IAI
Scandalo Wikileaks

Il dilemma di Assange

10 Set 2012 - Lorenzo Vai - Lorenzo Vai

Dopo 58 giorni di trepidante attesa tra le mura dell’ambasciata ecuadoriana a Londra, Julian Assange può tirare il primo sospiro di sollievo. Il 16 agosto il paese sudamericano gli ha concesso l’asilo politico chiesto per evitare l’estradizione in Svezia, dove due donne lo accusano di presunti abusi sessuali. Il grande timore per il cofondatore di Wikileaks era però la successiva e possibile estradizione verso gli Stati Uniti, dove sarebbe incriminabile (ad oggi non lo è ancora) per spionaggio, reato per il quale rischia fino alla pena capitale.

La momentanea salvezza di Assange è arrivata grazie all’aiuto di uno stato al centro di aspre critiche per i limiti imposti alla libertà di stampa dal suo presidente, Rafael Correa. La figura di Assange quale paladino della trasparenza dell’informazione e nemico dell’America “imperialista”, sembra piacere a diversi paesi fuori dal coro occidentale. Le strumentalizzazioni politiche in odor di propaganda a cui si presterebbe Assange per salvaguardare la propria libertà, rischiano tuttavia di fargli perdere qualcosa di altrettanto importante per la propria missione da attivista: la credibilità.

Rebus
La concessione dell’asilo politico da parte dell’Ecuador non ha risolto l’impasse diplomatico causato da Assange. Semmai lo ha aggravato. Il Regno Unito, che reputa Assange non un perseguitato politico ma un semplice indagato reo di aver infranto le disposizioni sulla libertà vigilata, ha risposto prontamente e con fermezza. La possibilità di un salvacondotto inglese, che permetta all’attivista di lasciare l’ambasciata e raggiungere l’aeroporto per volare in Sud America, è da escludere.

Il Foreign Office britannico ha persino paventato, in un primo momento, la possibilità di un’irruzione militare nella sede ecuadoriana per catturalo. Un’azione eclatante, in pieno contrasto con le norme pattizie che tutelano l’inviolabilità delle sedi diplomatiche (art. 22 della Convenzione sulle relazioni diplomatiche di Vienna del 1961). Le avventante e subito ritrattate dichiarazioni britanniche – seguite dalle ufficiali proteste svedesi nei confronti del paese sudamericano – hanno messo in luce due aspetti politici di rilievo. Il primo riguarda l’uso delle ambasciate, sempre più spesso diventate rifugi dell’ultima speranza per attivisti, dissidenti o criminali (dipende da che stato li si guardi), in cerca di una salvezza extra-giudiziaria via asilo politico. La Cina con i casi Chen Guangcheng e Wang Lijun lo sa molto bene. Una tendenza che il Regno Unito non vuole contribuire ad alimentare.

Il secondo aspetto riguarda l’acuirsi dei contrasti tra Londra e alcuni paesi latinoamericani, primo tra tutti l’Argentina del ringalluzzito nazionalismo del presidente Kirchner. La solidarietà mostrata all’Argentina da Ecuador e Venezuela per il mai risolto caso Falkland/Malvinas, e le loro solidali prese di posizione sul caso Assange, sembrano rientrare nella classica propaganda anti-imperialista adottata da molti governi latinoamericani, che alla prova dei fatti (nazionalizzazioni escluse) non ha mai intaccato più di tanto le ottime relazioni economiche con i paesi occidentali.

Intanto, se il Regno Unito è caparbiamente intenzionato ad arrestare Assange ed estradarlo appena proverà ad abbandonare l’Ambasciata, la Svezia non sembra propensa, come suggerito da Correa, ad interrogarlo all’interno della sede diplomatica. Un soluzione poco convenzionale che darebbe adito alle parole del ministro degli Esteri ecuadoriano Ricardo Patiño, per il quale in Svezia non ci sono le garanzie per celebrare un equo processo. Parole che, mutatis mutandis, ricordano le motivazioni brasiliane sulla mancata estradizione di Cesare Battisti.

Le mosse possibili non si esauriscono però qui. Assange avrebbe ancora una carta da giocare: il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Si tratterebbe di un “piano B”, un ricorso da presentare nel solo caso la Svezia decida per l’estradizione oltreoceano, opzione che, almeno a parole, Stoccolma ha recentemente dichiarato di non considerare.

Prezzo della libertà
La richiesta di asilo ha generato non solo una delicata situazione diplomatica, ma anche critiche dirette al capo di Wikileaks. L’Ecuador nella classifica mondiale sulla libertà di stampa stilata dalla Ong Freedom House, nel 2011, occupa il 106° posto, e la Commissione interamericana dei diritti dell’uomo ha più volte criticato gli attacchi rivolti da Correa a parte della stampa ecuadoriana, da egli considerata ingiuriosa e pericolosa per la democrazia.

Tra giornalisti condannati alla reclusione o a risarcimenti milionari, stazioni radiotelevisive chiuse, divieti di interviste per i media privati, ed un largo uso della pratica delle cadenas – con la quale i discorsi del presidente vengono trasmessi a rete unificate per ore – i dubbi sul rispetto della libertà d’informazione appaiono più che legittimi. Dubbi che non sembrano aver toccato, almeno in apparenza, l’hacker australiano, che ha conosciuto il presidente Correa durante il programma da lui condotto su Russia Today, canale televisivo internazionale finanziato dal governo russo. A chiudere il gruppo degli scomodi difensori di Assange ci pensano Cuba e Venezuela, tramite una dichiarazione congiunta di tutta l’Alba (l’Alleanza bolivariana per le Americhe) a supporto della protezione offerta dall’Ecuador.

Wikileaks ha sicuramente avuto il merito di mettere a nudo molte delle contraddizioni e ipocrisie che hanno caratterizzato la politica estera americana, ma la difesa del suo fondatore da parte di stati coinvolti in palesi violazioni delle stesse libertà da questi rivendicate, suggerisce il ricorso a strumentalizzazioni da parte di chi, nonostante tutto, trova utile difendere un personaggio scomodo a molti paesi occidentali. In che modo è possibile conciliare l’attivismo globale per la trasparenza dell’informazione, con la vicinanza (politica o economica) a stati che in questo campo giocano sul fronte opposto? La domanda per Assange è divenuta oggi un più ostico dilemma tra la sua libertà e la personale credibilità. Una scelta comunque destinata a procurargli nuovi problemi.

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