IAI
Vertice Nato di Chicago

Via d’uscita dall’Afghanistan

12 Mag 2012 - Giulio Maria Raffa - Giulio Maria Raffa

Gli sviluppi degli ultimi mesi in Afghanistan hanno confermato la fragilità della situazione interna e la rilevanza del paese nell’agenda internazionale. La “offensiva di primavera” lanciata dai Talebani a metà aprile, la firma dell’accordo di partenariato strategico tra Stati Uniti e Afghanistan e l’imminente vertice della Nato a Chicago sono al centro dell’attenzione dei governi di tutto il mondo. Negli ultimi mesi l’Italia ha compiuto alcune scelte che possono consentirle di svolgere un ruolo non secondario in questo processo sia nei confronti degli alleati sia del governo afgano.

Afganizzazione della sicurezza
Gli attentati di metà aprile a Kabul sono stati tra i meglio preparati e coordinati degli ultimi anni, definiti dal portavoce talebano, Zabihullah Mujahid, l’inizio della “offensiva di primavera” contro la coalizione internazionale e il governo di Hamid Karzai. Kabul è rimasta paralizzata fino a quando la sicurezza non è stata definitivamente ripristinata quasi esclusivamente dalle forze nazionali afgane (Ansf).

I Talebani hanno voluto trasmettere un duplice messaggio: alla comunità internazionale, che la sicurezza nel paese non è migliorata con l’intervento della coalizione Isaf; al resto degli afgani, che, dal momento del ritiro delle forze Nato, il paese sarà controllato dai Talebani e non dal governo di Karzai. Inoltre, il coinvolgimento della rete Haqqani negli attentati può far intendere che il negoziato tra i Talebani del Mullah Omar e gli Stati Uniti, intavolato in Qatar negli ultimi mesi e sospeso dal marzo scorso, non può avvenire escludendo gli Haqqani e, conseguentemente, il loro sostenitore principale: il Pakistan.

Anche da parte del governo Karzai e di Isaf il messaggio è stato duplice: ai governi alleati è stato fatto capire che anche dopo il ritiro, sarà indispensabile continuare a garantire il sostegno finanziario all’esercito e alla polizia afgana; ai Talebani e agli afgani, che le forze nazionali, almeno a Kabul, sono in grado di garantire autonomamente la sicurezza di fronte agli attacchi degli insorti e che, dunque, la “transizione”, ossia la progressiva ”afganizzazione” della sicurezza, può funzionare.

Intesa Washington-Kabul
L’esigenza di non abbandonare precipitosamente l’Afghanistan è ben chiara sia alla comunità internazionale sia all’amministrazione Obama. Va in questo senso l’accordo di partenariato strategico firmato il 2 maggio durante la visita a sorpresa in Afghanistan del presidente Usa Barack Obama, in occasione dell’anniversario della morte di Osama bin Laden.

L’Accordo formalizza l’impegno americano al sostegno dell’Afganistan per i dieci anni successivi al 2014, data del ritiro delle truppe internazionali. Esso definisce il quadro delle future relazioni tra i due paesi, dalla sicurezza nazionale alla cooperazione regionale, dall’institution building alla cooperazione economica e allo sviluppo.

Sebbene sia stato definito più “simbolico” che “sostanziale”, l’accordo rappresenta un risultato politico importante, specialmente alla luce del deterioramento dei rapporti tra i due paesi in seguito alle vituperate azioni di alcuni militari statunitensi in Afghanistan degli ultimi mesi.

Vertice Nato e l’Italia
L’accordo risulta tanto più significativo in prospettiva del vertice Nato che si terrà a Chicago il 20 e 21 maggio. In quell’occasione i membri dell’Alleanza affronteranno soprattutto il dossier afgano, con l’obiettivo di dare attuazione alle linee strategiche sulla “transizione” stabilite nel vertice di Lisbona 2010. Sebbene non vi siano ancora informazioni precise, al vertice di Chicago dovrebbero essere stanziati circa quattro miliardi di dollari all’anno per il mantenimento dell’apparato delle forze di sicurezza afgane.

L’Italia si presenterà al vertice in una posizione di relativa forza. Da una parte, il Parlamento italiano ha già stanziato circa 750 milioni di euro per la proroga della partecipazione alla missione Isaf fino al 31 dicembre 2012. Si trova, dunque, ad avere una situazione politica interna più tranquilla, a differenza di altri partner atlantici quali, ad esempio, la Francia, il cui nuovo presidente, François Hollande, ha annunciato il ritiro anticipato delle truppe francesi già alla fine del 2012, ben due anni prima, quindi, rispetto a quanto deciso dall’Alleanza Atlantica a Lisbona nel 2010.

Dall’altra, l’Italia può vantare un piccolo successo internazionale, rappresentato dall’essere stato il primo paese europeo a siglare un accordo di partenariato strategico di lungo periodo con l’Afghanistan, il 26 gennaio scorso. L’accordo, oltre a prevedere la continuazione della cooperazione nel campo dell’addestramento militare e del sostegno al processo di riconciliazione, include l’opportunità per le imprese italiane di collaborare alla ricostruzione delle infrastrutture del paese afgano.

Ciononostante, l’Italia si colloca ancora in una posizione troppo arretrata rispetto ai principali alleati europei per quel che riguarda il sostegno alla società civile afgana, vera linfa per lo sviluppo di un Afghanistan democratico, pluralista e garante della tutela dei diritti umani. L’esigenza di migliorare la posizione dell’Italia su questo versante sembra, tuttavia, essere chiaramente avvertita dall’attuale sottosegretario agli Affari esteri, Staffan de Mistura, il quale ha affermato che, tuttora, la “vera questione” è “come aiutare gli afgani” e non “quando andarsene”.