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Attentato in Libia

Oltraggio all’America

13 Set 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

L’11 settembre è decisamente una data infausta, per gli Stati Uniti e per tutti noi. Mentre il Presidente Obama – sottraendo un attimo di attenzione alla campagna elettorale – tra commossi silenzi, letture dei nomi delle vittime e rintocchi di campana, celebrava un evento che ha cambiato la Storia, a Bengasi gli estremisti salafiti, affrancati, anche grazie agli Stati Uniti, dal giogo di Gheddafi, erano finalmente liberi di assaltare il compound del consolato americano, farne scempio bruciando la bandiera a stelle e strisce e di assassinare il suo ambasciatore. Assieme al ministro Giulio Terzi, in questo momento siamo tutti emotivamente e razionalmente vicini all’America e condanniamo questa azione, vile ed esecrabile. Questo è il minimo dovuto, e viene dal profondo dei nostri cuori.

C’è chi pesca nel torbido
Qualche commento, dando per noti i fatti. Almeno coloro che avevano espresso qualche dubbio o serie perplessità sul come era maturata la decisione di attaccare la Libia e sul perché è stato fatto, non possono nascondersi che ciò che sta ora accadendo, e ancora accadrà, era ampiamente previsto. Ed è assai arduo affermare che anche i promotori della campagna non ne avessero consapevolezza. Sarebbe assai triste dover pensare il contrario.

Lasciamo da parte, in questo tentativo di analisi, la questione della pellicola americana sul Profeta e famiglia. È cosa grave, ma solo un pretesto. Come pure pretesto sono state le pagine di Corano forse strappate dalla bambina pakistana, i Corani bruciati nella caserma americana in Afghanistan, le vignette danesi e la famosa maglietta “blasfema” incautamente – ma direi anche scioccamente – indossata nel 2006 dal nostro ministro Calderoli. Fu proprio a Bengasi che, in quell’occasione, contro il nostro Consolato scoppiò una protesta degli estremisti, poi repressa nel sangue dalla polizia e dalle truppe del famigerato Gheddafi.

In Cirenaica, dietro il pretesto che è servito solo come occasione per gettare benzina su un braciere che da sempre cova sotto la cenere, esiste una situazione in cui i cirenaici cercano di dimostrare in tutti i modi e in ogni occasione che dell’unità del paese non ne vogliono sapere.

Incompatibilità etnico-culturali
I risultati delle elezioni di luglio, dove hanno avuto successo i moderati nonostante il boicottaggio dei separatisti, sorretti dagli islamisti, stanno invece portando proprio in questa direzione. Tra le due entità, Cirenaica e Tripolitania, non è mai corso buon sangue, né prima né dopo l’unificazione voluta dall’Italia nel 1934: gli estremisti non si sono mai lasciati domare e, storicamente, ogni pretesto è sempre stato colto per passare dal malcontento contro il governo centrale alla guerriglia.

Nemmeno Gheddafi era stato risparmiato dalla loro insofferenza all’unità, e percorrendo le cronache si scopre che le sedizioni, seguite da repressioni puntuali e violente, sono state e, come si vede, sono ancora un fatto endemico. La “primavera araba” è stata un’altra occasione per i bengasini di agitare le acque e per i salafiti di pescare nel torbido, probabilmente a loro volta fomentati da alcuni dei promotori degli interventi aerei. Proprio contro le bande armate di questo tipo di estremismo, della stessa specie e natura di quelli che hanno dato il via al tumulto in cui è rimasto ucciso l’ambasciatore americano, si stavano dirigendo le colonne dell’esercito di Gheddafi fermate nella prima giornata di bombardamenti dai caccia-bombardieri francesi, già pronti al decollo un secondo dopo il voto della Risoluzione 1973. Certo, i guerriglieri si sarebbero annidati nelle abitazioni e molti civili sarebbero rimasti uccisi. Come in Siria.

Responsabilità di proteggere?
Guardando a Bengasi – assassinio del povero ambasciatore incluso – viene da pensare che, se sono questi i risultati della “responsabilità di proteggere”, mantra dei nostri tempi, allora è meglio lasciarla nel dimenticatoio, dove è rimasta fino all’operazione sulla Libia dai tempi degli eccidi in Ruanda, e dove sta sommessamente ritornando in occasione della guerriglia urbana in Siria. Meno male, a questo punto c’è da augurarselo. È meno falso ed ipocrita così, lasciando che ognuno si sbrighi da sé i propri affari interni, piuttosto che ricorrere ancora a questa foglia di fico sotto la quale è assai facile nascondere – accampando questioni umanitarie – interessi assai meno nobili.

Libia docet, l’ultima riprova l’abbiamo avuta ieri, ma è soprattutto necessario che impari la lezione chi la deve imparare. Altrimenti, specie quando c’è di mezzo il mondo islamico, prima o poi ricadremo nella trappola. Al-Qaeda, i salafiti e gli estremisti, comunque si chiamino o si facciano chiamare, sono sempre all’erta e, dopo undici anni di guerra al terrorismo, si stanno riorganizzando in attesa dei prossimi errori dell’Occidente. E dei suoi alleati economici – ma ormai anche innaturalmente politici – delle monarchie del Golfo. Un’analisi in questa chiave di ciò che sta accadendo in Iraq, in Libia, in Libano , nello Yemen, in Siria e perfino in Egitto potrebbe essere molto istruttiva. E potrebbe consentirci di estrapolare qualcosa sul futuro che ci attende, se continuiamo su questa strada.

Quale linea di condotta?
Ma torniamo all’America, tra tutti noi la più forte, ma anche la più esposta al ricatto. L’assassinio dell’ambasciatore – fatto già in sé doloroso – non fa bene alla credibilità dell’Occidente, né al processo elettorale in atto negli Stati Uniti, che ne sarà compromesso. Troppo presto abbiamo inneggiato – Obama in testa, ma seguito da gran parte degli europei – all’abbattimento delle dittature arabe, che tuttavia erano l’unico argine interno verso l’estremismo confessionale islamista. Troppe volte abbiamo inneggiato all’avvento della democrazia dove nessuno la vuole e nessuno sa cosa sia, senza tener conto del buio che viene dopo. Troppe volte ci siamo complimentati con i vincitori delle elezioni, anche se non sapevamo di preciso neppure chi erano.

Il punto è sempre il medesimo, non sappiamo cosa scegliere tra ideologia e interessi. In altre parole, se sostenere la stabilità o la democrazia, che, in alcuni paesi, non sono affatto grandezze omogenee. Continuando così, stiamo facendo male l’una e l’altra cosa. E rischiamo di farci molto male noi stessi.

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