IAI
Vertice di Chicago

Nato alla prova della Smart Defence

7 Mag 2012 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

In preparazione del vertice Nato di Chicago negli ultimi mesi è emerso il tema della Smart Defence – il senso del termine Smart, in questo contesto, potrebbe essere meglio tradotto con “efficace” o anche “utile” più che con il letterale “intelligente”. Il concetto non è nuovo, ma sono nuove le circostanze in cui potrebbe trovare applicazione, sebbene la sua attuazione incontri notevoli ostacoli politici.

Il concetto di Smart Defence allude ad un uso del bilancio della difesa, ad un’organizzazione e pianificazione delle capacità militari, basato sulla cooperazione tra i paesi membri della Nato volta a tre obiettivi: la consultazione preventiva riguardo alle capacità da mantenere o da tagliare in tempi di austerità; la messa in comune di risorse nazionali per generare capacità comuni inter-alleate – il cosiddetto pooling and sharing; la specializzazione degli strumenti militari nazionali per garantire, in modo complementare e con una alto grado di interdipendenza, la generazione di tutte le capacità necessarie a rispondere alle minacce alla sicurezza transatlantica e alle crisi attuali e prevedibili nel prossimo futuro.

Efficacia
Il concetto in teoria sembra logico e funzionale. In pratica, molti aspetti della Smart Defence sono stati già portati avanti nell’ultimo decennio – basti citare l’esempio della Prague Capability Initiative lanciata alla vigilia del vertice Nato di Praga del 2002 – con risultati insoddisfacenti. Certo, qualche passo in avanti in fatto di coordinamento, interoperabilità e iniziative congiunte è stato compiuto, ma non si è cambiato sostanzialmente il modo di pianificare e spendere il bilancio della difesa, che resta basato su scelte nazionali adottate in modo scoordinato dai singoli paesi membri dell’Alleanza.

È questo un problema sostanzialmente del Vecchio Continente, poiché gli Stati Uniti hanno ambizioni e capacità diverse da quelle dei singoli paesi europei e un bilancio della difesa sufficientemente ampio da non dover ricorrere necessariamente a sinergie con gli alleati più piccoli. Il problema per gli americani è piuttosto il coordinamento e la cooperazione tra le singole forze armate quanto a procurement di equipaggiamenti militari.

Essendo un problema europeo, è stato giustamente oggetto di attenzione da parte dell’Ue, ed in particolare negli ultimi anni dall’Agenzia europea di difesa (European Defence Agency – Eda).

L’Eda ha lanciato attività volte sia al conseguimento di rapidi, piccoli risultati in termini di pooling and sharing, ad esempio la creazione di un battlelab europeo per il contrasto agli Improvise Esplosive Devices (Ied) già dispiegato in Afghanistan, sia alla armonizzazione dei requisiti per le future capacità militari, e della relativa ricerca scientifico-tecnologica, per aprire la strada a programmi di procurement inter-europei.

Nemmeno sul fronte Ue i risultati sono stati finora soddisfacenti, anche a causa dello scarso impulso da parte delle istituzioni di Bruxelles verso il consolidamento di una politica comune di sicurezza e difesa, e delle relative capacità militari, avvenuta dopo che Catherine Ashton ha assunto il ruolo di Alto rappresentante nel 2009.

Pro e contra
Se né le istituzioni Nato né quelle Ue sono riuscite ad ottenere un cambio di passo da parte dei paesi europei negli ultimi due decenni, perché la Smart Defence dovrebbe funzionare oggi? Si afferma che proprio la crisi economica e i conseguenti tagli ai bilanci pubblici – incluso quello della Difesa – rappresenta per tutti i paesi europei una forte spinta a cooperare per non perdere del tutto quelle capacità militari che a livello nazionale non sembrano più sostenibili. L’argomento non è infondato, ma in alcuni casi si scontra con un argomento non meno forte: in tempi di crisi economica, la tutela della forza lavoro in patria si attua anche concentrando le poche risorse disponibili per il procurement su programmi nazionali che sostengano le aree di eccellenza tecnologica del proprio paese.

Altro argomento a favore della Smart Defence nel contesto odierno è la pressione da parte americana affinché gli europei contribuiscano maggiormente alle attività Nato, e colmino alcune gravi lacune in fatto di capacità militari. Tuttavia, il tema della divisione dei compiti (burden sharing) transatlantico è vecchio quanto l’Alleanza stessa, e l’attuale pressione politica per mostrare qualche risultato al vertice Nato di Chicago non è detto che continui anche dopo il vertice stesso – la cui agenda tra l’altro vede come priorità l’Afghanistan e non la Smart Defence.

Questione politica
Forse una spinta strutturale verso la Smart Defence in Europa potrebbe provenire dal controverso “pivot”, o ri-orientamento, degli Stati Uniti verso l’Asia e il Pacifico. Un ri-orientamento politico-strategico ormai palese e reso ancor più esplicito dai vertici dell’amministrazione Obama, ma la cui estensione, profondità ed efficacia restano tutti da valutare. Tra le poche cose certe, vi è il fatto che le capacità militari americane accessibili ai paesi europei in un contesto Nato non possono essere date per scontate in caso di crisi nel vicinato dell’Ue.

Potrebbe verificarsi infatti che gli Stati Uniti abbiano altre priorità nello scacchiere del Pacifico che richiedano l’uso di determinati assetti – per esempio di Intelligence Surveillance Target Acquisition e Reconneissance (Istar); oppure che una futura crisi nello scacchiere europeo, non meriti per gli Usa l’impiego di risorse militari, economiche e politiche. Cosa faranno in quel caso gli europei? Prepararsi a quella eventualità vuol dire attuare la Smart Defence tra i paesi europei, attraverso la Nato o l’Ue a seconda di quale contesto funzioni meglio dal punto di vista militare e politico.

In altre parole, come affermato dal ministro della difesa Giampaolo Di Paola in un recente convegno IAI, prima viene l’obiettivo politico-strategico e poi la pianificazione del bilancio della difesa. Altrimenti il rischio è di avere delle capacità militari generate in comune con altri paesi europei, ma non utilizzabili, come alcuni degli Awacs (Airborne Warning And Control System) Nato da ricognizione con personale tedesco che non sono stati dispiegati in Libia per il veto di Berlino, o l’Eurofor – la forza di reazione rapida costituita nel 1995 da Francia, Italia, Spagna e Portogallo – che non è stata utilizzata in Kosovo a sostegno della missione Eulex a causa del veto spagnolo.

L’obiettivo politico deve essere condiviso in modo duraturo dai governi europei al più alto livello politico, cioè Capi di stato e di governo e ministri della difesa, per poi essere trasmesso alle strutture militari e civili che si occupano di gestire il bilancio della difesa.

È questa la sfida più difficile per i paesi europei e per la Nato stessa, che al vertice di Lisbona avevano trovato un terreno comune nel Concetto Strategico ed ora devono evitare che rimanga lettera morta, per le spinte opposte rappresentate dal pivot americano verso il Pacifico e dalla tentazione europea – e sopratutto tedesca – di smettere di preoccuparsi di cosa succede intorno all’Ue.

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