IAI
Industria della difesa

Riorganizzare Finmeccanica

16 Lug 2012 - Michele Nones - Michele Nones

Quando nel 2000 Finmeccanica viene privatizzata, il valore delle sue attività industriali è considerato dal mercato quasi nullo. Solo il “regalo” della partecipazione italiana nella società italo-francese STMicroelectronics da parte dell’Iri rende appetibile il suo titolo in borsa e consente di trovare investitori per acquisirne il 70%. Era a tutti chiaro che solo una profonda riorganizzazione e razionalizzazione poteva dare più solide basi e maggiore efficienza a questo Gruppo. Già da alcuni anni nei diversi piani strategici via via elaborati era stato costantemente indicato che solo una forte crescita nell’aerospazio, sicurezza e difesa avrebbe consentito a Finmeccanica di diventare un attore mondiale in questo settore.

Occasioni perse
In quest’ottica erano in molti ad essere convinti che fosse necessario uscire da quelle attività civili (energia e trasporti) che non avevano e non hanno alcuna sinergia con le altre. Di qui anche l’ipotesi di una Finmeccanica 2, che raggruppasse le varie Ansaldo e Fincantieri (in realtà sarebbe stata una Ansaldo 2 o, caso mai, una Finmeccanica 1 visto che il perimetro delle previste attività avrebbe corrisposto a quelle che storicamente avevano caratterizzato ambedue le società ai loro inizi).

Le dismissioni non sono però mai state realizzate. Vi sono sempre state “buone” ragioni per non farlo (necessità di risanarle per renderle più appetibili, mancanza di potenziali investitori italiani ed esteri, basso corso dei titoli azionari, etc.), ma in realtà due sono stati gli ostacoli insuperabili:
1) L’opposizione del mondo politico e sindacale sia per timori occupazionali sia per non rinunciare a strumenti di potere o comunque attività influenzabili (e, qualche volta, poltrone).
2) La preoccupazione dei vertici di Finmeccanica di perdere la massa critica indispensabile per essere considerato un grande gruppo a livello europeo e mondiale (entrando così in quelle classifiche internazionali che ne hanno esaltato l’immagine soprattutto a livello nazionale).

Al contrario, Finmeccanica ha continuato a crescere acquisendo le imprese private che si rendevano disponibili attraverso la monetizzazione del “tesoretto” STMicroelectronics: in alcuni casi in un’ottica di rafforzamento delle proprie attività (Westland, Aermacchi, Marconi Communications), in altri estendendo il ventaglio produttivo (Telespazio, Marconi Avionics, Avio). Di fatto, però, il baricentro si è, comunque, sempre più spostato verso aerospazio, sicurezza e difesa (a parte l’acquisto di Fata).

Ovviamente, fino a quando si è sostenuto che Finmeccanica andava a gonfie vele, i due ostacoli si sono alimentati a vicenda. Soprattutto l’azionista pubblico è stato sordo in tutti questi anni ai segnali che ripetutamente gli sono arrivati e si è ben guardato dall’indicare una strategia di consolidamento attorno al core business, con la conseguente razionalizzazione delle attività di Finmeccanica. Una spirale perversa fra politici che non volevano problemi, sindacati che difendevano l’oggi e non il domani, banche e investitori che non volevano svalutare i loro investimenti, manager che per venire confermati non dovevano creare problemi e che puntavano solo a rinviare ogni decisione “negativa” ai loro successori.

Scelte dolorose
Nell’ultimo anno la situazione è radicalmente cambiata. Il progressivo riconoscimento di un’incredibile perdita (2,3 miliardi di euro), prodotta dai precedenti errori industriali e dal maquillage dei bilanci, ha creato le premesse per realizzare la strategia originale. Il problema non va visto, infatti, solo sul piano finanziario in termini di riduzione del debito e delle perdite (per lo meno per Ansaldo Trasporti), ma anche, e forse soprattutto, sul piano strategico per l’impossibilità di assicurare i nuovi investimenti e il supporto necessari ad assicurare l’innovazione di prodotto e di processo, favorire la crescita e una maggiore penetrazione sul mercato internazionale (per Ansaldo Energia e Ansaldo Sts). In altri termini, queste società stanno rischiando il loro futuro.

Di qui la necessità di trovare altri investitori finanziari (ma di questi tempi sono merce rara) o partner industriali in grado di valorizzare tali società all’interno di gruppi di dimensioni mondiali nei loro settori di attività. Come sempre, il non aver saputo e/o voluto affrontare i problemi quando la situazione generale era più favorevole e si poteva agire senza fretta, rischia oggi di far pagare un prezzo ancora più alto (e analogo insegnamento vale per l’altro grande gruppo pubblico, Fincantieri).

L’italianità è, quindi, un falso problema: quello vero è se le società in questione possono da sole sopravvivere in un mondo globalizzato sempre più competitivo (e l’esperienza dell’Alitalia non sembra, da questo punto di vista, molto confortante). Se così non è, bisognerà accompagnarne l’internazionalizzazione, con tutte le cautele del caso, ma senza farne una battaglia “ideologica” e tenendo conto che sarà inevitabile qualche forma di razionalizzazione.

Ma i problemi di Finmeccanica, come riconosciuto dagli attuali vertici, non finiscono qui. Anche nel core business bisogna intervenire drasticamente, soprattutto su tre fronti:

1) Riducendo il numero delle attività svolte nell’aerospazio, sicurezza e difesa (anche qui accompagnando alcune imprese che non hanno le dimensioni sufficienti per competere da sole sul mercato internazionale verso alleanze strategiche con altri gruppi e, in qualche caso, accettandone la vendita).

2) Allargando e rafforzando le attività che si continueranno a svolgere (e, quindi, avviando una coraggiosa politica di investimenti che specializzi Finmeccanica in alcune aree, anche tenendo conto che la sua razionalizzazione avviene in un contesto in cui anche altri gruppi europei devono perseguire analoghi obiettivi e, quindi, possono esserci occasioni per dare all’industria europea un assetto più razionale e competitivo).

3) Concentrando in un unico gruppo tutta l’attività elettronica svolta dalle attuali tre Selex (un obiettivo chiaro a tutti da dieci anni, ma che non si è trovato il coraggio di portare avanti fra battaglie dei dirigenti per non accettare il ridimensionamento dei loro ruoli e battaglie campanilistiche per non perdere la moltiplicazione delle sedi e dei posti direttivi, inclusi quelli di consigliere di amministrazione). Sarà probabilmente una riorganizzazione molto dolorosa, ma già le ipotesi che circolano evidenziano quanti buchi neri devono essere sanati e quanto è alto il rischio che, in caso contrario, si trascinino dietro anche le attività sane del settore elettronico, che pure fortunatamente vi sono.

Di tutto questo si sta facendo carico l’attuale vertice di Finmeccanica. Sarebbe bene che l’azionista di riferimento, lo Stato, ne prendesse atto, correggendo disattenzioni e distrazioni del passato e assumendosi la sua parte di responsabilità, utilizzando gli strumenti a sua disposizione per salvaguardare uno dei più importanti asset tecnologici e industriali del paese.

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