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Diritto del mare

Le nuove frontiere dell’Artico

7 Set 2012 - Daniele Verga - Daniele Verga

È passata pressoché ignorata dalla stampa nazionale la notizia che il 26 agosto scorso i ghiacci nell’Oceano artico hanno raggiunto la loro estensione minima stagionale mai registrata finora – e la stagione estiva non è ancora terminata! – con 4,10 milioni di chilometri quadrati, ancora meno dei 4,17 milioni di km2 registrati nel 2007, che costituiva il precedente record stagionale.

Dalla fine degli anni ’70, in cui è iniziato il monitoraggio dell’artico mediante le rilevazioni satellitari, si stima che l’estensione dei ghiacci nell’Oceano artico durante l’estate si sia ridotta del 40%. Gli scienziati seguono con apprensiva attenzione il fenomeno, le cui cause vengono attribuite principalmente alle emissioni di anidride carbonica (CO2) nell’atmosfera. Lo scioglimento dei ghiacci marini favorisce l’erosione delle coste, minaccia con ritmo crescente anche i ghiacci ‘terrestri’, in particolare in Groenlandia, e mette in pericolo l’ecosistema della regione, inclusa la fauna, simbolicamente rappresentato da un orso polare alla deriva su una lastra di ghiaccio.

Rivoluzione
Le valutazioni degli scienziati sui tempi di scomparsa stagionale dei ghiacci nel Mar glaciale artico divergono. Secondo calcoli basati su modelli matematici, se le emissioni di CO2 continueranno ad aumentare ai ritmi attuali nella stagione estiva, questo mare sarà libero dai ghiacci intorno alla metà del secolo in corso. Proiezioni più pessimistiche indicano che tale situazione potrebbe verificarsi già entro un paio di decadi. Prospettive comunque non incoraggianti tenendo presenti gli effetti globali dell’innalzamento della temperatura nell’artico.

Tutto ciò fa aumentare l’ attenzione e l’interesse per la regione artica e dischiude potenziali scenari per nuove rotte marittime, per un più facile accesso alle ingenti riserve petrolifere e di altri minerali racchiuse nel sottosuolo artico, al patrimonio ittico, alla penetrazione turistica, mentre potrebbe riaccendere contenziosi per la delimitazione dell’artico e per l’ utilizzo delle sue risorse.

Certamente, sia la possibile apertura almeno stagionale, di rotte commerciali artiche che lo sfruttamento del ricco sottosuolo sono subordinati a vari fattori di ordine giuridico, logistico, infrastrutturale perché in ogni caso si tratta di navigare o di condurre operazioni di ricerca, perforazione, estrazione in condizioni ambientali estreme: ciò che richiede mezzi, tecnologie, risorse materiali, finanziarie ed umane adeguate che si riflettono sui relativi costi.

Eldorado
Ma la prospettiva di un cargo di 40 mila tonnellate in rotta dall’oceano Atlantico al Pacifico attraverso l’artico con tempi di navigazione abbreviati di una ventina di giorni rispetto all’attuale rotta via canale di Suez e con un risparmio di circa 850 mila dollari e mille tonnellate di carburante è allettante e già ora gli Stati Uniti stimano che soltanto il trasporto-cargo attraverso il ‘Passaggio a Nord Est’ (di cui la Russia rivendica la sovranità) potrebbe aumentare dagli 1,8 milioni di tonnellate nel 2010 ai 64 milioni di tonnellate nel 2020.

Anche la pesca in artico si sta rivelando una promettente opportunità (ma anche una potenziale fonte di attriti), dal momento che gli esperti prevedono una massiccia migrazione di fauna marina nelle più tiepide acque artiche che, unita alla crescente carenza di pescosità in altre aree, farà verosimilmente registrare nei prossimi anni una ingombrante presenza di flotte pescherecce da altre regioni.

E che dire delle risorse energetiche? Secondo le stime dell’Istituto geologico americano, nel sottosuolo artico si troverebbero il 13% del petrolio ancora inesplorato a livello mondiale, il 30% di gas naturale ed il 20% di gas naturale liquido per un totale del 22% di riserve mondiali di idrocarburi. Alle quali vanno aggiunti estesi giacimenti di minerali preziosi.

È scontato che questo nuovo Eldorado stimoli l’ attenzione crescente di paesi quali Cina, Giappone, Corea del Sud (tutti e tre aspiranti al rango di osservatori permanenti nel Consiglio artico), che hanno le potenzialità economiche, finanziarie e tecnologiche per inserirsi nella “corsa all’artico” ormai iniziata. Ed è altrettanto comprensibile che da parte degli otto paesi membri del Consiglio artico (Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Federazione russa, Stati Uniti, Svezia) si voglia affermare che “l’artico è nostro”, come ribadito nella riunione ministeriale del Consiglio artico di Nuuk (Isole Faroe/Danimarca) nel maggio 2011.

Sicurezza
Ma con lo scioglimento dei ghiacci e lo sfruttamento in prospettiva delle ingenti risorse della regione va assumendo rilievo anche la dimensione geopolitica e della sicurezza della regione artica, strategica ai tempi della guerra fredda. Ciò è testimoniato da due imponenti esercitazioni militari – una della Nato, l’altra della Federazione russa – svoltesi rispettivamente dal 12 al 21 marzo scorso in Norvegia e dal 9 al 15 aprile in Carelia in condizioni climatiche estreme.

Pur se l’immensa distesa di ghiacci (in via di scioglimento) richiama l’immagine di una realtà immobile e cristallizzata, in effetti l’artico è una regione che racchiude latenti conflittualità e competizioni accanto a solenni riaffermazioni di cooperazione. A differenza dell’antartide – che è un continente ed è retto dal Trattato di Washington del 1959 – per l’artico, che è un mare, non esiste un trattato analogo ed il regime giuridico di riferimento è costituito dalla Convenzione sul diritto del mare (Unclos) di Montego Bay del 12 dicembre 1982, sottoscritta da oltre 160 paesi (firmata anche dagli Stati Uniti, ma non ancora ratificata dal Senato americano).

Numerose sono le dispute che rimangono irrisolte: il regime giuridico dei passaggi a nord ovest e nord est, considerati acque interne rispettivamente da Canada e Russia; il mare di Beaufort (rivendicato da Canada e Stati Uniti); l’isola di Hans (rivendicata da Danimarca e Canada); la dorsale di Lomonosov (disputata tra Russia, Danimarca e Canada perché consentirebbe lo sfruttamento esclusivo delle ingenti risorse dei fondali marini circostanti).

Costituito nel 1996 con la Dichiarazione di Ottawa – dopo il Consiglio di cooperazione del mar Baltico nel 1992 ed il Consiglio euro-artico di Barents nel 1993 -, il Consiglio artico è il terzo organismo di cooperazione regionale sorto a seguito del collasso dell’Urss. È un foro intergovernativo che ha lo scopo di promuovere la cooperazione, il coordinamento e l’interazione fra gli otto Stati artici sopra ricordati con il coinvolgimento delle popolazioni indigene su temi di comune interesse, dallo sviluppo sostenibile alla tutela ambientale.

Mentre viene riconosciuto il ruolo svolto in questi anni dal Consiglio artico per accrescere a consapevolezza delle tematiche artiche anche attraverso una cospicua attività documentale, è stata avviata una riflessione al suo interno per verificare se la struttura possa operare più come foro di ‘policy making’ che, come avvenuto finora, di ‘policy shaping’.

Italia
E l’Italia? Il nostro paese ha una lunga ed indiscussa tradizione di presenza nell’artico, che risale alle prime esplorazioni della fine del XIX secolo ed è fra i firmatari originari del Trattato delle Svalbard del 1920, che ha riconosciuto la piena sovranità della Norvegia un tutto l’arcipelago delle isole Svalbard o Spitznbergen. Per tali ragioni ed a giusto titolo l’Italia aspira allo status di osservatore permanente nel Consiglio artico.

Mentre l’ apprezzata comunità scientifica italiana, ed in primo luogo il Cnr, ed alcuni settori imprenditoriali e tecnologicamente avanzati – ad es. Eni, Agenzia spaziale italiana, Telespazio, Thales Alenia – seguono con attenzione i mutamenti climatici in atto nell’artico ed operano attivamente nella regione, non sembra che altri settori imprenditoriali interessati – quello ittico, turistico, della cantieristica, dei trasporti marittimi – ne abbiano colto tutte le potenziali opportunità, come viceversa hanno compreso analoghi settori di altri paesi.

Anche per l’artico – uno spazio geopolitico di 30 milioni di chilometri quadrati, un sesto della superficie terrestre, abitato, coperto per metà dal mar Glaciale artico e che collega l’atlantico con il pacifico – occorre fare sistema con un approccio nazionale sinergico e con il supporto istituzionale. Era l’obiettivo del ‘Tavolo di coordinamento’ ad hoc istituito nel 2009 e coordinato dal Mae, che riuniva le amministrazioni pubbliche e gli enti di ricerca ed imprenditoriali già attivi o interessati nell’artico in una prospettiva di policy planning.

Un esperimento positivo che andrebbe rilanciato per potenziare la presenza italiana nella regione e darle maggiore visibilità e per suscitare consapevolezza nell’opinione pubblica sulle tematiche artiche, anche attraverso l’organizzazione di iniziative di alto livello su temi di grande attualità (ad. es. prevenzione di catastrofi ambientali, cooperazione o governance nella regione artica), sui quali potrebbe essere fornito un originale contributo propositivo da parte delle ‘eccellenze italiane’ nei vari settori.

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