IAI
Sentenza della Corte Suprema

Obama sull’onda della riforma sanitaria

4 Lug 2012 - Dario Sabbioni - Dario Sabbioni

Una Corte Suprema che nei sondaggi raggiunge a malapena il 44% della fiducia degli americani è tornata di recente agli onori delle cronache per la storica sentenza del 28 giugno, National Federation of Independent Business v. Sebelius. Questa decisione getta una luce positiva sul futuro del Patient Protection and Affordable Care Act del 2010, la riforma del sistema sanitario americano soprannominata Obamacare, obiettivo dei democratici americani da molte generazioni.

Il ricorso presentato da varie parti (riunite nella dicitura National Federation of Indipendent Business) contro il sottosegretario alla Salute dell’amministrazione Obama in carica dal 2009, Kathleen Sebelius, ex governatrice del Kansas, rappresenta la punta dell’iceberg del vasto movimento anti-Obamacare che si è diffuso negli Usa cui hanno aderito, oltre alle associazioni dei cittadini, anche alcuni degli stessi Stati dell’Unione, in primis Virginia e Florida, rivoltesi al giudice nel 2011 per contestare la costituzionalità della legge soprattutto sotto il profilo formale.

Pubblico e privato
Le obiezioni riguardavano da una parte la possibilità del Congresso di legiferare sull’individual mandate, ovvero l’obbligo di ogni cittadino di stipulare un’assicurazione sanitaria, pena una multa. Dall’altra, la pretesa della Virginia che una legge statale potesse annullare la legge federale, vietando così l’istituzione di un’assicurazione obbligatoria. Un contrasto tradizionale della politica americana, giocato sul rapporto tra competenze del governo federale e difesa della sfera privata del cittadino. Le accuse mosse alla riforma sono state dunque di essere troppo “europea” o “socialista” o favorevole all’ipertrofia del welfare state.

La Corte ne ha tuttavia dichiarato la costituzionalità, modificandone una parte rilevante: la multa da pagare per la mancata assicurazione viene convertita in una tassa. Si lascia così la libertà al Congresso, responsabile secondo la Costituzione dell’imposizione fiscale, di scegliere la sanzione più idonea da comminare a chi si rifiuti di sottoscrivere l’assicurazione.

Lo scrutinio si è concluso con cinque voti a favore della riforma, quello dei giudici liberal più quello del Chief Justice John Roberts (nominato dal presedente George W. Bush), e quattro voti contro, quello dei giudici repubblicani nominati nel tempo da Reagan e, poi, dai Bush padre e figlio. La sentenza ha rivelato non solo la spaccatura della Corte Suprema, non sempre impermeabile alle sensibilità del mondo politico, ma ha portato in auge un Chief Justice che, come ha notato Chris Cillizza sul Washington Post, è diventato “il vero protagonista” della vicenda.

Audacia
Attirandosi le ire dei repubblicani, il giudice ex direttore della Harvard Law Review come lo stesso Obama, ha fatto una scelta coraggiosa. Come si evince dalle memorie depositate dai giudici che hanno votato contro (dissenting opinions), tra cui l’ultraconservatore Antonin Scalia, la motivazione utilizzata dalla minoranza ha un respiro filosofico e di merito, prima che puramente giuridico. Lo Stato violerebbe una libertà personale derivante dai diritti costituzionalmente garantiti costringendo il popolo a munirsi di una assicurazione sanitaria entro il 2014, data in cui Obamacare si prevede che sia operativa.

Le ripercussioni di una sentenza di tale importanza sono al vaglio dei commentatori: per i repubblicani, che fanno leva su valori più schiettamente “libertari” (pur così sopiti negli ultimi tempi), è giocoforza ripetere che l’obbligo di stipula dell’assicurazione derivante dalla legge è una ferita troppo grave contro l’individuo. I commentatori più estremi, da Ann Coulter a Rush Limbaugh, si definiscono addirittura “disgustati” dall’atteggiamento del giudice Roberts. Contemporaneamente, nei think tank libertari o repubblicani, dal Cato Institute dei Fratelli Koch all’American Enterprise Institute o all’Heritage Foundation, non si placano le polemiche e si tenta di ridare fiato ad una battaglia che sembra però perduta, recuperando lo slogan Repeal Obamacare! (abrogare l’Obamacare).

In una mail inviata da Larry Chen, capo della divisione policy della campagna di Romney e responsabile della “visione” del candidato e delle posizioni su temi di attualità pubblica, si legge che l’establishment repubblicano ha elaborato tre linee d’azione per reagire al risultato della sentenza: una in caso di rigetto dell’intera riforma, una in caso di conferma piena ed una se la riforma fosse stata cassata in parte. Lo rivela il blog The Caucus del New York Times, che sottolinea come le potenziali conseguenze erano già ampiamente previste sia dalla campagna di Romney che dagli strateghi conservatori del Republican National Committee. Effetti quindi poco dirompenti, afferma il campo conservatore: Romney avrà sempre la possibilità di cancellarla in blocco se venisse eletto, nonostante le evidenti similitudini con la riforma sanitaria da lui approvata nello stato di cui è stato governatore, il Massachussets.

Svolta storica
Sul fronte democratico invece le voci sono sicuramente positive, come dimostra il sito stesso della campagna, pieno di messaggi e tweets entusiasti per una decisione destinata ad avere un notevole impatto politico. L’andamento di una campagna presidenziale è però sempre variabile, e non è facile valutare quanto la decisione influirà sulle scelte elettorali nel momento più caldo, a novembre.

Eppure i sondaggi delle ultime settimane rilevano, con i consueti margini di errore, che il vantaggio di Obama (in media 46-48,5%) è tornato a consolidarsi rispetto a Romney (42.5-44%). Secondo quanto evidenziato dal blog FiveThirtyEight di Nate Silver, del New York Times, le proiezioni sui grandi elettori che a loro volta dovranno eleggere il presidente dopo il 6 novembre, sembrano nettamente favorevoli a Obama (298,5 contro i 239.5 di Romney).

A quanto pare, dunque, la sentenza Obamacare può essere considerata un “primo passo” verso un’eventuale vittoria di novembre, che continuerà in larga misura a dipendere dall’andamento dell’ economia e della disoccupazione. Ma la sentenza della Corte Suprema ha un valore simbolico e politico da non sottovalutare per gli Stati Uniti: se ben valorizzata è destinata a svolgere un ruolo di primo piano nel rush finale verso la Casa Bianca.

.