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La voce dei Pasdaran

Venti di guerra tra Israele e Iran

28 Set 2012 - Nicola Pedde - Nicola Pedde

“Una guerra di Israele all’Iran, alla fine ci sarà”. Ne è convinto Mohammad Ali Jafari, comandante in capo dell’Islamic Revolutionary Guards Corp (Irgc, meglio noti come Pasdaran), che si è così espresso senza mezzi termini nel corso di una breve intervista rilasciata alle agenzie Fars e Isna il 22 settembre scorso.

Jafari ha anche aggiunto che “il risultato sarà la distruzione dello Stato ebraico”, ricalcando il toni tipici della dialettica politica interna all’Iran, ma indirizzando un messaggio preciso a quella parte di establishment che a Tehran, da mesi, si dice convinta della possibilità di una rielezione di Barack Obama e della conseguente apertura di una nuova e più proficua fase politica nei confronti dell’Iran.

Cambio di regime
Non ne è affatto convinto il comandante dei Pasdaran, invece, insieme ad un gran numero di esponenti dell’ala più conservatrice della politica iraniana, certi della più assoluta mancanza di volontà da parte americana di intavolare un negoziato concreto e reciprocamente soddisfacente, e anzi convinti più che mai che la politica del regime change sia, per gli Usa, l’opzione prioritaria.

A dimostrarlo in pieno, per gli iraniani, la recente rimozione da parte del Dipartimento di Stato Usa del Mojahedin e-Khalq (MeK secondo l’acronimo italiano) dalla lista delle organizzazioni terroristiche. Un tempo potente movimento islamico-marxista, fortemente anti-occidentale e soprattutto anti-americano (responsabile dell’omicidio di diversi cittadini statunitensi in Iran prima della caduta dello Scià, e ritenuto in parte anche responsabile del sequestro dei diplomatici americani a Tehran nel 1980), il MeK si è trasformato nel tempo in una penosa setta dominata dal culto della personalità dei suoi due discutibili leader, Massoud e Maryam Rajavi.

Costoro hanno distrutto l’organizzazione politica originale trasformandola prima in unità militare al soldo di Saddam Hussein e poi in vera e propria setta. Abili nel convincere gli ignari (e spesso assai poco esperti) politici occidentali di rappresentare la diaspora iraniana, hanno ottenuto un inaspettato riconoscimento politico in Europa e negli Usa, sfruttando una rete di organizzazioni fittizie deliberatamente costituite allo scopo di far sembrare pluralista e maggioritario il proprio ruolo nell’ambito della comunità della diaspora.

Al di là dell’incapacità di molti esponenti politici europei ed americani di riconoscere l’inconsistenza e la potenziale dannosità di un ruolo del MeK, va considerato il modo in cui la rimozione dell’organizzazione dalla lista (già ottenuta nel recente passato in Europa), viene percepita nella Repubblica islamica dell’Iran: ovvero come una conferma della volontà occidentale non solo di non puntare davvero sul negoziato sul programma nucleare, ma anche di non voler riconoscere in alcun modo la legittimità delle autorità politiche iraniane. Come se il cambio di regime (regime change) a Tehran fosse ancora il vero obiettivo strategico di Usa e Ue.

Tutto ciò costituisce, inoltre, un duro colpo alla credibilità di quanti, nel sistema politico iraniano, hanno sinora sperato non solo nella rielezione di Obama, ma soprattutto nella complessiva revisione della sua politica nei confronti dell’Iran.

Stallo negoziale
Le sanzioni hanno per la prima volta duramente colpito l’Iran, e la crisi emerge in ogni aspetto della vita quotidiana locale. A dispetto degli sprezzanti commenti del presidente Ahmadinejad e di altri politici locali, per il governo è necessario invertire la rotta e cercare in ogni modo di alleggerire la pressione delle sanzioni.

Per questa ragione è stata informalmente offerta al “5+1” (Cina, Francia, Gran Bretagna, Russia, Usa e Germania) una controproposta al pacchetto negoziale avanzato dall’Ue negli ultimi due incontri (congelamento dell’arricchimento al 20%, consegna dell’uranio già arricchito a quel valore a una controparte esterna terza, smantellamento della centrale di Fordo). L’Iran sarebbe infatti disposto a impegnarsi a congelare la capacità di arricchimento in cambio di una “sostanziosa” riduzione delle sanzioni.

Apertura cha ha tuttavia lasciato poco più che indifferenti i membri del “5+1”, che non appaiono disposti ad accettare alcuna offerta inferiore a quelle già discusse al tavolo negoziale, e che insistono peraltro nel rifiutare la richiesta iraniana di un riconoscimento del diritto all’arricchimento dell’uranio. Questione spinosa sulla quale Tehran ha più volte, invero in modo ben poco convincente, minacciato di recedere unilateralmente dal Trattato di non proliferazione.

Una situazione di stallo, quindi, caratterizzata dalla volontà di entrambe le parti di mantenere aperto il negoziato e aggiornato il tavolo dei lavori, ma anche da posizioni rigide e senza grandi speranze di mutamento.

A complicare il quadro contribuiscono il delicato clima elettorale americano, la sempre più infuocata crisi politica in Israele e non ultimo l’imminente avvio in Iran della campagna per le presidenziali che si terranno il prossimo 12 giugno. Mix esplosivo, condizionato dal dibattito sul programma nucleare iraniano e dal negoziato con il “5+1”. Il rischio di uno scontro frontale, in Usa, Israele e Iran, tra i sostenitori di una politica dura e i fautori, al contrario, della linea del dialogo è molto alto.

Per queste ragioni le parole del Generale Jafari circa la certezza di un attacco Israeliano all’Iran sono state giudicate allarmanti. Dopo mesi di commenti in cui politici e militari iraniani ironizzavano sulle minacce israeliane, definendole boutade o mere provocazioni, per la prima volta si parla invece concretamente e apertamente di conflitto. Non è un buon segno.

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