IAI
Un comando operativo per l’Ue

Oltre l’asse franco-tedesco

10 Lug 2012 - Antonio Puri Purini - Antonio Puri Purini

Anche dopo il Consiglio europeo di fine giugno, le ambivalenze rimangono troppe. Gli Stati hanno compreso che non esiste un futuro per l’Europa senza una trasformazione in senso federalista, ma esitano a imboccare un percorso pieno d’interrogativi sulle rispettive sovranità nazionali.

Si tratta adesso di comprendere che le cessioni di sovranità sono necessarie perché la crisi del debito venga risolta con gli strumenti della democrazia e in coerenza con i Trattati europei. Gli Stati si sono anche resi conto che la quotidianità rappresenta un rischio mortale. Questo ha comportato un passaggio importante dalla tattica a un avvio di strategia.

Muraglia cinese
A Bruxelles, è quindi aumentata la consapevolezza che, per arginare i mercati, è necessaria la costruzione di una sorta di muraglia cinese infrangibile e l’immedesimazione nei problemi dell’altro. Il “rigore” di Angela Merkel e la “crescita” di François Hollande hanno cercato una sintesi. Era ora che questo cambio di passo, indispensabile per salvaguardare la moneta unica, avvenisse.

Rimangono, tuttavia, carenze gravi. Neanche il Consiglio europeo ha chiarito se l’Europa vuole essere una vera comunità di destini. Solo quando sarà stata data una risposta esauriente a questo dilemma verranno meno le scommesse sulla disintegrazione della zona euro. Questa risposta univoca invece manca e i mercati lo registrano con danno per tutti.

La rinnovata volontà di perseguire il percorso unitario è avvenuta attraverso un apparente rovesciamento delle alleanze: parte dell’opinione pubblica è convinta che Francia, Italia, Spagna si sono contrapposte con successo alla Germania seguita dalla pattuglia di fedelissimi (Austria, Finlandia, Paesi Bassi). Queste ricostruzioni basate su contrasti di potenza che richiamano gli scenari del concerto europeo nel XIX secolo sono fuori dalla realtà.

Malgrado i condizionamenti interni, i leader dell’Unione hanno riconosciuto l’esistenza di un bene comune. Il problema è che i grandi paesi non lo sanno ancora perseguire con il necessario vigore, mentre i piccoli paesi (ultimo caso la Finlandia, arrivata a dire che non rimarrà nell’euro a qualunque prezzo) non vedono oltre il proprio naso.

Il Regno Unito si è autoescluso dal gioco europeo mentre in campo finanziario, come spiega il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in un’intervista al Corriere della Sera, il mondo anglosassone non ha nulla da insegnare. Non ci sono dunque vincitori e vinti: di sicuro non esiste un’Italia vincitrice così come una Germania sconfitta. Anche se ha ottenuto un accordo di massima sul cosiddetto scudo “antispread”, l’Italia rimane obbligata a non discostarsi nel suo percorso di consolidamento del bilancio.

Fine dell’ambivalenza
È bene che il sistema politico non si faccia illusioni: basta del resto seguire gli andamenti dello spread di questi giorni per rendersene conto. Anche il principio, fondamentale per Berlino, che ogni concessione ai paesi debitori deve trovare una contropartita nel proseguimento delle riforme strutturali, è rimasto intatto.

Sussistono insomma tante diffidenze. In tema di solidarietà intereuropea rettamente intesa c’è ancora molto da fare. Né va dimenticato che Angela Merkel è l’unico capo di governo ad avere in testa un progetto compiuto di salvataggio dell’euro: ha asperità che vanno smussate, ma è valido.

Adesso è fondamentale serrare le fila, non perdere altro tempo. Ci sono le premesse per uscire dall’ambivalenza, definire con un percorso unitario e un comune obiettivo le decisioni prese, attuarle, muovere dei passi concreti verso l’Unione politica, la sola capace di rassicurare la Germania, la sola compatibile con l’urgenza d’interrompere un’insopportabile incertezza sul futuro del sistema finanziario dell’Europa. È chiaro che non c’è salvezza per la moneta unica al di fuori dell’Unione politica.

Questo traguardo potrebbe rappresentare il punto di raccordo fra Germania, da un lato, e Francia, dall’altro. E l’Italia? Il futuro è nel successo dell’Unione politica. Può solo impegnarsi per la sua riuscita e battersi quindi perché l’Unione politica acquisti una fisionomia compiuta in grado di soddisfare le preoccupazioni di bilancio tedesche e di normalizzare i nostri conti. Nessuno ha riflettuto abbastanza, anche in termini di consenso elettorale, al vantaggio di appartenere a un paese normale non più identificato con una gestione scriteriata della cosa pubblica e alla sicurezza che questo darebbe alle nuove generazioni.

Comando operativo
L’azione dell’Italia sull’Unione politica deve prendere ancora corpo: spaventa ancora la prospettiva di un ministro del Tesoro europeo, già auspicata anni orsono dall’ex presidente della Banca centrale europea (Bce) Jean Claude Trichet, con poteri di verifica e di controllo sui conti pubblici di ogni singolo Stato.

Tuttavia, verrà presto il giorno in cui il governo dovrà, anche per una ragione di legittimità democratica, spiegare ai cittadini il significato dell’Unione politica, le responsabilità che ne derivano, la necessità d’accettare i vincoli posti dall’inserimento di nuovi strumenti federali nella costruzione europea.

Questa è la direzione da perseguire. Il trattato sulla disciplina fiscale, seguito dalla centralizzazione della vigilanza bancaria nella Bce, apre scenari che sarebbero stati inimmaginabili ancora pochi anni orsono. Né va dimenticato che l’obiettivo dell’unione politica va assai oltre la dimensione economica e finanziaria. Potrebbe estendersi nei prossimi anni alla politica estera, alla difesa, all’immigrazione, all’energia, alla ricerca scientifica.

Per conseguire questo risultato occorre ricreare un nucleo duro dell’Europa nello spirito del documento Schauble-Lamers del 1994. I paesi protagonisti orienteranno il futuro dell’Unione europea. Includeranno Francia e Germania che hanno appena avviato le celebrazioni per il cinquantesimo anniversario della riconciliazione franco-tedesca. Dovrebbero esserne parte attiva Italia, Spagna, Polonia. Torna d’attualità il ruolo delle avanguardie come motore d’integrazione europea.

Come esercitarlo al meglio? All’Europa serve qualcosa di simile a un comando operativo dove monitorare tutti gli snodi strategici da mettere a punto per arrivare, entro la fine dell’anno, a un’integrazione delle politiche economiche e di bilancio talmente progredita da giustificare il passaggio all’unione economica vera e propria. L’integrazione politica comporta sacrifici ma è il solo modo per mettere l’Italia al riparo dalla bancarotta e salvare il progetto europeo.

Ma torniamo al punto iniziale: senza fiducia reciproca (tema su cui insiste la cancelliera Merkel) comune appartenenza, reciproca responsabilità, faremo un buco nell’acqua. Anche questi aspetti che appartengono alla psicologia degli individui sono parte integrante dell’impresa comune.