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Decimo anniversario

Il triste bilancio della Corte penale internazionale

17 Lug 2012 - Natalino Ronzitti - Natalino Ronzitti

Il primo luglio scorso ricorreva il decimo anniversario della Corte penale internazionale (Cpi), il cui statuto, adottato a Roma nel 1998, è entrato in vigore il 1° luglio 2002. L’evento sarà celebrato per tutto il 2012, anche con una nutrita serie di convegni scientifici. L’Alto rappresentante per la politica estera e di sicurezza dell’Ue, Lady Ashton, ha voluto rimarcare la ricorrenza a nome dell’Unione. Ma il decimo anniversario è effettivamente un evento da celebrare positivamente? A cosa serve la Cpi?

Una sola condanna in 10 anni
Qualche statistica è necessaria. Lo Statuto di Roma è stato ratificato da 121 Stati, quindi da una larga parte della comunità internazionale. Altri 32 Stati lo hanno solo firmato, ma non ratificato; 41 non lo hanno neppure firmato. Israele e gli Stati Uniti, dopo aver firmato lo Statuto, hanno dichiarato che non lo avrebbero ratificato, vanificando quindi i pochi effetti che il diritto internazionale riconosce alla firma di un trattato.

Nei dieci anni di attività la Corte ha pronunciato una sola sentenza, condannando il congolese Thomas Lubanga, in fondo un pesce piccolo, per l’arruolamento di bambini soldato.

A fronte di tale scarsa produttività i costi della Corte non sono di poco conto. Il bilancio annuale è oltre 140 milioni di dollari, necessari per far fronte alle attività della Corte e per pagare gli stipendi al personale amministrativo ed ai giudici, per un totale di 766 persone. Finora, cioè dalla sua creazione, la Corte ha speso oltre 900 milioni di dollari. Jon Silverman, professore di Media e giustizia penale all’Università di Bedfordshire, ha pubblicato su BBC News Magazine un articolo dal titolo provocativo : “Dieci anni, 900 milioni di dollari, un solo verdetto: la CPI costa troppo?”.

Sistema discriminatorio
Il processo dinanzi alla Corte è possibile solo nei confronti di cittadini di Stati membri della Corte oppure, se il crimine sia stato commesso nel loro territorio, anche da cittadini di Stati non parti dello Statuto di Roma. Altrimenti occorre il deferimento alla Cpi da parte del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite (Cds). Ma tre membri permanenti del Cds (Cina, Federazione Russa e Stati Uniti) non hanno ratificato lo Statuto della Cpi e sarebbero pronti a porre il veto impedendo il deferimento alla Corte non solo quando loro cittadini siano coinvolti, ma anche quando cittadini di loro “clienti” abbiano commesso un crimine.

Il risultato è altamente discriminatorio. Gli Stati Uniti hanno stipulato accordi di eccezione con un numero di Stati membri dello Statuto di Roma, che si sono impegnati a non consegnare alla Corte personale americano quantunque il crimine sia stato commesso nel loro territorio.

Il picco della discriminazione è stato toccato con l’affare libico. La risoluzione 1970 (2011) del Cds ha deferito alla Corte la situazione libica, a partire dal momento in cui si sono verificate le sommosse e la repressione di Gheddafi. Ma la risoluzione esenta dal “deferimento” eventuali crimini commessi in territorio libico da cittadini di Stati che non hanno ratificato lo Statuto impegnati in missioni autorizzate dalle Nazioni Unite. Gli Stati Uniti, che avrebbero poi partecipato alle operazioni militari intraprese in virtù della risoluzione 1973, hanno messo le mani avanti!

Dubbia deterrenza
La Cpi ha una funzione di deterrenza, rappresentando un freno per dittatori e satrapi e impedire loro di commettere atroci nefandezze? Il Presidente del Sudan, Omar Hassan al-Bashir, contro cui la Cpi ha emesso un mandato di cattura, viaggia indisturbato in varie capitali arabe e africane e l’Unione africana ha dichiarato che non collaborerà con la Cpi. È il Presidente della Siria Bashar-al Assad spaventato dal timore di dover un giorno comparire davanti alla Cpi? Niente affatto. La Siria non ha ratificato lo Statuto di Roma e sarebbe quindi necessaria una risoluzione del Cds. Il veto russo e quello cinese possono impedire l’adozione della risoluzione. E infatti Assad non teme la Cpi, ma piuttosto l’ira dei ribelli e una possibile soluzione libica, con l’eliminazione fisica del dittatore.

Il panorama è sconsolante. Tra l’altro un esame sommario non solo della Cpi, ma anche dei numerosi tribunali penali internazionali (ibridi o ad hoc) che affollano la scena internazionale alimenta il sospetto che essi siano un meccanismo a senso unico, una giustizia penale esercitata nei confronti dei paesi del terzo mondo.

Possibile che i cittadini dei paesi occidentali non commettano crimini internazionali e che non vi sia necessità di un loro deferimento alla Cpi, poiché i tribunali nazionali, in virtù del principio di complementarietà, esercitano scrupolosamente le loro competenze?

La Cpi e l’Italia
Al coro unanime delle celebrazioni per il decimo anniversario della Cpi non poteva mancare il ministro degli affari esteri italiano, Giulio Terzi. Tra l’altro l’Italia, uno de paesi che contribuiscono maggiormente al bilancio della Corte (insieme a Germania, Giappone e Regno Unito), è in qualche modo inadempiente, non avendo ancora provveduto ad una completa attuazione dello Statuto di Roma nell’ordinamento interno.

L’Italia, orgogliosa per aver ospitato a Roma la Conferenza per l’istituzione della Cpi, ne ha prontamente ratificato lo Statuto nel 1999 e ne ha dato attuazione nel nostro ordinamento solo in modo imperfetto (con il c.d. ordine di esecuzione).

Manca ancora una legge di adeguamento. I tentativi si sono susseguiti nelle varie legislature ed attualmente un disegno di legge per l’adeguamento dell’ordinamento interno allo Statuto della Cpi, è stato approvato dalla Camera, ma è ancora fermo in Senato presso la Commissione Giustizia (sede referente). Per l’approvazione entro la fine della legislatura lo spazio è ormai esiguo.

Tra l’altro il disegno di legge riguarda solo la cooperazione con la Cpi e non ha per oggetto la parte relativa ai crimini previsti dallo Statuto, tra cui quello di tortura, la cui precisa fattispecie incriminatrice manca ancora nell’ordinamento italiano. Esso è previsto in una delle proposte di legge sulla Cpi pendenti in Parlamento, ma ormai è lotta contro il tempo.

Ripensare il sistema
In questi ultimi anni la giustizia penale internazionale è certamente progredita. I risultati migliori si sono avuti sotto il profilo di una più precisa definizione dei crimini internazionali (crimini di guerra, crimini contro l’umanità, genocidio), cui si è aggiunta ora la definizione del crimine di aggressione con un emendamento allo Statuto di Roma.

Il problema principale resta non tanto la definizione dei crimini, quanto la loro repressione. Di fronte al proliferare dei tribunali penali internazionali (universali, ad hoc, ibridi), il sistema repressivo deve essere attentamente ripensato, tenendo presente che le caratteristiche della comunità internazionale sono profondamente diverse da quelle delle comunità statali e che è inconcepibile una corte penale universale che rompa lo schermo delle sovranità statali senza che sia operata una rivoluzione nel sistema mondiale.

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