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Usa 2012

Vice, Mitt ha l’imbarazzo della scelta

10 Ago 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Dick Cheney ha consigliato a Mitt Romney di non ripetere l’errore fatto, nel 2008, da John McCain al momento di scegliere il suo vice-presidente: McCain puntò su Sarah Palin, governatore dell’Alaska, e sbagliò, spiega Cheney alla Abc, perché Sarah mancava d’esperienza – e non solo, a dirla tutta. Cheney è uno che di vice se n’intende: quel mestiere, lui l’ha fatto per otto anni, dal 2001 al 2008, quando alla Casa Bianca c’era George W, Bush – Bush gli aveva chiesto di fargli da talent scout per quel ruolo e lui non aveva trovato altri di meglio che se stesso.

Il toto vice
La scelta del vice, che il candidato repubblicano Mitt Romney, mormone e moderato, deve ancora fare, è un passaggio importante, ma non decisivo, della campagna presidenziale. I nomi che circolano sui media sono ancora una dozzina o giù di lì – spesso, si tratta di autopromozione – ma quelli che meritano attenzione sono una manciata. E l’intervento di Cheney sembra proprio teso a ridurre le possibilità di outsider senza passato di spessore e senza neppure un presente particolarmente brillante, come i governatori del New Mexico Susana Martinez – qualità, è donna e ispanica – o quello della South Carolina Nikki Halei – qualità, è donna e ‘nativa americana’, cioè noi diremmo indiana.

Forse, Cheney ce l’ha pure col governatore del New Jersey Christ Christie, di cui s’è parlato assai in queste settimane – molto più che della Martinez e della Halei – e che pareva a un certo punto essere in ‘pole position’. Ma Christie, che il presidente del Consiglio Mario Monti ha recentemente incrociato a Sun Valley, nell’Idaho, a una convention di guru della Società dell’Informazione e magnati dei media, avrà un posto di primissimo piano nella convention repubblicana di Tampa, in Florida, dal 27 al 30 agosto: difficile, a quel punto, pensarlo nel ticket di Romney – verrebbe meno l’effetto sorpresa. A Tampa, Christie pronuncerà il discorso politico chiave, come fece Obama alla convention democratica del 2004: un ruolo che è un trampolino di lancio per un’eventuale candidatura presidenziale 2016.

La sortita di Cheney è stata invece interpretata come un assist a due figure grigie ma solide: Rob Portman, senatore dell’Ohio, e Tim Pawlenty, governatore del Minnesota e già candidato alla nomination repubblicana (rinunciò, però, prima ancora che la conta dei voti cominciasse). Sia Portman che Pawlenty potrebbero aiutare Romney a conquistare l’Ohio, uno degli Stati chiave di Usa 2012.

Ma il toto vice non si ferma qui – non passa settimana senza che un media annunci che Romney ha scelto e che sta per fare il suo annuncio: circolano ancora i nomi di Marco Rubio, un senatore della Florida vicino al Tea Party, che è sostenuto da Jeb Bush, l’ex governatore della Florida, figlio e fratello di ex presidenti; del deputato del Michigan Paul Ryan; e, soprattutto, di Condi Rice, la favorita dell’establishment del partito. Mentre la Casa Bianca non crede che il generale David Petraeus, protagonista dei conflitti in Iraq e in Afghanistan, poi chiamato da Obama a capo della Cia, possa schierarsi al fianco di Romney, come taluni ipotizzano, nonostante le smentite. Su blog e giornali, non c’è più quasi traccia, invece, dell’ex senatore Rick Santorum, l’ultra-conservatore cattolico che è stato l’antagonista principale di Romney per la nomination, o della deputata Michele Bachmann, messa fuori gioco dalle sue gaffes e dalla sua impreparazione.

Lo status quo
A meno di tre mesi dall’Election Day negli Stati Uniti, il 6 novembre, l’attesa del vice di Romney anima una gara quasi in surplace: il presidente Barack Obama resta in testa nelle intenzioni di voto degli americani, stando agli ultimi sondaggi pubblicati, e si conferma dunque favorito rispetto al suo rivale. Il più recente rilevamento Washington Post / Abc attribuisce ad Obama 53% d’opinioni favorevoli, contro 40% a Romney; mentre il 43% degli intervistati ha un’opinione negativa del presidente, contro il 49% dello sfidante.

Obama fa meglio dell’avversario fra gli elettori indipendenti, quelli cioè non dichiaratamente repubblicani o democratici, il che conferma la sua maggiore capacità di fare presa sull’elettorato di centro. Il presidente, invece, è in difficoltà con gli elettori ‘transfughi’, quelli cioè delusi dall’esito del suo mandato; e lui se la prende con i media, che darebbero poco spazio ai risultati conseguiti.

Un altro sondaggio della Quinnipiac University di New York, per conto del New York Times e della Cbs, si concentra, settimana dopo settimana, sugli Stati in bilico, quelli che oscillano tra democratici e repubblicani. L’ultimo rilevamento dà Obama in vantaggio su Romney in due Stati chiave per l’assegnazione della Casa Bianca, il Wisconsin e la Virginia, mentre il presidente è indietro nel Colorado.

Secondo gli esperti, gli Stati chiave sono quest’anno una decina, al massimo una dozzina. A fine luglio, lo stesso sondaggio aveva tastato il polso degli elettori di Florida, Ohio e Pennsylvania: anche lì il presidente era nettamente in testa sul rivale. Dal 1960, nessun presidente è stato eletto senza averla spuntata in almeno due di questi tre Stati.

Obama il problema del vice non ce l’ha, a meno di non volerselo creare: Joe Biden, già senatore di lungo corso del piccolo Delaware, è quasi perfetto in quel ruolo, dove non gli fa ombra e non fa neppure danni e dove offre un’immagine rassicurante se mai dovesse un giorno assumersi una responsabilità maggiore.

Eppure c’è chi pensava a un avvicendamento tra Biden e Hillary Clinton, avversaria di Obama per la nomination 2008, poi per quatto anni segretario di Stato quasi inappuntabile. La Clinton ha già fatto sapere che lascerà l’incarico, anche se il presidente dovesse ottenere un secondo mandato: alcuni suoi recenti atteggiamenti rilassati sembrano indicare che abbia voglia di ‘staccare’, almeno per un po’, salvo poi valutare se ricandidarsi alla nomination nel 2016, nonostante l’età cominci a essere un handicap.

Giorni fa, in Sud Africa, a un party in suo onore, s’era esibita in una danza su un ritmo africano; e, ad aprile, a Cartagena, in Colombia, dove si teneva il Vertice delle Americhe, fu fotografata mentre ballava la salsa in un bar cubano con il suo seguito. In un’intervista televisiva, la Clinton ha detto: “Mi sento sollevata perché sono a un punto della mia vita che se voglio mettermi gli occhiali da “catwoman” lo faccio e se voglio tirarmi i capelli indietro lo faccio”.

Se questo è lo stato d’animo di Hillary, bisogna rinunciare al gioco pur suggestivo delle coppie incrociate: Obama e la Clinton da una parte; Romney e la Rice dall’altra; il nero e la donna bianca; il bianco e la donna nera. Condoleezza, prima consigliere per la sicurezza di Bush jr, poi segretario di Stato, darebbe solidità e robustezza al ticket repubblicano e porterebbe in dote al candidato presidenze competenza internazionale e pure un tocco conservatore. Ma chi ne osteggia la scelta obietta che non ha mai affrontato un test elettorale e non ha un serbatoio di voti in cui pescare.

Però, se il blog Politico.com punta su Portman, un sondaggio di Fox News, l’emittente “all news” vicina ai repubblicani, dice che la favorita degli elettori registrati repubblicani sarebbe proprio la Rice, ben davanti a Rubio e a Christie e Ryan, entrambi sotto il 10%. La Rice farebbe anche risalire, se prescelta, le quotazioni presidenziali di Romney e, a priori, non sfigurerebbe di sicuro nel dibattito televisivo di cui i due vice saranno protagonisti: il momento forte della loro campagna, l’11 ottobre al Centre College di Danville in Kentucky.

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