IAI
Disarmo

Lo smart power Usa atterra in Asia

18 Lug 2012 - Carlo Trezza - Carlo Trezza

La recente visita di Hillary Clinton in Asia si inserisce nel quadro della crescente attenzione strategica degli Stati Uniti verso il continente. La visita ha anche avuto una significativa parentesi dedicata al Laos, con implicazioni storico/umanitarie di qualche rilievo. Si è trattato anzitutto del primo viaggio nel Laos di un Segretario di Stato Usa dal 1955. Si racconta che l’allora titolare del Dipartimento di Stato, Foster Dulles, dovette lungamente sorvolare la capitale in attesa che la pista venisse sgomberata da un bufalo che vi pascolava pacificamente.

Ferite aperte
Nel frattempo molta acqua è passata sotto i ponti in questo bucolico piccolo paese asiatico non ancora raggiunto dall’ ondata di sviluppo della regione. Rimangono aperte ferite per le quali gli americani hanno qualcosa da farsi perdonare. I bombardamenti sul Laos durante la guerra in Vietnam furono i più violenti e il Laos – e l’Indocina nel suo insieme – hanno sofferto più di ogni altra area al mondo l’impiego delle munizioni a grappolo. È noto ai lettori (vedi Affari Internazionali del 28 luglio 2010) che tali munizioni sono dei contenitori, sganciati da aerei, lanciatori terrestri o navali, capaci di disseminare centinaia di “sotto munizioni” atte a colpire popolazioni e strutture civili con possibili effetti indiscriminati incompatibili con il diritto umanitario.

Il loro impiego nel Laos, e successivamente in altri scenari, hanno indotto la comunità internazionale nel 2008 a stipulare la Convenzione di Oslo che proibisce il possesso, la produzione l’impiego, il commercio di tali armi. Gli Stati Uniti non vi hanno aderito, né la signora Clinton si è impegnata per l’adesione degli Usa. Ha tuttavia affrontato con la controparte temi quali la soluzione delle conseguenze della guerra in Indocina, tra cui la rimozione dei residuati bellici inesplosi (si tratta in larga parte di munizioni a grappolo), attività in cui gli Stati Uniti sono tra i maggiori contribuenti a livello mondiale.

Ancora più significativa è stata la visita del Segretario di Stato ad un centro di produzione di arti artificiali destinati alle vittime degli ordigni ed il suo incontro con alcune delle vittime. Non si è trattato di un vero e proprio “mea culpa”, ma senz’altro di un riconoscimento di responsabilità in campo umanitario che va di pari passo con quello per Hiroshima fatto dal Presidente Obama nel suo storico discorso di Praga nel 2009. Non sono molti i leader che hanno il coraggio di riconoscere le passate responsabilità e che danno così dimostrazione di forza, non di debolezza.

Impegni concreti
L’auspicato e logico passo successivo dovrebbe ora essere l’adesione degli Stati Uniti alla Convenzione di Oslo sulle munizioni a grappolo e a quella di Ottawa che proibisce le mine antipersona. L’America già si attiene di fatto ad alcune delle principali disposizioni delle due Convenzioni e figura tra i principali contributori alle attività di sminamento umanitario. Pur non avendo rinunciato né alle mine anti-persona né alle “cluster munitions”, essa non risulta averle impiegate nelle ultime operazioni militari. L’effetto “stigmatizzazione” che ricade su chi impiega oggi tali ordigni induce, soprattutto i paesi retti da istituzioni pluralistiche e democratiche, a rivedere la loro politica sull’uso di armi che causano sofferenze inaccettabili a militari e soprattutto a civili.

Cresce il numero dei paesi che, come gli Usa, cercano di attenersi alla norma pur non avendovi formalmente aderito. Passate le elezioni alla Casa Bianca, e nel caso di una conferma del Presidente Obama, l’Italia, che ha tutte le carte in regola, e l’Europa intera – che le sta regolarizzando – dovrebbero adoperarsi per propiziare la graduale adesione americana alle due convenzioni umanitarie, insieme a quella di altre potenze militari come Cina, Russia, India e Pakistan. Il vertice euro-asiatico Asem (Asia-Europe Meeting) che si terrà nel novembre prossimo proprio nel Laos, potrebbe essere l’occasione per lanciare un appello da una regione che tanto ha sofferto su questo fronte.

.