IAI
Commercio degli armamenti

Obama a passi di gambero sul disarmo

7 Ago 2012 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

Sorprendentemente, e nonostante una lunga preparazione, non è andato in porto, all’ultimo momento, il negoziato sul Trattato sul commercio degli armamenti (Arms Trade Treaty – Att). Ad assumersene la responsabilità sono stati gli Stati Uniti. Al termine di quattro settimane di febbrili negoziati a New York, il vice sottosegretario di Stato per gli affari politico-militari, Tom Countryman (ben conosciuto in Italia per esser stato responsabile degli affari politici presso l’Ambasciata americana a Roma) ha invocato la mancanza di tempo quale motivo per chiedere il rinvio sine die della conclusione della trattativa.

In un periodo in cui languono i fori negoziali sul disarmo, tutti puntavano sull’Att per una boccata di ossigeno. La delusione è grande e può apparire singolare che sia stata proprio l’amministrazione Obama, tradizionale paladina del disarmo e della non-proliferazione, ad assumersi apertamente questa responsabilità levando le castagne dal fuoco ad altre delegazioni che più degli Stati Uniti avevano difficoltà con il nuovo trattato.

Logica umanitaria
L’Att non è propriamente un accordo di disarmo; da esso non dovrebbe scaturire alcuna vera e propria riduzione degli armamenti. Esso rientra invece nella categoria del controllo degli armamenti, nel senso che mira a stabilire regole universali nel settore del commercio delle armi laddove sinora vigono solo autolimitazioni unilaterali o stipulate tra gruppi di paesi likeminded. È questo, ad esempio, il caso della legge 185 del 1990, che disciplina le esportazioni italiane di materiale bellico, considerata una delle più avanzate a livello mondiale.

Il trattato si riferisce esclusivamente alle armi convenzionali; sono pertanto escluse in partenza le armi nucleari, chimiche e biologiche che rientrano nella categoria delle armi di distruzione di massa e sono sottoposte a normative diverse.La ratio di fondo del nuovo accordo è umanitaria: le armi convenzionali sono quelle che oggi causano il maggior numero di vittime e di sofferenze (la stima approssimativa è di 300.000 vittime all’anno… il doppio, ogni anno, delle vittime di Hiroshima!!!).

Ma sussistono anche importanti motivazioni strategiche collegate con la natura prevalentemente offensiva delle armi contemplate (veicoli blindati, artiglieria pesante, velivoli da attacco, navi da guerra e missili) e con l’ esigenza di impedire la destabilizzante esportazione di tali armi verso zone di conflitto, paesi sotto embargo delle Nazioni Unite, situazioni di violazioni di diritti umani e genocidio.

Società civile
È rimasta nell’incertezza, sino all’ultima ora, l’inclusione delle armi piccole e leggere (Small and light weapons – Salw,) forse meno rilevanti sotto il piano militare ma certamente molto significative sul piano umanitario. Arrivare ad un passo dall’intesa su una materia cosi sensibile non era stato facile poiché le esportazioni ed importazioni di armi costituiscono un terreno custodito gelosamente nella sfera di sovranità degli stati.

Aveva agevolato la trattativa il fatto che alcuni tra principali stati esportatori (soprattutto occidentali) già sottopongono a stretta disciplina le proprie forniture ed hanno interesse ad allargare al resto del mondo le restrizioni cui si sono sottoposti. Non si può sottacere il ruolo crescente della società civile e organizzazioni non governative attive soprattutto sul piano umanitario. La possibile inclusione delle armi piccole e leggere aveva alimentato l’interesse dei paesi africani, afflitti dalla piaga di tali armamenti.

La principale preoccupazione degli americani era che non venisse scalfita dall’Att la disposizione costituzionale sul diritto dei cittadini Usa al porto delle armi. Nessuno si sognava di toccare questo noto tabù statunitense. Ciononostante, la logica elettoralistica ha evidentemente prevalso sugli ideali e la mancanza di tempo, in parte dovuta all’avvio della sessione ritardato da una controversia sullo status palestinese, ha suggerito all’ amministrazione Obama di non correre il rischio di farsi crocifiggere dall’ opposizione.

Continuità
Un accordo affrettato avrebbe infatti offerto il destro ai conservatori, ossessionati, nonostante il ripetersi degli eccidi, dall’ intangibilità del secondo emendamento, di mettere in difficoltà Obama durante la campagna. L’amministrazione si dichiara pronta a riprendere la trattativa il prossimo anno. Ma tutto dipende ormai dall’esito delle elezioni americane. Un’amministrazione repubblicana sicuramente farebbe naufragare l’Att. La migliore chance per una sopravvivenza del negoziato si fonda dunque proprio sulla sopravvivenza dell’amministrazione che lo ha oggi affossato. E senza gli americani molti dei principali esportatori non verrebbero a bordo ed un accordo Att non avrebbe più senso.

.