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Siria

L’ultima ridotta di Assad

28 Lug 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

Così come ogni giorno ci vengono presentate le cose, la Siria degli al-Assad potrebbe finire, e anche abbastanza presto. Oppure durare ancora, ma per finire comunque in tempi un po’ più lunghi. Oppure rimanere, ma con degli Assad trasformati, come pare vorrebbero – non lo si si capisce ancora bene – la Russia, la Cina e forse anche noi. È vero, il numero dei condizionali sembra eccessivo, ma nessuna delle informazioni che arrivano ai nostri media, che tuttavia sembrano solitamente privilegiare quelle provenienti dai ribelli, è davvero credibile e comprovata.

Il padre di Bashar, Hafez, generale dell’aviazione rimasto in carica come presidente dal 1971 al 2000, nel 1982 aveva represso a cannonate la rivolta organizzata dai Fratelli musulmani nella città di Hama, radendola al suolo con oltre 30 mila morti tra i residenti sunniti, combattenti o privati cittadini che fossero. Ma l’opinione pubblica mondiale rimase silente, permettendo ad Hafez di salvarsi. Solo perché non erano ancora stati inventati telefonini, televisioni private (come al-Jazeera e al-Arabiya) e social network, tutte cose molto adatte a far circolare nel mondo un tipo particolare di informazione, che i tecnici chiamano “disinformazione”.

In effetti la vera dominatrice di questa guerra civile è la vecchia disinformàzia, oggi usata dai lealisti, ben assimilata anche dai rivoltosi, dopo tanti anni di presenza russo-sovietica nel paese. Il figlio Bashar, probabilmente mal pilotato dall’entourage alauita, sotto quest’aspetto è stato invece davvero sfortunato, ed alla lunga i cannoni e gli elicotteri russi ereditati dal padre potrebbero non essergli più sufficienti.

Responsabilità di proteggere
Quando poi questa tecnica disinformante viene utilizzata in un qualunque paese del Medioriente, dove già di per sé le cose non sono mai come si vedono o come si raccontano, ecco che si spiega la cortina fumogena che rende difficile a noi occidentali capire cosa stia davvero accadendo. Quali siano gli attori veri e quelli presunti, quali i reali interessi in gioco e da che parte, chi tragga reale vantaggio da questa situazione, perché l’Onu non sia in grado di intervenire, se sia davvero corretto per Unione europea e Stati Uniti parteggiare così sfacciatamente per le forze della rivolta, delle quali neppure conosciamo con esattezza vera natura e composizione.

Sarà forse per onorare la cosiddetta responsibility to protect, concetto inoppugnabile, ma che dopo la Libia sembra diventato ormai una vera e propria foglia di fico, sotto la quale ogni interferenza negli affari altrui diventa lecita, regime change compreso?

Sappiamo invece che, anche nel mondo arabo, stabilità e democrazia non sempre coincidono. Certo, siamo appena all’inizio di un lungo processo, e la possibilità di essere ottimisti ancora non c’è. Ma in Siria, si dirà, si tratta di decine di migliaia di sfollati, che tutti vedono, e di molte migliaia di morti, che invece è abbastanza difficile vedere e sapere chi sono. Né l’Onu né la Lega araba sono stati davvero in grado di saperlo, mentre la stessa Amnesty International, che usualmente si colloca, almeno sotto il profilo ideologico, dalla parte opposta a quella della repressione, obtorto collo è costretta ad ammettere che, se molte sono le vittime dei lealisti, probabilmente altrettante sono quelle delle stragi compiute dai ribelli. Tra queste, vengono citate anche testimonianze di fucilazione di intere guarnigioni, dopo l’occupazione di alcuni posti di frontiera.

Chi vince e chi perde
In ogni modo, le distruzioni ci sono, i morti anche e Bashar al-Assad, che aveva cercato di prendere tempo con poche riforme e maldestri tentativi di avviare nuovi processi democratici, è caduto nella trappola predisposta da tempo dai vicini di casa e dalle monarchie del Golfo, supportate dall’Occidente. Ormai Bashar non è più sostenibile in alcun modo, anche se una parte della popolazione, inclusi i cristiani, gli è ancora favorevole. Poteva salvarsi, ma è stato spinto – e l’attentato di stampo qaedista al suo entourage è servito anche a questo – a seguire le orme del padre Hafez, e così ha commesso l’errore della sua vita.

Ora il tempo, inesorabile, lavora contro di lui, ma purtroppo non a nostro favore. Anche noi abbiamo sbagliato a voler misurare tutto e tutti con il metro occidentale, e ne pagheremo le conseguenze. Alcune le stiamo già vedendo, altre non ancora, ma sono ineluttabili. Pur restando, come in tutta questa faccenda, nel campo dell’opinabile e pronti a ritrattare tutto, piuttosto che tentare improbabili ipotesi sugli scenari dell’avvicendamento, occorre prima far mente locale, magari con un po’di spregiudicatezza, sul “chi vince e chi perde”.

Gli Stati Uniti perdono perché avanzerà l’islamismo salafita, ma guadagnano anche qualcosa visto che senza la cerniera siriana, la posizione iraniana nella regione mediorientale sarà più debole.

La Cina, convitato di pietra oggi, può ci può guadagnare domani. Israele da un lato ci guadagna e dall’altro ci rimette: se è vero che l’indebolimento del mondo sciita porterà ad un certo grado di devitalizzazione delle velleità iraniane, Tel Aviv avrà come vicino di casa non più l’ambiguo clan di Assad il temporeggiatore, che aveva persino proposto di trattare sul Golan, ma i ben più scomodi duri e puri sunniti, con ogni probabilità succubi – anche se non da subito – dei salafiti e di al-Qaeda.

La Russia, che certamente ci avrebbe guadagnato in caso di restaurazione di qualcosa di equivalente agli Assad, avvicinandosi così alla realizzazione del suo antico sogno geopolitico, avrebbe invece tutto da perdere dall’avvento di una Siria sunnita, legata alle monarchie del Golfo, a loro volta legate all’Occidente solo dagli affari e da un evidente e poco confortevole rapporto di amore e di odio. Il peggioramento, più sensibile qualora finissero per prevalere gli estremisti (cattivo esempio per Cecenia e repubbliche caucasiche), potrebbe tuttavia essere compensato da un ancora più stretto rapporto, sotto il profilo economico-commerciale – con l’Iran degli Ayatollah.

L’Italia è vicina
Le considerazioni conclusive riguardano l’Occidente, l’Unione europea ed l’Italia, che, con una girandola di dichiarazioni e pochissimi fatti (alcune sanzioni mirate, ma somministrate con il contagocce), si sono limitati ad invocare ora la “responsabilità di proteggere” prevista dall’Onu, ora ad inseguire le posizioni dei lontani Stati Uniti e, sempre, ad accogliere acriticamente gli annunci dei sedicenti capi degli insorti. Rifugiati a Londra, a Parigi o in Turchia, ma sovente misconosciuti dagli stessi combattenti. E senza mai dare almeno un minimo di retta ad Assad, quando si diceva convinto del rischio che la vera battaglia, fomentata dall’estero, fosse soprattutto condotta da qaedisti e salafiti, che prima o poi avrebbero reclamato un dividendo.

Certo, il regime finirà per crollare, Bashar se ne andrà e noi occidentali, purtroppo assieme a cattivi compagni di strada, potremo ancora una volta cantare vittoria. Come per la Libia.

Mentre l’Europa è lontana, l’Italia è vicina: spero di sbagliarmi, ma davvero temo che alla distanza potremmo essere proprio noi i veri perdenti.

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