IAI
Verso una nuova legge

Come cambia la cooperazione italiana

25 Set 2012 - Gianfranco Cattai, Egizia Petroccione, Paolo Dieci - Gianfranco Cattai, Egizia Petroccione, Paolo Dieci

L’Italia deve puntare sempre di più oltre i confini nazionali, superando la tendenza all’introversione e valorizzando le sua numerose capacità di proiezione esterna. L’Italia deve portare la propria cultura solidale, personalista e creativa al centro del confronto internazionale e favorire sempre più lo sviluppo di nuovi legami tra paesi e comunità. Con un rinnovato protagonismo in Europa e con una nuova ampia visione del suo ruolo globale.

A sottolinearlo sono i coordinamenti delle Organizzazioni non governative (Ong) italiane in un documento presentato il 20 settembre a Roma “La cooperazione internazionale che vogliamo”. Il documento vuole fornire analisi e proposte sia al prossimo Forum della cooperazione internazionale, sia al Parlamento che sta rinnovando radicalmente la materia, tuttora inquadrata da una legge del 1987, quando il contesto internazionale era completamente diverso.

Salto culturale
La politica e le relazioni internazionali dell’Italia, paese che non ha obiettivi egemonici di potenza, non possono esprimersi che come rapporti di cooperazione, in ogni ambito di comune interesse, politico, economico, culturale, ambientale, della sicurezza etc.

Anche la cooperazione allo sviluppo deve divenire una componente qualificante delle relazioni internazionali del paese, dato che contribuisce ad incidere sulle dinamiche della globalizzazione per ridurre i problemi e le cause della povertà e degli squilibri globali, che rischiano di coinvolgerci tutti. È doverosa, per dare credibilità e riconoscimento politico al ruolo dell’Italia nel mondo ed è di vitale interesse stabilire relazioni di cooperazione con paesi che, se adeguatamente sostenuti, potrebbero non solo accelerare il processo di emancipazione economica e sociale ormai avviato, ma anche divenire partner preziosi in processi di sviluppo a vantaggio reciproco.

Si tratta, per l’Italia, di un salto culturale imposto dalla globalizzazione e indispensabile per interpretarne e gestirne i problemi e le opportunità. Le Ong parlano con l’autorevolezza acquisita in più di 60 anni di rapporti di solidarietà e di sforzo innovativo e attenti ai continui mutamenti dei contesti operativi. Il percorso di analisi delle Ong è stato rilanciato il primo marzo scorso con il messaggio programmatico: “La cooperazione internazionale dell’Italia: una risorsa da valorizzare, modernizzare, rilanciare”.

Scure sui fondi pubblici
La cooperazione allo sviluppo non è riuscita ad acquisire un ruolo centrale nella politica internazionale dell’Italia, fino ad essere ridotta ai minimi termini e ad essere spesso vissuta in modo strumentale e subalterno ad altre priorità, non sempre coerenti con una forte politica umanitaria e con la costruzione di solidi partenariati.

Insieme agli impegni non mantenuti, tale sottovalutazione, ha reso spesso ininfluente l’azione italiana, fino a logorarne l’immagine e la credibilità. La ritrovata affidabilità europea e internazionale dell’esecutivo Monti, deve ora portare ad un cambio di rotta, adeguando progressivamente gli stanziamenti agli impegni assunti a livello internazionale.

I dati riportati dalle Ong sono abbastanza impressionanti: gli stanziamenti per la cooperazione gestita dal Ministero degli affari esteri (Mae) negli ultimi quattro anni sono diminuiti dell’88%. Mentre a livello europeo la media degli stanziamenti per lo sviluppo ha superato lo 0,4% del Pil, l’Italia è, nella realtà, al di sotto dello 0,15%.

Priorità
La qualità della cooperazione allo sviluppo è una delle grandi preoccupazioni delle Ong, condivisa ormai dalle istituzioni e organizzazioni a livello internazionale. Essa può essere garantita solo assumendo un insieme di principi: la coerenza delle politiche ai fini dello sviluppo, la relazione di partenariato, l’ownership democratica dei paesi, comunità e soggetti partner, la verifica dell’efficacia degli aiuti e dello sviluppo, la garanzia dei finanziamenti, adeguati e senza discontinuità, la professionalità, la trasparenza e l’accountability di tutti gli attori della cooperazione, per renderne responsabilmente conto.

Quanto agli attori della cooperazione, le Ong invitano a distinguere tra i soggetti di relazioni internazionali, pur fondamentali, tra gruppi di persone, comunità, territori, al fine della reciproca conoscenza in rapporti di tipo sociale, politico, culturale, e i soggetti della cooperazione allo sviluppo, pubblici e privati, a cui è richiesto qualcosa di più impegnativo e vincolante: condividere le finalità, i principi, le modalità relazionali della cooperazione allo sviluppo, saper leggere e valorizzare le diverse realtà, dimostrare competenze e professionalità per il raggiungimento degli obiettivi, saper costruire partnership efficaci, mettersi in discussione e accettare verifiche e valutazioni.

L’Europa assumerà, nell’analisi delle Ong, un ruolo crescente nello sforzo di coerenza e coordinamento dell’insieme delle cooperazioni degli Stati membri, anche nel quadro di una divisione del lavoro concordata e delegata.

La dimensione europea dovrà in ogni caso trovare una maggiore attenzione e un crescente ruolo dell’Italia: più presente e attivo nella definizione delle politiche e scelte e nell’attuazione della cooperazione comunitaria; assumendo i principi e le linee politiche ed operative adottati a livello europeo. Lo stesso ruolo andrebbe ritrovato presto anche al livello delle cooperazioni multilaterali, dove l’Italia sta perdendo credibilità.

Strumenti istituzionali
Le Ong considerano l’istituzione del Ministro della cooperazione internazionale e dell’integrazione come un’innovazione positiva, perché ha ridato peso politico alla cooperazione allo sviluppo, come parte integrante e qualificante della politica internazionale dell’Italia. Sottolineano tuttavia che occorre mettere fine ai quindici anni di tentativi falliti di riforma legislativa, chiudendo definitivamente la fase della legge 49 del 1987. Le richieste, espresse da tempo, riguardano in particolare:

– una nuova legge già in questa legislatura, concludendo l’iter di approvazione al Senato del testo della Commissione esteri, recependo le proposte condivise che emergeranno dal Forum;
– un alto riferimento politico: ministro alla presidenza del Consiglio, con uno specifico dipartimento, o, in subordine, viceministro agli esteri, con delega sull’intera materia e partecipazione al Consiglio dei ministri;
– un comitato interministeriale, al fine di definire gli indirizzi e la programmazione e garantire la coerenza delle politiche ai fini dello sviluppo;
– un fondo che dia unitarietà ai capitoli di spesa per attività di cooperazione nei bilanci delle differenti amministrazioni;
– un comitato inter-istituzionale che valorizzi la soggettività degli attori pubblici e privati, profit e non profit, la loro capacità propositiva, favorendo l’approccio di sistema;
– un’agenzia attuativa, in ogni caso, distinguendo il momento politico-diplomatico da quello gestionale e garantendo professionalità e autonomia gestionale e procedurale pur nella severità della gestione;
– la piena valorizzazione dei soggetti pubblici e privati della cooperazione allo sviluppo, ed in particolare della specificità delle organizzazioni non governative che si sono distinte per competenza ed esperienza, anche con la messa in atto di misure fiscali e normative che ne facilitino e favoriscano l’azione.