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Ruolo della Nato

Libia in cerca di trasparenza

3 Ago 2012 - Karim Mezran, Fadel Lamen - Karim Mezran, Fadel Lamen

Lo svolgimento regolare e pacifico delle recenti elezioni politiche in Libia è stato salutato dai media occidentali come un grande successo. Il fatto che esse siano state vinte dalla coalizione guidata dall’ex primo ministro Mahmoud Jibril, ritenuto laico e liberale, aggiunge al successo una nota politica.

La Nato ha acquisito un ampio credito tra la popolazione libica per il suo sostegno alla rivoluzione e alla battaglia che ha rovesciato il regime di Muammar Gheddafi. Per mantenere tale sostegno, i paesi dell’Alleanza Atlantica devono affrontare un caso che ha suscitato molta sensazione in Libia: l’assassinio del Generale Abdel Fattah Younes, il 28 luglio 2011.

Insinuazioni
Il Generale è stato un alleato di lungo corso di Gheddafi, del cui governo era stato ministro dell’Interno e, fino alla defezione nel febbraio 2011, Comandante delle forze speciali lealiste libiche. Da allora la sua figura è divenuta fondamentale per la rivoluzione, per la sicurezza della città di Bengasi e per la credibilità della forza militare dei ribelli. Younes aveva ottenuto un sostegno immediato da parte delle forze occidentali per la sua leadership militare sul campo, a fianco del leader politico Mustafa Abd el-Jalil.

La popolarità e il ruolo ricoperto nella rivoluzione dal Generale Younes spiegano il sentimento di disperazione provato dai rivoluzionari nell’apprendere del suo assassinio, attribuito a una presunta milizia islamista. Tale milizia faceva parte del contingente inviato dal ministro del Consiglio nazionale di transizione Ali Issawi, per arrestare Younes con l’accusa di essere un agente legato al vecchio regime a scapito dell’azione dei ribelli.

In un programma televisivo andato in onda recentemente e molto seguito in Libia, dedicato all’omicidio di Younes e all’assenza di un’indagine seria, molti libici – tramite Twitter ed e-mail – hanno sostenuto che dietro l’omicidio del Generale ci sia stata la Nato. La ragione addotta si fonda sulla convinzione che i paesi occidentali temevano la leadership militare del Generale in quanto quest’ultimo si poteva schierare contro i loro interessi e il loro protetto, Mustafa Abd el-Jalil.

Trasparenza
Poiché le voci sono facili da diffondere, è fondamentale che questa assurda teoria venga immediatamente rigettata. I paesi della Nato sono stati probabilmente i primi a rammaricarsi per l’assassinio, in quanto – contrariamente alla teoria della cospirazione – erano a favore di un esercito dei ribelli unito che potesse non solo sconfiggere il regime di Gheddafi, ma mantenere l’ordine nel paese dopo la vittoria ed evitasse frammentazione in dozzine di milizie cui invece si assiste oggi.

I colpevoli sono certamente altri, da ricercare sia in Libia, in particolare tra coloro che sono stati avvantaggiati dalla scomparsa di questa figura carismatica, sia all’estero, tra quegli stati che desideravano l’egemonia nella rivoluzione libica a spese dei paesi occidentali.

Il sistema giudiziario libico, come dimostra l’anno di ritardi e rinvii, non è in grado di condurre un’indagine rigorosa e indipendente. Tuttavia, per ragioni di giustizia e politica, far luce su questo caso rimane una priorità. Dato lo stato attuale delle cose, il solo modo di procedere per ottenere giustizia è istituire una commissione indipendente con il sostegno internazionale e pieni poteri di indagine.

Senza andare troppo lontano, basterebbe prendere ad esempio la International Independent Investigations Commission istituita per indagare l’assassinio di Rafik Hariri in Libano. Tale strumento costituirebbe un passo nella giusta direzione della collaborazione tra le nuove istituzioni libiche e la comunità internazionale.

Ritorsioni
Il tema acquista inoltre ulteriore rilevanza alla luce dei disordini e dei preoccupanti sviluppi emersi recentemente nelle regioni orientali del paese. Nelle scorse settimane sono stati uccisi molti ex ufficiali del regime di Gheddafi, tra i quali Suleiman Buzraidah, veterano e funzionario dei servizi di intelligence militare tra i primi a collaborare con il National Transitional Council (Ntc), ucciso il 28 luglio.

Inoltre, il 29 luglio un gruppo di uomini ha fatto fuoco sul convoglio su cui viaggiava il generale Khalifa Hafter, comandante delle forze libiche di terra. Contrariamente a Buzraidah, il Generale Hafter è rimasto illeso. Contemporaneamente una bomba di 60 kg è stata ritrovata nelle cantine del Tibesti Hotel di Benghazi. Voci attribuiscono la paternità a un gruppo islamista sconosciuto che avrebbe una lista di 106 obiettivi tra i nomi dell’era Gheddafi.

A questa ipotesi è stato obiettato che il generale Hafter ha abbandonato il regime di Gheddafi da più di 26 anni. Mentre questo potrebbe essere vero, rimane il fatto che molti libici lo considerano responsabile della morte di centinaia di cittadini che furono reclutati con la forza per combattere in Ciad la guerra scatenata da Gheddafi negli anni Ottanta, nella quale Hafter era comandante in capo.

Inoltre si vocifera in Libia che, negli ultimi anni, Hafter sia stato in contatto con il precedente regime da cui avrebbe ricevuto sostegno economico su base mensile. Che tutto ciò sia vero o no, non vi è dubbio che il tentativo di ucciderlo sia coerente con la teoria in questione. Un’altra ipotesi vedrebbe gli esuli del regime organizzare gli omicidi per disseminare panico e incertezza. Giacché sia gli islamisti sia i seguaci di Gheddafi condividono i medesimi obiettivi nel breve periodo, ossia la vendetta e la destabilizzazione del paese, vi è la possibilità è che entrambe le ipotesi siano reali.

In ogni caso, questi sviluppi richiedono accertamenti trasparenti. Il deterioramento piuttosto rapido della sicurezza in Libia è un rischio per il proseguimento della transizione democratica. La formazione di una commissione internazionale d’inchiesta sull’omicidio del generale Younes rappresenterebbe un segnale forte sulla ferma volontà della comunità internazionale di sostenere il processo di transizione in Libia e la ferma opposizione alla violenza e al terrorismo.