IAI
Rapporti Italia-Germania

Mario e Angela coppia di fatto dell’Unione

13 Lug 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Per parlare di Europa e integrazione, usano entrambi riferimenti mitologici. A Reims, dove celebra i riti dell’amicizia franco-tedesca, la cancelliera Angela Merkel osserva che l’Unione così com’è non è sufficientemente forte, ma prevede che sarà una fatica di Ercole costruire l’Unione politica (e va già bene che non evoca il mito di Sisifo).

A Roma, all’Abi, il premier Mario Monti sottolinea che le ultime riunioni dell’Ue hanno consentito “progressi significativi”, ma rileva: “I mercati vivono di coerenza e di incoerenza dei messaggi loro indirizzati. Dunque è facile che queste decisioni somiglino alla tela di Penelope”. A farne le spese, è anche l’Italia: lo spread che resta alto, ammette Monti, è “motivo di frustrazione per tutti e soprattutto per il governo”.

Fiducia
Ma le reminiscenze del liceo non sono l’unico elemento comune a Mario e Angela. Nei nove mesi del ‘governo dei professori’, s’è creato, fra di loro, un rapporto complesso ma solido: l’uno ha bisogno dell’altra; e viceversa. Alla Merkel, quell’italiano alto e distinto, rigido che pare un tedesco, dà la sensazione che l’Italia non farà, come il solito, il gioco delle tre carte; e a Monti, la fermezza e, a tratti, la durezza della cancelliera servono a fare tenere la barra del rigore alla sua strana maggioranza parlamentare. E, poi, entrambi si sentono più a loro agio in Europa che in patria, specie Monti, che a Roma deve prestare ad Angelino Alfano e a tutto l’Abc lo stesso riguardo che a Bruxelles presta ad Angela la tedesca.

Al Vertice del G20 di Cannes, in Francia, ai primi di novembre del 2011, l’Italia, allora ancora di Silvio Berlusconi, “fu sottoposta a una pressione prossima all’umiliazione”: i suoi partner tentarono di farle perdere “parte della sua sovranità”. A raccontarlo, nel discorso dell’11 luglio all’Abi, è stato il premier Mario Monti, definendo quell’episodio “una situazione sgradevole” e fissando i paletti per il futuro: “L’Italia – ha spiegato – è un paese tra i più pronti in Europa a condividere pezzi di sovranità”; ma non intende dovere rinunciare al diritto di decidere che cosa fare a casa propria. Quel diritto cui stava per essere costretta ad abdicare poco prima dell’avvicendamento a Palazzo Chigi tra il Cavaliere e il Professore.

Adozione
Tra l’autunno 2011 e l’estate 2012, il rapporto dell’Italia con i partner dell’Ue è cambiato, come di pari passo è evoluto il rapporto di Monti con i suoi nuovi ‘colleghi’ e, in particolare, con la cancelliera Merkel, la ‘donna forte’ di questa Unione che ha bisogno di leadership. All’inizio, Monti era stato quasi ‘adottato’ dal direttorio sghembo costituito dalla Merkel e dal presidente francese Nicolas Sarkozy, preoccupati che l’Italia non facesse da testa di ponte per il contagio della crisi dalla Grecia e dal Mediterraneo al cuore renano dell’Europa economica e finanziaria.

In breve tempo, Monti fu accettato, in quanto professore, e d’economia, per di più, come precettore del duo Merkel-Sarkozy, capace di spiegare agli italiani che cosa dovevano fare, ma anche ai suoi interlocutori che cosa stavano facendo gli italiani (e quali erano le alternative per l’Unione).

Quindi, anche grazie al credito datogli dal presidente statunitense Barack Obama, che gli affidò il suo messaggio ai leader europei (“Bene il rigore, ma ora la crescita”), Monti divenne interlocutore a parte intera di Francia e Germania e, poi, profittando dell’eclissi di Sarkozy in campagna elettorale e sul viale del tramonto, s’affermò come interlocutore privilegiato di Frau Merkel. Fino a prendere quasi il comando delle operazioni, dopo il G8 di Chicago e, soprattutto, il G20 di Los Cabos, affrontati dalla cancelliera sulla difensiva, perché tutti ce l’avevano con la linea del risanamento ad oltranza.

Battaglie e guerre
Nei dieci giorni che lui stesso definì “decisivi” per l’Unione, Monti convocò a Roma, il 22 giugno, un Quadrangolare tra Italia, Francia, Germania e Spagna, dove, a fare la parte che era stata sua all’esordio, c’era il capo del governo spagnolo Mariano Rajoy. E fu poi protagonista al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno, il cosiddetto Vertice della Crescita, uscendone vincitore. Che la Merkel, a Bruxelles, abbia perso è stato giudizio unanime: ‘intrappolata da Monti’, come scrivevano i giornali tedeschi; o battuta da Hollande, come sosteneve la stampa francese, che forse aveva visto un’altra partita; era stata lei – titolava la Reuter – “la grande perdente”.

Per i britannici, l’aveva spuntata l’asse Roma – Madrid; ma gli spagnoli erano cauti: “Abbiamo vinto una battaglia, non la guerra”. Fra i retroscena delle fasi più calde al Justus Lipsius, quello, riferito da El Pais, secondo cui Monti avrebbe pure “minacciato le dimissioni per indurre a cedere la Merkel”, terrorizzata dall’ipotesi di ritrovarsi al tavolo Mr B. “Con Monti nel ruolo di direttore d’orchestra – sosteneva El Pais, l’Europa ha fatto un passo avanti”.

Ma, a quel momento, è stato lo stesso Professore, che archivia i contrasti al Vertice come schermaglie negoziali, ad affrettarsi a rimettere il rapporto in equilibrio. Appena quattro giorni dopo, nel vertice italo-tedesco di Roma, il 4 luglio, Monti ‘faceva la pace’ con la Merkel, ché non è proprio il caso di trattarla dall’alto in basso, anche se al Vertice della Crescita l’aveva trovata trovato un po’ coriacea, ostinata nel non capire i vantaggi della condivisione del debito – lei si accolla quelli degli altri – e per niente incline ad avere un occhio di riguardo verso i Paesi virtuosi, quelli cioè che non lo sono stati fino a ieri e che adesso, perché hanno fatto qualche taglio e approvato qualche riforma, credono di meritare in pagella i voti dei primi della classe.

Nuovo ruolo
E gli altri mica stanno a guardare: se il Professore cincischia, c’è subito chi si mette alla destra della cancelliera. Così, la vigilia dell’Eurogruppo del 9 luglio, la Merkel e il presidente francese Francois Hollande hanno rinnovato, a Reims, appunto, la riconciliazione franco-tedesca: quella storica, di 50 anni or sono; e hanno cementato il patto screziato nella notte bruxellese.

Mentre i vecchi vizi italiani, i ritardi, l’inaffidabilità, sono sempre dietro l’angolo. L’Italia, che tanto si batte per l’utilizzo dell’Esm, cioè del nuovo fondo salva stati, come scudo antispread, è l’unico dei 17 dell’eurozona, insieme all’Estonia, e non averlo ancora ratificato – il Senato lo ha fatto, la Camera lo farà nei prossimi giorni; ed è uno dei tanti che non hanno ratificato il Patto di Bilancio. La Germania, però, non può farci le pulci: il parlamento s’è pronunciato, ma il presidente Joachim Gauck non ci metterà la firma fin quando la Corte costituzionale non si sarà pronunciata.

Insomma, tutto congiura perché Roma e Berlino, Mario e Angela, filino d’amore e d’accordo, magari mettendosi il broncio ogni tanto, come in tutte le coppie che durano. Lo testimonia una frase della cancelliera, a Roma, il 4 luglio: “Io e Mario abbiamo sempre trovato l’accordo”; e Germania e Italia vogliono “affrontare – e superare – insieme” la crisi.

Dunque Berlino e Roma vanno avanti sulla strada, che può essere la stessa, della crescita, del risanamento e dell’integrazione: il Prof fa fare i compiti a casa al suo paese; e Angela non gli nega lo scudo, anche se pare quasi farselo estorcere. Italia e Germania sono, fra i 27, i paesi più aperti alla condivisione della sovranità e i loro leader sono convinti che i pregiudizi sono il maggiore ostacolo all’integrazione europea. Una bella coppia. Peccato che duri poco: ancora nove mesi, e Mario sarà fuori gioco; altri quattro mesi, e forse pure Angela uscirà di scena. Si rischia che, al prossimo giro, li rimpiangeremo.

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