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Presidenziali Usa

Il testa a testa che spacca l’America

10 Set 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

È finito 1 a 1 il derby delle convention Usa: ha segnato Clint Eastwood per i repubblicani, ha pareggiato Bill Clinton per i democratici, due azioni personali spettacolari. Vicini al gol sono andati Paul Ryan, che cercava il rigore, ma ha simulato in area e s’è fatto ammonire, e Michelle Obama. Invece, i due capitani, i campioni più attesi, Mitt Romney e Barack Obama, si sono tenuti lontani dalla porta: mai un tiro, attenti più a non perdere la palla che ad andare in gol.

E anche le notizie che accompagnano la conclusione delle convention non modificano gli equilibri, perché sono di segni contrastanti. I dati sulla disoccupazione di fine agosto (8,1% i senza lavoro, con la creazione di 96mila posti di lavoro nel mese) deludono gli analisti e non sono, quindi, favorevoli all’Amministrazione democratica, mentre sale la pressione per misure di sostegno all’economia da parte della Fed.

Però, i dati sulla raccolta di fondi per la campagna segnalano che, proprio ad agosto, dopo essere stato sotto il rivale negli ultimi mesi, Obama ha sopravanzato Romney, nonostante l’eco di Tampa: 114 milioni di dollari il ricavato da 317mila donatori, con 250 dollari in media l’uno, contro 111 milioni per Romney, con meno donatori e una media più alta.

11 settembre
E, nell’anniversario degli attacchi terroristici contro l’America dell’11 Settembre, il presidente abbandona, per un momento, i sentieri dell’economia e cavalca il tema della sicurezza, che, contrariamente a tutte le previsioni di inizio mandato, è diventato un cavallo di battaglia democratico, specie dopo il ritiro dall’Iraq e l’eliminazione di Osama bin Laden. Gli Stati Uniti, dice Obama, sono oggi più forti, sicuri e rispettati di allora, e pure di quattro anni or sono – quel che conta, per lui; e conferma il piano di ritiro dall’Afghanistan entro il 2014. “Ci siamo rifiutati – afferma – di vivere nella paura”, ma anche in un clima di guerra continuo.

Il presidente e lo sfidante hanno entrambi scelto di chiudere la rispettiva convention con discorsi senza toni messianici, misurando le promesse – a parte i 12 milioni di posti di lavoro che, sbandierati dal suo vice Ryan, Romney non poteva rinnegare – e parlando, più che a quei sostenitori già acquisiti, ai moderati e agli indecisi, puntando sul linguaggio della verità e del realismo.

Obama cerca di rinnovare per altri quattro anni il suo patto con la classe media: dice, proprio come Romney, che è in gioco il futuro, che la scelta del 6 novembre sarà una scelta epocale, che ci vorranno anni per uscire dalla crisi. Ma lui cita Clinton e il new deal di Roosevelt, lo sforzo comune fatto per superare la crisi del ’29; e promette un patto per il lavoro fra le generazioni: “Datemi un altro mandato e vi porterò fuori dalla crisi, in un posto migliore”. Pare il titolo di un film; e, del resto, c’è molta Hollywood dietro Obama, anche sul palco della convention. Mentre Romney evoca il reaganesimo, ma senza esasperarne i toni – a quello, aveva pensato il suo vice.

Passate le convention, di cui molti si chiedono a che cosa ormai servano, perché i giochi sono già fatti e l’attenzione mediatica evapora nel week-end successivo, i sondaggi non indicano variazioni sostanziali e significative: Obama in testa, ma Romney vicino, spesso entro il margine d’errore dei rilevamenti; però il presidente è avanti allo sfidante in alcuni Stati incerti, quelli che davvero apriranno la porta della Casa Bianca.

La mappa costantemente aggiornata del sito 270t0win assegna a Obama 201 Grandi Elettori sicuri, a Romney 191. Gli incerti sono 146, quelli di 11 Stati: da Nord a Sud e da Est a Ovest, New Hampshire, Pennsylvania, Michigan, Ohio, Iowa, Wisconsin, Virginia, North Carolina, Florida, Colorado e Nevada. Le battaglie cruciali, ancora una volta, appaiono quelle dell’Ohio e della Florida.

Sorpresa d’ottobre
A deciderle saranno i tour e i comizi delle prossime otto settimane, ma soprattutto i quattro dibattiti televisivi, incluso quello fra i candidati vice presidenti. I dibattiti si terranno in Colorado, New York, Florida e Kentucky: Obama e Romney si affronteranno in tre occasioni in tre settimane. Ecco di seguito gli appuntamenti: 3 ottobre, dibattito presidenziale fra Obama e Romney all’Università di Denver, in Colorado, moderatore Jim Leher, caporedattore di Pbs Newshour (diviso in sei segmenti di 15 minuti l’uno); 11 ottobre, dibattito fra Joe Biden e Ryan al Centre College di Danville, in Kentucky, moderatrice Martha Raddatz di Abc News; 16 ottobre, dibattito presidenziale all’Università di Hofstra a Hempstead, nello stato di New York, moderatrice Candy Crowley della Cnn (sotto forma di assemblea in cui saranno i cittadini a porre le domande); 22 ottobre, terzo ed ultimo dibattito presidenziale all’Università di Lynn, a Boca Raton, in Florida, moderatore Bob Schieffer di Cbs News (diviso in sei segmenti da 15 minuti l’uno).

Giochi fatti, ma solo a quel punto. A meno che, di lì al 6 novembre, l’Election Day, non arrivi quella che tutti evocano, la ‘sorpresa d’ottobre, un mito delle presidenziali statunitensi.

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