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Politica estera Usa

Il mondo di Obama e Romney

19 Giu 2012 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Malgrado le rilevanti differenze programmatiche tra il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama e il suo sfidante repubblicano, Mitt Romney, sul fronte della politica estera e di difesa si registrano molti punti in comune. Anche in caso di avvicendamento alla Casa Bianca, dunque, l’azione esterna americana dovrebbe rimanere caratterizzata da una certa continuità.

Va fatta innanzitutto una distinzione tra i toni della campagna elettorale e le scelte concrete dei due contendenti. Romney ha affermato che la Russia è il principale “nemico geopolitico” dell’America, ma ciò non vuol dire che una volta alla Casa Bianca il leader repubblicano metterà in discussione il trattato New Start ratificato da Usa e Russia. Piuttosto, porterà avanti con maggiore decisione e risorse il progetto di scudo anti-missile, avviato da George W. Bush e proseguito da Obama, nonostante le probabili forti proteste russe.

Lo stesso vale per il campo democratico: nonostante la promessa obamiana di “change”, dopo quattro anni di presidenza democratica il carcere di Guantanamo è ancora in funzione, e il Patriot Act varato dall’amministrazione Bush è stato rinnovato nonostante le proteste dell’ala più liberal del partito democratico.

Leadership Usa
La continuità tra democratici e repubblicani non dipende solo dalla distanza tra promesse elettorali e compromessi di governo, ma da una comune visione di fondo dell’America quale nazione leader della comunità internazionale. Nel 2007 Obama pubblicò un articolo su Foreign Affairs intitolato “Renewing American Leadership”; oggi, il manifesto di politica estera di Romney si intitola “An American century”. Certamente nello spettro politico americano ci sono forze che spingono per un forte isolazionismo degli Usa: se Ron Paul avesse vinto le primarie repubblicane avrebbe proposto una diversa visione di politica estera.

Tuttavia le posizioni maggioritarie in entrambe i partiti, oggi espresse da Romney e Obama, condividono la visione di una attiva leadership mondiale degli Usa. Non a caso il pamphlet contro il mito del declino americano di Robert Kagan, intellettuale precursore dei neo-conservatori e oggi nel team di consiglieri di Romney, è stato esplicitamente usato da Obama come base per il capitolo di politica estera del suo discorso sullo stato dell’Unione di gennaio 2012, che fornisce la prospettiva dell’amministrazione in carica nell’anno delle elezioni presidenziali.

La differenza principale, forse, è che Romney è meno “diplomatico” di Obama nel prospettare la leadership Usa. Il principio guida del candidato repubblicano è che solo il potere americano, inteso in senso ampio e non solo come hard power militare, garantisce le basi di un sistema internazionale che assicura sicurezza e prosperità a Washington e ai suoi alleati. È questa una affermazione di principio da non sottovalutare, che rimanda all’eccezionalismo americano e al ruolo che gli Usa devono assolvere nel sistema internazionale.

Sicurezza e difesa
Se la visione della leadership americana è la stessa tra Repubblicani e Democratici, anche la strategia per esercitarla è oggi simile. Obama ha iniziato il suo mandato con la politica della “mano tesa” verso gli avversari dell’America, poi visti gli scarsi risultati ha indurito i toni nei confronti di Iran, Corea del Nord e Venezuela. Allo stesso tempo, Obama ha continuato la politica di contrasto al terrorismo dell’amministrazione Bush rafforzando e ampliando le attività di intelligence “attiva”, condotta sia dalle forze speciali che dai velivoli senza pilota, per tenere costantemente sotto pressione i network terroristi ovunque nel mondo.

Romney continuerebbe certamente tale politica ormai bipartisan basata sul principio cosiddetto del “kill the bad guys before they can kill us” (Uccidi i cattivi prima che loro possano uccidere te), espressione utilizzata da un recente articolo di Foreign Policy intitolato non a caso “Barack O’Romney” per sottolineare la convergenza delle strategie dei due candidati. Ci si può aspettare che Romney adotti posizioni più dure nei confronti dell’Iran quanto al programma nucleare, tuttavia è improbabile che avvii campagne militari simili a quella irachena o afgana, che hanno avuto costi alti, tempi lunghi e risultati relativamente poco soddisfacenti. Per questo tipo di operazioni non c’è interesse politico oggi negli Usa, neanche tra i repubblicani, vista la priorità data alla ripresa economica e alla riduzione di debito e deficit pubblici.

La più rilevante differenza tra la politica di difesa prospettata da Romney e quella prevedibile in un secondo mandato di Obama starebbe probabilmente nella cancellazione dei tagli alle spese militari decisi dal presidente democratico, in modo da mantenere il bilancio della difesa sopra la soglia del 4% del Prodotto interno lordo (Pil) e da incrementare in particolare la flotta della US Navy.

Global Nato?
Obama ha conferito un’impronta multilateralista alla politica estera e di difesa Usa, anche attraverso la Nato. Per esempio, lo scudo anti-missile in Europa proposto dall’amministrazione Bush è stato “multilateralizzato”, seguendo peraltro un percorso tracciato dal secondo mandato del presidente repubblicano, diventando uno scudo Nato a tutti gli effetti con la struttura di comando e controllo situata a Ramstein, in Germania. Allo stesso tempo Obama ha chiesto agli alleati europei rinforzi in Afghanistan dettando in modo unilaterale tempistica e strategia della campagna militare – incluso il prossimo disimpegno.

Romney proseguirebbe molto probabilmente su questa strada, rallentando però il ritiro dall’Afghanistan per venire incontro ai comandi militari Usa, che chiedono più tempo per completare la transizione della gestione della sicurezza alle autorità afgane con maggiori speranze di successo. Proprio alla vigilia dell’ultimo vertice Nato Romney ha firmato un editoriale sul Chicago Tribune che sottolineava la necessità di rafforzare le capacità militari dell’Alleanza, criticando i tagli decisi da Obama come un “cattivo esempio” che incentiva gli europei a ridurre ulteriormente i loro bilanci militari. Romney ha anche affermato che la Nato deve operare per la tutela degli interessi di sicurezza dei paesi membri in teatri posti al di fuori del Vecchio Continente – come Afghanistan e Libia.

La visione di una “global Nato” è stata condivisa da tutte le amministrazioni americane post-Guerra Fredda, che hanno costantemente spinto gli alleati europei ad operare “fuori area”, ad allargare la Nato ad est e a rafforzarne le partnership mondiali. Un punto di equilibrio tra questa spinta (anglo) americana e la ritrosia di molti paesi europei verso la “global Nato” era stato raggiunto nel Concetto Strategico approvato a Lisbona nel 2010. Un secondo mandato Obama probabilmente non darebbe una assoluta priorità all’evoluzione dell’Alleanza verso la “global Nato”, pur ritenendola auspicabile, mentre un’eventuale amministrazione repubblicana potrebbe spingere di più in questa direzione rimettendo in discussione l’equilibrio raggiunto a Lisbona.

Con Romney o con Obama, gli Stati Uniti certamente chiederanno agli europei di fare di più in termini militari e politici per sé stessi e per la sicurezza transatlantica e internazionale, mentre faranno di meno per la sicurezza dell’Europa. È questa una tendenza di lungo periodo che continuerà a prescindere dall’inquilino della Casa Bianca, ma che piuttosto potrebbe accelerare, rallentare o cambiare direzione a causa di shock strategici quali un nuovo 11 settembre o l’implosione dell’euro.

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