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Nuovo erede al trono

Se vacilla l’Arabia Saudita

9 Lug 2012 - Elena Maestri - Elena Maestri

La nomina, a giugno, del nuovo principe ereditario in Arabia Saudita, Salman ibn Abdulaziz, è avvenuta in un momento in cui, il paese, nonostante varie difficoltà, sembra stia prendendo consapevolezza sia delle crescenti difficoltà economiche e sociali, sia delle pressioni regionali e internazionali verso una maggiore apertura e cambiamento.

L’Arabia Saudita, in effetti, sta cercando di consolidare un dialogo strategico con i principali partner internazionali per far fronte all’instabilità regionale seguita alla “primavera araba” e al conseguente rafforzamento delle tensioni tra sciiti e sunniti. Queste ultime hanno avuto dei riflessi evidenti anche nella provincia orientale del paese, dove la minoranza sciita duodecimana, che rappresenta tra il 6 e il 12 per cento popolazione totale del Regno, non è rimasta immune dalle turbolenze del vicino Bahrein, dove la questione delle riforme politiche si intreccia in modo complesso e sottile con il consolidamento di una rete transnazionale sciita sempre più influente.

Ristrutturazione
Le inquietudini di una fase tanto delicata, pur ponendo l’Arabia Saudita di fronte a nuovi rischi, non possono tuttavia non tenere in conto anche le importanti potenzialità che si aprono. Molto dipenderà dalla capacità della classe dirigente di rispondere alle esigenze e alle crescenti frustrazioni della popolazione, espresse soprattutto da un ceto medio che aspira a servizi sociali migliori, a più attente politiche per il lavoro e per l’ambiente, e ad una pubblica amministrazione meno segnata dalla corruzione e dalla wasta (favoritismi fondati sulle conoscenze).

Queste sono infatti le priorità di buona parte dei sauditi, molto meno sensibili che non altrove all’idea di aperture politiche in senso “democratico”, e ancora piuttosto impreparati, nell’insieme, all’abolizione di quei “vincoli sociali tradizionali”, quali il divieto di guida per le donne, per altro più osteggiati dalle elites politiche che non dalla effettiva maggioranza del paese.

Si tratta di sfide che nascono da una realtà sempre più globalizzata, che ha investito appieno anche il Regno saudita, e che richiede risposte efficaci non solo da parte del governo, ma anche della società civile e del settore privato, in un quadro di integrazione con gli altri paesi del Gulf Cooperation Council (Gcc), come sottolineato, tra l’altro, anche nel corso della prima conferenza internazionale organizzata a maggio dalla Facoltà di Economia e Amministrazione dell’Università Re Abdulaziz di Jeddah.

Riforme
Su questo sfondo, il giudizio sull’attuale erede al trono, ritenuto da più parti il più adeguato a gestire la delicata fase di transizione dei prossimi anni, non può ignorare l’abilità politica da lui dimostrata nel lungo periodo in cui è stato governatore di Riyadh: riuscire a mantenere aperto un canale di comunicazione costante con la popolazione attraverso un majlis (sistema tradizionale di udienze) non è un aspetto da sottovalutare in un contesto fortemente segnato dall’autoreferenzialità della politica.

In questo quadro, le prospettive di un avanzamento delle riforme avviate da re Abdullah sembrerebbero destinate ad accrescersi, sia pure con gradualità. La preparazione della nuova generazione degli Al Saud alla successione sarà certo un altro compito arduo per Salman, consapevole che il “buon governo”, richiesto oggi più insistentemente, non può prescindere da una ristrutturazione complessiva del sistema amministrativo.

In una realtà economica ancora dominata dal settore petrolifero e costretta sempre più a far fronte a una serie di problematiche economiche e sociali – dalla crescente disoccupazione giovanile in un paese in cui il 32 percento circa dei locali ha meno di quindici anni, all’ancora troppo bassa percentuale di Investimenti diretti esteri (Ide), alla questione dell’inquinamento ambientale, al basso livello di investimenti in ricerca e sviluppo, al permanere di evidenti carenze sul piano dell’istruzione e della formazione, allo scarso supporto istituzionale alle Piccole e medie imprese (Pmi), peraltro sempre più vitali – le politiche volte a rafforzare il processo di diversificazione acquistano nuova centralità nei dibattiti interni.

Risorse umane
Con una popolazione che, agli attuali tasso di crescita, potrebbe raggiungere i cinquanta milioni di abitanti in meno di venticinque anni, la questione demografica si intreccia quindi sempre più al “il fattore risorse umane”, inteso sia come formazione sia come inserimento nel mondo del lavoro di giovani uomini e donne, con ripercussioni anche sull’ancora preponderante presenza di lavoratori immigrati nel settore produttivo.

La realizzazione di grandi progetti economici e per la formazione, come la creazione di nuove “città industriali ed economiche” (si pensi alla King Abdullah Economic City nei pressi di Jeddah, o università concepite come punto d’incontro tra il settore della ricerca scientifica e il settore industriale, quali la King Abdullah University for Science and Technology) sono progetti pilota di sicuro interesse. Ma necessitano, tuttavia, di un maggior supporto delle istituzioni per esercitare un impatto più evidente nel sociale, in coordinamento oggi scarso o del tutto inesistente con il sistema scolastico statale nel suo complesso.

Al-Ghofaili, sottosegretario per gli affari economici presso il Ministero delle finanze, in un recente intervento ha sottolineato “la solidità dell’economia saudita”, citando un significativo tasso di crescita del 6,8 per cento nell’ultimo anno – il più elevato dal 2003 – con un’ascesa del settore non-petrolifero che si aggira intorno all’8.3 per cento. Il dato di per sé è incoraggiante, ma rappresenta solo un primo passo in una direzione tesa al superamento del “rentierismo”, che ripropone l’importanza di una gestione attenta e responsabile, in grado di rispondere adeguatamente alle spinte evolutive e, nel contempo, di fornire garanzie di stabilità e sicurezza nell’interesse di tutti.

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