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Londra al via

La politica dei giochi olimpici

25 Lug 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Lo impariamo da bambini che, per le Olimpiadi, le guerre si fermano. Cioè, insomma, si fermavano, forse, nell’antichità, perché poi nessuno va davvero a verificare se Alessandro Magno o Giulio Cesare o chi voi vogliate abbiano mai rispettato davvero la tregua olimpica.

La tradizione antica fissa la nascita dei Giochi nel 776 a .C. e la loro ultima celebrazione nel 393 d. C. Qualche studioso ritiene che anche prima della data d’inizio altre manifestazioni di alto livello venissero organizzate: Omero, sia nell’Iliade che nell’Odissea, racconta di corse anche con carri che paiono episodi di gare organizzate. E, parallelamente alle Olimpiadi, altri Giochi si svilupparono, un po’ come noi abbiamo campionati mondiali e continentali ad addobbare l’attesa, e ad alimentare il business, di ogni quadriennio.

Insinuazioni maligne
Però, i Giochi moderni le guerre non le arrestano. Anzi, è vero il contrario: le guerre li fermano. È già accaduto tre volte, tant’è vero che quelli di Londra sono i trentesimi Giochi dell’era moderna, ma in realtà se ne sono disputate finora solo 26 edizioni: ‘saltarono’ nel 1916, quando i Giochi dovevano farsi a Berlino, ma tedeschi e francesi stavano nelle trincee ad ammazzarsi; e, poi, nel 1940 e nel ’44, quando le Olimpiadi dovevano farsi rispettivamente a Roma – lo Stadio Olimpico è un retaggio di quell’edizione abortita – e Londra.

E nessuno s’illuda che conflitti ‘minori’, non mondiali, magari solo intestini a un paese, conoscano tregue olimpiche: in Siria, per esempio insurrezione e repressione continueranno, a dispetto dello spirito dei Giochi e degli appelli dell’Onu. Ha un bel dire Benedetto XVI, all’Angelus che precede l’inaugurazione, che la Chiesa guarda con simpatia alle Olimpiadi, perché siano esperienza di fraternità e pace: “Il maligno – avverte il papa – semina la guerra”.

E il maligno s’insinua anche ai Giochi. Lasciamo stare le diavolerie prettamente sportive, che pure ci sono e, ovviamente, non dovrebbero esserci: il doping individuale e di Stato; e anche i trucchi, le furberie, i drammi. Pensiamo, piuttosto, a come, nel tempo, ma abbastanza rapidamente, i Giochi siano divenuti un momento di propaganda, prima, e uno strumento d’amplificazione di cause giuste e sbagliate, l’occasione di farsi sentire e, talora, temere.

Complici, magari involontariamente, le logiche del Cio nell’assegnare le Olimpiadi, spesso criticate: i Giochi assegnati di fila a Berlino nel ’36 e a Roma nel ’40 paiono quasi un riconoscimento a due dei totalitarismi più agghiaccianti del XX Secolo. Uno dice: “Sì, però a Mosca non li diedero”. Solo perché l’Urss ne restò fuori fino al 1952: quando scese in campo, fu subito scontro ideologico con gli Usa e l’Occidente, quasi che il medagliere fosse giudice della superiorità dell’uno o dell’altro sistema politico ed economico.

Tripletta londinese
È nel secondo dopoguerra, e con l’accesso all’indipendenza delle colonie, che i Giochi acquisiscono davvero una dimensione planetaria. Anche se alcune immagini della prima fase appartengono, comunque, all’immaginario collettivo italiano – qualche esempio: Dorando Pietri, Londra, 1908, o Nedo Nadi, Anversa, 1920; o Luigi Beccali, Los Angeles, 1932; o Ondina Valla, primo oro femminile, Berlino, 1936 – e universale. Sono nella memoria dell’umanità Spiridione Loues, Paavo Nurmi, Jim Thorpe, soprattutto il salto in lungo di Jesse Owens: le quattro medaglie d’oro complessive del campione nero, a Berlino, davanti ad Adolf Hitler e nello stadio della superiorità ariana, sono tuttora un eccezionale testimonial dello spirito olimpico.

Londra è la prima città ad ospitarli una terza volta, ma le edizioni del 1904 e del 1948 non furono certo né universali né grandiose. Due volte i Giochi si sono fatti a Parigi, ma in tempi lontanissimi, il 1900 e il 1924, e a Los Angeles, nel 1932 e nel 1984. Quelli di Roma 1960 sono i primi Giochi come li intendiamo noi oggi: una metropoli che si rimodella e s’attrezza per ospitarli, dopo averli attesi invano nel ’40, e che dà lo sfondo dei suoi monumenti e della sua storia all’immagine simbolo di quell’edizione, la maratona vinta a piedi nudi da Abele Bikila, un etiope, l’alfiere d’una ex colonia proprio italiana, l’archetipo degli uomini degli altipiani destinati a dominare fondo e mezzofondo.

L’altra immagine tutta italiana di quei Giochi è il volo di colombe all’arrivo di Livio Berruti vincitore dei 200 metri piani, uno degli ultimi bianchi a imporsi nella velocità – dopo di lui, solo Valery Borzov, automa russo, lo scozzese Allan Wells e ancora nel 200, Pietro Mennea.

Le Olimpiadi davvero universali si gonfiano d’eventi, diventano business e spettacolo. E pretesto e proscenio di proteste e violenze. Città del Messico, 1968, un anno predestinato, conosce, fuori dagli stadi, la strage degli studenti sulla piazza delle Tre Culture a Tlatelolco e, dentro gli stadi, la contestazione palese e silente delle Pantere Nere.

Ma è a Monaco, 1972, che i Giochi diventano luogo e momento di lutto e terrore: l’irruzione d’un commando palestinese nel villaggio olimpico, l’attacco assassino a una palazzina d’atleti israeliani, la strage che ne consegue, non fermano le Olimpiadi, ma le cambiano per sempre. Dopo Monaco, la sicurezza è divenuta uno degli elementi cardine dell’apparato olimpico, senza per altro impedire a un esaltato bombarolo di colpire con un ordigno fra la folla degli spettatori a Atlanta, 1996.

Orazi e Curiazi
Le successive sono edizioni esposte alle contestazioni politiche e ideologiche: per tre volte consecutive, Montreal 1976, Mosca 1980 e Los Angeles 1984, la partecipazione subì defezioni e i Giochi furono monchi, per il boicottaggio rispettivamente degli africani, di parte degli occidentali – in seguito all’invasione dell’Afghanistan da parte della Russia (gli italiani lasciarono a casa solo i militari) – e dei paesi comunisti, come ritorsione per Mosca.

Seul 1988 segna il ritorno alla normalità politica, ma anche l’esplosione della consapevolezza del doping: ci sono i misfatti di Ben Johnson, i misteri di Florence ‘unghie lunghe’ Griffith-Joyneer. Barcellona 1992 è l’esempio dei Giochi di successo per antonomasia: bene organizzati, ben gestiti, nel segno della festa perché il mondo non è più diviso fra buoni e cattivi dalla Cortina di Ferro e non è più in guerra né fredda né calda (il conflitto del Golfo s’è chiuso da oltre un anno).

Quella resta, oggi, l’edizione di riferimento per chiunque progetti di ospitare le Olimpiadi, anche se non lasciò tracce indelebili a livello sportivo. La città ne uscì abbellita e non sul lastrico, come, invece, accadde nel 2006 ad Atene e a tutta la Grecia, che ancora si devono riprendere dal flop. E dire che i giochi ad Atene dovevano logicamente tornarci nel 1996, nell’edizione del Centenario, quando invece toccarono all’insipida Atlanta, nel segno della Coca Cola e della Cnn.

Perché, oggi, le Olimpiadi sono sì festa sportiva, ma sono soprattutto marketing commerciale e politico. Con Pechino 2008, i Giochi hanno riconosciuto la potenza mondiale della Cina, non solo economica, ma anche diplomatica e organizzativa (e sportiva: più ori degli Usa, più ori di tutti). Un po’ quello che Tokyo 1964 fu per il Giappone; e un po’ quello che Rio de Janeiro 2016 sarà per il Brasile come simbolo dei paesi emergenti. I Giochi che non fermano le guerre almeno sublimano i conflitti: gli atleti in pista sono l’incruenta versione attualizzata degli Orazi e Curiazi.

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