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Rapporti bilaterali

Finestra di opportunità tra Parigi e Roma

6 Giu 2012 - Jean-Pierre Darnis - Jean-Pierre Darnis

Le recenti elezioni presidenziali in Francia hanno segnato un cambiamento politico con la vittoria del socialista Hollande. La nomina di Mario Monti ha aperto un nuovo capitolo politico anche in Italia. Se ne potrebbe dedurre che diventa possibile instaurare un “nuovo corso” nelle relazioni fra Parigi e Roma, basato sulle potenziali convergenze fra il governo “tecnico” italiano e il nuovo governo francese.

Certamente alcuni scenari europei e bilaterali potrebbero beneficiare di una maggiore convergenza fra Roma e Parigi. Ma è anche prudente non cadere in una vecchia trappola delle relazioni franco-italiane, come quella che, negli anni ottanta, fece credere a un nuova stagione, con l’arrivo al potere di Craxi e Mitterrand. Ieri e ancora più oggi, è bene ricordare la relativa bassa intensità delle relazioni intergovernative tra i due paesi, anche se una serie di dossier settoriali bilaterali, spesso esterni all’attività dei governi, richiamano l’attenzione.

Diffidenza e infatuazione
La relazione fra Parigi e Roma è fatta di suscettibilità italiana e di relativa indifferenza francese. Nella geopolitica francese, l’Italia gioca un ruolo marginale, mentre il rapporto dialettico con la Germania è ormai integrato alla vita politica. Alcuni osservatori avanzano a volte la necessità di inserire l’Italia dentro questo gioco a due. Può essere un’idea interessante, ma solo a condizione di accettare la permanenza e la centralità delle relazioni fra Berlino e Parigi come un dato di fatto, puntando semplicemente ad allargare alcune partite bilaterali a tre o più paesi. Se invece si pensa di creare ipotetici “assi alternativi”, ad esempio fra Francia e Italia, si finisce per riproporre un errore, già sancito numerose volte dalla storia.

L’antico rapporto tra Francia e Italia è fatto di alternanze fra diffidenza e infatuazione, con espressioni simboliche del tipo Misogallo, sorelle latine, colpo di pugnale alla schiena. Se ci limitiamo al periodo attuale, ad esempio, l’anno 2011 può apparire come un annus horribilis per le relazioni fra Parigi e Roma. L’accordo franco-britannico di cooperazione nella difesa è stato percepito a Roma come un’esclusione da sviluppi strategici futuri, una questione sensibilissima dal punto di vista industriale.

Gli effetti della primavera araba si sono fatti sentire quando hanno provocato un contenzioso a proposito dell’immigrazione di provenienza dalla Tunisia. In seguito le ragioni di una Francia che interveniva in Libia per motivi politici, sia per evitare un massacro a Bengasi sia per ridare fiato alla sua diplomazia araba, sono stati interpretati in modo errato da un’Italia che ragionava in termini di mantenimento dei contratti di fornitura di idrocarburi per l’Eni.

Inoltre una serie di operazioni concomitanti hanno visto gruppi francesi prendere il controllo di aziende italiane da Parmalat a Bulgari passando per le mosse di Bolloré dentro Generali e il procrastinarsi dell’inserimento di Edf nel mercato italiano dell’energia. Infatti, Edison rappresenta un simbolo forte dell’ultimo decennio fra Parigi e Roma. Nel 2001 l’Opa lanciata da Edf su Edison in piena campagna elettorale di fine legislatura, fu interpretata come una vera e propria aggressione dall’insieme delle forze politiche e un decreto bipartisan fu adottato per bloccarne i diritti di voto.

Bonaccia
Ci sono voluti più di dieci anni di giochi a quattro mani fra governo francese, governo italiano, Edf e Enel per trovare poi una via d’uscita. Senza però dimenticare le operazioni di cessione realizzate intorno alle partecipazioni di Fiat. Tutto bene quel che finisce bene? Apparentemente si, anche se la presenza in Italia del campione nazionale francese Edf che ambisce a rinforzare la sua posizione nelle reti di gas mediterranee tramite Edison illustra un caso di geopolitica energetica che dovrà fare i conti con le visioni italiane, tirando in ballo l’Eni, un’altra azienda strategica.

Il ruolo dei governi è stato spesso quello di accompagnare l’azione dei loro campioni nazionali impegnati a cogliere le opportunità sui mercati europei, a volte correndo ai ripari. Il fatto che il periodo precedente sia stato gestito dagli esecutivi Berlusconi/Sarkozy non rappresenta quindi un fattore che spiega le differenze con il clima odierno. L’attuale periodo di bonaccia non è legato a una specifica azione politica, ma piuttosto a una relativa calma nel campo diplomatico e industriale. La forte personalizzazione dei due leader precedenti rappresentava anche un accumulo di immagini percepite in modo negativo da gran parte dell’opinione pubblica.

Certamente quindi si delinea un’opportunità che gli attuali governi dei due paesi potranno cogliere. Ma è bene trarre le opportune lezioni da quanto è avvenuto negli anni scorsi, almeno per quanto riguarda il necessario governo delle partite bilaterali all’interno del quadro europeo integrato. Non si tratta di elaborare una grande politica fra Parigi e Roma, che come abbiamo già detto non corrisponde né alle visioni né agli interessi di Francia e Italia. Si può invece puntare a mettere a fuoco una serie di dinamiche settoriali bilaterali, sempre riconducibili a tavoli regolamentari brussellesi.

Approfondimento
Si pensi ad esempio all’Europa della difesa che aveva conosciuto particolare slancio alla fine degli anni novanta, quando c’erano ministri come il socialista Alain Richard a Parigi e Beniamino Andreatta a Roma. Il nuovo esecutivo francese illustra tendenze contraddittorie in merito. Da un lato si può notare una schiera di esperti o responsabili ben consapevoli del metodo comunitario, come Pierre Moscovici il neo ministro dell’economia oppure Jean-Pierre Jouyet, l’amico di François Hollande attuale responsabile dell’autorità dei mercati finanziari papabile per accedere alla presidenza della Cassa dei Depositi.

Dall’altro lato, il ministro dei esteri, Laurent Fabius, rappresenta un filone più euro-scettico spesso qualificato come “mitterand-gollista”, che può essere anche espresso dai vari responsabili che provengono della scuola realista di Hubert Védrine, già ministro degli esteri. Hollande ha rilasciato varie dichiarazioni che aprivano uno spiraglio verso il metodo comunitario. Inoltre le sue posizioni a proposito della Grecia raggiungono quelle dei paesi dell’Europa del Sud. Ci sono quindi alcuni presupposti che possono rappresentare appigli per un approfondimento della cooperazione bilaterale e comunitaria fra Francia e Italia. Sempre però che qualche grande soggetto industriale non disseppellisca l’ascia di guerra.

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