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Verso il Vertice del 28-29 giugno

Tutte le strade portano a Roma?

26 Giu 2012 - Alberto Majocchi - Alberto Majocchi

Nella riunione informale di Roma dei Capi di Stato e di governo di quattro grandi paesi dell’eurozona sono stati fatti passi avanti significativi in vista del Consiglio europeo del 28-29 giugno a Bruxelles. I quattro si sono trovati d’accordo sul lancio di un piano per la crescita pari all’1% del Pil europeo, sulla prospettiva di una cooperazione rafforzata per il varo di una tassa sulle transazioni finanziarie, sulla necessità di garantire la stabilità finanziaria dell’eurozona, e infine sull’esigenza di avanzare gradualmente verso una più forte unione politica.

Sono state riprese anche le conclusioni del G20 di Los Cabos che riportavano le intenzioni degli europei di considerare passi concreti verso un’unione bancaria, che preveda un’architettura finanziaria integrata, inclusiva di una struttura europea di vigilanza, di un’assicurazione comune dei depositi, della ricapitalizzazione delle banche in sofferenza e di procedure per la liquidazione delle banche insolventi.

Contro azzardi morali
Si tratta certamente di un risultato importante, che dovrà essere tradotto in termini di provvedimenti concreti al prossimo Vertice. Dopo l’approvazione del fiscal compact, con l’impegno comune a rispettare la disciplina finanziaria, riportando in pareggio il bilancio e riducendo progressivamente lo stock di debito, appare ormai possibile che anche il governo tedesco approvi le proposte francesi per un nuovo “patto per la crescita”, anche se la Merkel ha sottolineato nella conferenza stampa di Roma la necessità di un controllo comune sui comportamenti degli Stati della zona euro.

Il che presuppone che vengano compiuti passi significativi verso un rafforzamento dei poteri dell’Unione. In questa prospettiva possono essere rese compatibili le richieste francesi di una maggiore solidarietà e le esigenze tedesche di evitare che gli aiuti ai paesi più deboli generino fenomeni di azzardo morale, con l’abbandono degli obiettivi di consolidamento fiscale.

Se questi sono gli aspetti positivi dell’incontro di Roma, è comunque inevitabile sottolinearne i limiti. Per contrastare gli effetti destabilizzanti degli attacchi nei confronti dei paesi più deboli dell’eurozona si richiede certamente una maggiore solidarietà, ma una svolta effettiva si avrà soltanto con una decisione politica, e non soltanto tecnica. Anche se i paesi aggrediti dai mercati osservano politiche rigorose e avviano processo di riforma, per loro lo spread rimane troppo ampio e il costo della raccolta troppo elevato, rendendo così più difficile il percorso di risanamento.

In più, le misure restrittive adottate hanno già provocato una nuova fase di recessione, con caduta dell’occupazione, ristagno della domanda e quindi della produzione, tensioni sociali e riduzione del gettito delle imposte. Ciò avviene perché il mercato, e chi specula contro la moneta europea, è convinto di poter mettere in ginocchio paesi con un rapporto debito/Pil troppo elevato e costretti a emettere masse ingenti di nuovi titoli di debito.

La sfida del mercato può essere vinta se viene riaffermato con chiarezza che nessun paese dell’eurozona verrà abbandonato a sé stesso e lasciato fallire. E questo presuppone che la solidarietà fra i paesi dell’eurozona venga consolidata con un patto che dia vita a un vera e propria Unione fiscale federale.

Federazione leggera
Le stesse considerazioni valgono per le banche. Anche in Spagna – dove le banche si sono impegnate in modo eccessivo a sostenere la bolla immobiliare – come negli altri paesi dell’eurozona, la crisi del settore è strettamente legata alla crisi del debito sovrano. Le banche hanno acquistato masse ingenti di titoli del debito pubblico del proprio paese per sostenerne i corsi e contenere la crescita dei tassi.

Un sostegno europeo alle banche, o addirittura un salvataggio come nel caso delle banche spagnole, non sarà sufficiente a spegnere l’incendio che, tra l’altro, non riguarda soltanto le banche dei paesi deboli. Ma con un chiaro annuncio di voler procedere verso un’Unione politica si renderà chiaro al mercato che non c’è spazio per un default di un paese dell’euro. Il superamento della crisi dei debiti sovrani aiuterà il salvataggio delle banche, che potranno ritornare finalmente ad adempiere alla loro funzione fondamentale di offrire un sostegno alle famiglie e all’attività produttiva.

La decisione di introdurre una tassa sulle transazioni finanziarie, anche se non venisse approvata da tutti i paesi dell’Unione – e quindi attraverso una cooperazione rafforzata – viene incontro ad un sentimento molto diffuso nell’opinione pubblica che vede nella finanza la causa della crisi attuale, e rappresenta un primo passo verso un rafforzamento del bilancio e per l’avvio di una finanza federale.

Ma anche in questo caso passi avanti sul terreno istituzionale sono ineludibili. Un’imposta europea, e altresì un piano di sviluppo pari all’1% del Pil europeo, devono essere gestiti da un Tesoro federale, sotto il controllo del Parlamento europeo. Occorre quindi prevedere in tempi rapidi la creazione di un’Unione fiscale che rappresenti il secondo braccio dell’Unione, accanto all’Unione monetaria, nell’ambito inizialmente della zona euro.

In definitiva, se si vuole risolvere definitivamente la crisi del debito sovrano e promuovere un processo di crescita sostenibile dell’economia europea, gli accordi di Roma sono importanti, ma non sono sufficienti. Occorre avviare con immediatezza un processo costituente che deve portare finalmente alla costruzione degli Stati Uniti d’Europa.

Questo termine non è più un tabù. Se si vuole sul serio che il rafforzamento da tutti auspicato dell’Unione politica abbia un significato concreto occorre dire con chiarezza che si vuole che l’Europa diventi uno Stato, dotato di un potere politico reale, in un ambito di competenze limitato per ora all’economia, ma destinato ad estendersi in futuro alla politica estera e alla difesa. Una federazione leggera, come la definisce Emma Bonino, ma dotata dei poteri necessari.

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