposito.

Nuove opportunità
Alcune indicazioni sembrano suggerire che le riforme si intensificheranno nelle aree in cui la politica governativa ha raggiunto un certo grado di successo: riduzione della povertà, della disoccupazione, dell’analfabetismo, e delle ineguaglianze – come confermato da uno studio delle Nazioni Unite che ha sorprendentemente riconosciuto il Venezuela come il paese con meno disuguaglianze dell’America Latina. Innovazioni, e chissà forse una linea più moderata, potrebbero aversi in quei settori dove l’esperienza bolivariana ha mostrato i suoi limiti più evidenti, come l’eccessiva dipendenza dal petrolio, che attualmente fornisce circa il 95% delle entrate derivanti dal commercio con l’estero, un forte incremento della violenza – soprattutto del tasso di omicidi – e l’obsolescenza delle infrstrutture.

Il governo ha già annunciato un ulteriore rafforzamento del controllo statale su alcuni settore chiave, come energia, produzione alimentare e costruzioni, ma questo contrasta chiaramente con il piano di triplicare la produzione petrolifera nazionale entro il 2020. Premesso che nessun paese al mondo ha mai raggiunto un obiettivo tanto ambizioso, se il governo Chavez è serio nei suoi propositi di espansione della produzione di petrolio avrà bisogno di una significativa iniezione di tecnologia e manodopera qualificata, le quali dovranno necessariamente arrivare dall’estero.

Partner già presenti nel paese come la cinese Cnpc, la statunitense Chevron e altre compagnie russe, vietnamite e indiane potrebbero provvedere alcune delle risorse necessarie. Giganti come BP e Shell stanno considerando un ingresso nel paese e notevoli opportunità potrebbero aprirsi per le imprese straniere. Tuttavia il grado di rischio di tali investimenti è difficile da prevedere al momento attuale ma tutto lascia pensare a coefficienti di rischio, e premi assicurativi, piuttosto elevati.

Domanda chiave
A livello internazionale, le “relazioni pericolose” instaurate da Chavez dovrebbero continuare a far parte della strategia estera “bolivariana”. Un fattore determinante per la posizione internazionale, soprattutto a livello regionale, di Caracas potrebbe rivelarsi la sua adesione, ora formalmente completa, al Mercosur, il blocco economico regionale compost da Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay, con quest’ultimo attualmente sospeso. Risulta assai improbabile infatti che Brasilia tolleri gli eccessi verbali e talvolta pratici di Chavez se questi dovessero danneggiare le aspirazioni dello stesso Brasile ad un ruolo di potenza regionale e globale.

Inoltre, se l’adesione fosse presa sul serio a Caracas, questa obbligherebbe il Venezuela ad una significativa apertura economica, alla riduzione drastica delle barriere commerciali e all’abbandono di molti principi bolivariani per allinearsi invece a ad un approccio più ortodosso e tradizionale al commercio internazionale. Ciò potrebbe avere un impatto rilevante sull’Alba, il progetto di integrazione regionale sponsorizzato e sostenuto dallo stesso Chavez, e anche sul futuro delle altre organizzazioni regionali recentemente create, come l’Unione Sudamericana (Unasur) e la Comunità degli Stati Latinoamericani e Caraibici (Celac).

Le elezioni presidenziali del 2012, specialmente con il rafforzamento e unificazione dell’opposizione, pongono una domanda chiave per il futuro del Venezuela e dell’intera regione: il Presidente Chavez adotterà una posizione più moderata o più radicale nel suo quarto mandato? Questo dilemma tuttavia presuppone che lo stato di salute del presidente, sul quale esistono versioni contraddittorie, gli permetta di rimanere al potere fino al 2019. In caso contrario si aprirebbero scenari imprevedibili.

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