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Usa 2012

Romney sceglie un giovane ‘falco’

12 Ago 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Non è stata una sorpresa, perché il suo nome compariva da tempo in tutte le liste di ‘papabili’. Ma non è stata neppure una scelta scontata, perché, fino all’ultimo, la rosa era fluida. Paul Ryan, deputato del Wisconsin, è il vice di Mitt Romney, candidato repubblicano alla Casa Bianca: un giovane – ha 42 anni-, bello come un attore, conservatore, cattolico – e, come tale, contro l’aborto e le unioni dei gay, vicino al Tea Party, alfiere del rigore e autore di un progetto di bilancio draconiano bloccato in Congresso.

Il ticket Romney-Ryan ha elemento di forza indubbi. Con Ryan, Romney consolida le sue posizioni sui fronti conservatore e religioso: lui, così, potrebbe ora cercare di spostare al centro la sua campagna, che fatica, fin qui, ad attrarre gli elettori indecisi e, soprattutto, gli indipendenti. Ryan, poi, viene dal Wisconsin, uno degli Stati in bilico cruciali: i sondaggi danno il presidente davanti allo sfidante a livello nazionale, con margini però risicati, ma indicano che Obama fa meglio di Romney in vari Stati chiave, come Ohio, Pennsylvania, Virginia, Florida e proprio Wisconsin. Portarglielo via, per Romney sarebbe essenziale.

Ma alla coppia repubblicana manca pure qualcosa: ad esempio, l’esperienza internazionale; e, ancora, un tocco etnico, che poteva fare pensare a un ispanico o a un nero; e, pure, quello ‘di genere’, che poteva suggerire una donna. Fra i ‘finalisti’, c’erano, e non a caso, un’ispanica – la governatrice del New Mexico Susana Martinez, un’indiana d’America –la governatrice della South Carolina Nikki Halei e una nera – l’ex segretario di Stato Condoleezza Rice, che avrebbero coperto Romney su tutti e tre i fronti deboli.

Pro e contro
E se Ryan può sottrarre a Obama qualche consenso elettorale femminile, presta però il fianco all’attacco subito venuto dalla Casa Bianca: Mitt aggiunge un posto a tavola per un amico dei paperoni d’America, cui vuole abbonare le tasse come fece George W. Bush. Volto asciutto, quasi scavato, fisico slanciato, sposato con tre figli, Ryan, dotato di carisma, anche se relativamente poco noto a livello nazionale, è giovane, ma non è politicamente di primo pelo: è già stato eletto sette volte alla Camera, dove ha quindi trascorso quasi 14 anni, e ne è dall’anno scorso uno dei membri più influenti, avendo assunto la presidenza della commissione bilancio, dove porta avanti la sua ricetta anti-debito. Nel discorso d’accettazione dell’investitura, Ryan, che ha talento nel fare campagna, ha sostenuto: “La disoccupazione elevata, i redditi in calo, il debito schiacciante non devono costituire la nuova regola” degli Stati Uniti.

Il ticket repubblicano, insomma, gioca tutto sull’economia, che resta l’unico tema forte di Usa 2012. Scegliendo Ryan, Romney non avrà magari fatto un errore: questo si vedrà. Ma, presentandolo, un errore l’ha sicuramente fatto: il candidato repubblicano alla Casa Bianca, ha infatti introdotto con un lapsus il suo vice: “Diamo il benvenuto al prossimo presidente degli Stati Uniti”, ha detto, annunciando la sua scelta a Norfolk in Virginia. Poi è scoppiato in una risata e ha ammesso la gaffe, che, però, ha un precedente illustre (e di buon auspicio): nel 2008, presentando a Springfield, nell’Illinois, il suo vice, Joe Biden, anche Barack Obama fece lo stesso lapsus. E, poi, vinse.

Il 6 novembre, l’Election Day, sapremo se la storia si ripete. Per ora, sappiamo che Romney ha messo termine a mesi di voci e di pressioni, puntando sul deputato del Wisconsin. A favore di Ryan, o di qualcuno come lui, s’era pronunciato Dick Cheney, preoccupato che i repubblicani non ripetessero l’errore fatto, nel 2008, da John McCain, che puntò come vice su Sarah Palin, governatore dell’Alaska: uno sbaglio, spiegava Cheney alla Abc, perché Sarah mancava d’esperienza – e non solo, a dirla tutta. Cheney è uno che di vice se n’intende: quel mestiere, lui l’ha fatto per otto anni, dal 2001 al 2008, quando alla Casa Bianca c’era George W, Bush – Bush gli aveva chiesto di fargli da talent scout per quel ruolo e lui non aveva trovato altri meglio di se stesso.

Toto vice repubblicano
La scelta del vice è un passaggio importante, ma raramente determinante, della campagna presidenziale. Fino a sabato, i nomi che circolavano erano ancora una dozzina o giù di lì – spesso, però, si trattava d’autopromozione. L’intervento di Cheney pareva proprio teso a ridurre le chances di outsider senza passato di spessore e senza neppure un presente particolarmente brillante, come la Martinez o la Halei.

La sortita di Cheney era stata invece interpretata come un assist a due figure grigie ma solide: Rob Portman, senatore dell’Ohio, e Tim Pawlenty, governatore del Minnesota e già candidato alla nomination repubblicana (rinunciò, però, prima ancora che la conta dei voti cominciasse). Ma il toto vice non si fermava qui: c’era Marco Rubio, un senatore della Florida vicino al Tea Party, sostenuto da Jeb Bush, l’ex governatore della Florida, figlio e fratello di ex presidenti; e c’era, soprattutto, la Rice, la favorita dell’establishment del partito. Mentre la Casa Bianca non credeva che il generale David Petraeus, protagonista dei conflitti in Iraq e in Afghanistan, poi chiamato da Obama a capo della Cia, potesse schierarsi al fianco di Romney, come taluni ipotizzavano, nonostante le smentite.

Un discorso a parte merita il governatore del New Jersey Christ Christie, che pareva a un certo punto essere in ‘pole position’. Christie, che il presidente del Consiglio Mario Monti ha recentemente incrociato a Sun Valley, nell’Idaho, a una convention di guru della hi-tech e di magnati dei media, avrà un posto di primissimo piano nella convention repubblicana di Tampa, in Florida, dal 27 al 30 agosto, dove pronuncerà il discorso politico chiave, come fece Obama alla convention democratica del 2004: un ruolo che è un trampolino di lancio per un’eventuale candidatura presidenziale 2016.

La Clinton abbandona?
Obama il problema del vice non ce l’ha, a meno di non volerselo creare: Joe Biden, già senatore di lungo corso del piccolo Delaware, è quasi perfetto in quel ruolo, dove non gli fa ombra e non fa neppure danni e dove offre un’immagine rassicurante se mai dovesse un giorno assumersi una responsabilità maggiore. Eppure c’è chi pensava a un avvicendamento tra Biden e Hillary Clinton, avversaria di Obama per la nomination 2008, poi per quatto anni segretario di Stato quasi inappuntabile. La Clinton ha già fatto sapere che lascerà l’incarico, anche se il presidente dovesse ottenere un secondo mandato: alcuni suoi recenti atteggiamenti rilassati sembrano indicare che abbia voglia di ‘staccare’, almeno per un po’, salvo poi valutare se ricandidarsi alla nomination nel 2016, nonostante l’età cominci a essere un handicap.

Giorni fa, in Sud Africa, a un party in suo onore, s’era esibita in una danza su un ritmo africano; e, ad aprile, a Cartagena, in Colombia, dove si teneva il Vertice delle Americhe, fu fotografata mentre ballava la salsa in un bar cubano con il suo seguito. In un’intervista televisiva, la Clinton ha detto: “Mi sento sollevata perché sono a un punto della mia vita che se voglio mettermi gli occhiali da catwoman lo faccio e se voglio tirarmi i capelli indietro lo faccio”. Lo stato d’animo di Hillary e la scelta di Romney ci costringono a rinunciare al gioco pur suggestivo delle coppie incrociate: Obama e la Clinton da una parte; Romney e la Rice dall’altra; il nero e la donna bianca; il bianco e la donna nera.

Saranno, quindi, Biden e Ryan ad affrontarsi nel dibattito televisivo che sarà il momento forte della loro campagna, l’11 ottobre al Centre College di Danville in Kentucky.

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