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Elezioni

La Serbia da Tadić a Nikolić

28 Mag 2012 - Giordano Merlicco - Giordano Merlicco

Dopo due mandati consecutivi come presidente della Serbia (2004-2012) Boris Tadić cede la presidenza a Tomislav Nikolić. Contemporaneamente le elezioni parlamentari hanno segnato il ridimensionamento del Partito democratico di Tadić. Con questi due risultati, in buona parte inattesi, per la Serbia sembra profilarsi l’inizio di una nuova era politica. Ma i cambiamenti non sembrano destinati ad imprimere una svolta radicale nelle scelte di Belgrado. Ciò è vero soprattutto per l’avvicinamento all’Unione europea, che è sostenuto dal nuovo presidente e dalla larga maggioranza del mondo politico serbo.

La vittoria di Tomislav Nikolić alle elezioni presidenziali serbe ha suscitato lo stupore di molti osservatori, che avevano previsto una riconferma del presidente uscente Tadić. Del resto, sia nel 2004 che nel 2008, Tadić aveva ottenuto la presidenza battendo proprio Nikolić.

Alcuni commentatori hanno espresso il dubbio che, con Nikolić alla presidenza della Repubblica, la Serbia possa cambiare politica e, soprattutto, interrompere la strada verso l’integrazione europea. Secondo queste previsioni il cambio di rotta sarebbe una conseguenza delle posizioni politiche di Nikolić, definito ‘nazionalista’ e, talvolta, ‘ultranazionalista’. Queste analisi non sembrano tuttavia prestare la debita attenzione al programma elettorale di Nikolić, né al percorso politico da lui intrapreso negli ultimi anni.

Da radicale a progressista
Nikolić è stato un dirigente del Partito radicale serbo (Srs), al cui interno egli era secondo solo a Vojislav Šešelj, fondatore del partito e ideologo del nazionalismo serbo. A partire dal 2008, tuttavia, Nikolić ha preso nettamente le distanze dai radicali, fondando una nuova formazione politica, il Partito progressista serbo (Sns). È interessante notare che la rottura tra Nikolić e il suo ex partito è avvenuta sulla questione dell’integrazione europea, appoggiata da Nikolić e osteggiata da Šešelj. Da allora Nikolić e i progressisti hanno assunto una posizione politica molto diversa da quella dell’Srs e non hanno mostrato dubbi circa la loro volontà di sostenere l’avvicinamento della Serbia all’Unione europea.

Così, subito dopo l’elezione a presidente, Nikolić ha affermato che la Serbia proseguirà il cammino verso l’Ue e ha espresso l’auspicio di incontrare la cancelliera tedesca, Angela Merkel. In maniera imprevista il neo presidente ha persino definito la Germania “il principale alleato della Serbia”. Nikolić ha dichiarato anche che la Serbia continuerà la lotta per la sua integrità territoriale e, quindi, per la sovranità sul territorio del Kosovo. In questi propositi emerge una evidente continuità con l’operato di Tadić, che ha costantemente ribadito che le sue priorità erano l’ingresso nell’Ue e la difesa del Kosovo, due obiettivi che il governo serbo ha sempre rifiutato di considerare inconciliabili.

Rispetto all’orientamento del suo predecessore, da Nikolić ci si potrebbe aspettare semmai la ricerca di una maggiore cooperazione con la Russia. Durante la campagna elettorale, Nikolić ha sostenuto infatti che Tadić non apprezzava adeguatamente l’amicizia della Russia e il presidente russo Vladimir Putin è stato il primo capo di stato incontrato dal neo presidente serbo. Tuttavia Nikolić ha già fissato un incontro a Bruxelles con Catherine Ashton, Alto rappresentate dell’Ue per la politica estera e di difesa. Sarà la prima visita ufficiale di Nikolić dopo l’investitura, a dimostrazione del fatto che, nelle sue intenzioni, i buoni rapporti con Mosca non sono in contraddizione con l’avvicinamento all’Ue.

Effetto crisi
La vittoria di Nikolić alle presidenziali non è stata accompagnata dal successo dei progressisti in occasione delle elezioni legislative, che si sono svolte contemporaneamente al primo turno delle presidenziali: l’Sns ha infatti ottenuto il 24% delle preferenze. Questo risultato lo rende il primo partito serbo, ma si tratta di una percentuale insufficiente perché il partito possa diventare l’asse di una coalizione governativa. Il dato mostra inoltre che i progressisti hanno raccolto il consenso della quasi totalità dei cittadini che nel 2008 avevano votato il Partito radicale. Allora i radicali raccolsero il 29,5% delle preferenze, mentre ora l’Srs si è fermato al 4.6%. D’altra parte il risultato indica che il Partito progressista non è riuscito ad attrarre molti consensi nelle altre fasce dell’elettorato.

Il Partito democratico di Tadić ha subito un netto ridimensionamento, passando dal 38,5% del 2008 al 22% di oggi. A pesare su questo dato, così come sulla sconfitta di Tadić al ballottaggio, è soprattutto l’impatto della crisi economica, che si è fatta sentire pesantemente anche in Serbia. Tadić e i governi a guida democratica hanno lavorato molto per avvicinare il paese all’Ue e la Serbia ha ottenuto lo status di paese candidato all’adesione in marzo, a ridosso della campagna elettorale: una tempistica che ha aiutato il presidente uscente a contenere il calo di consensi. Tuttavia in materia economica Tadić e il suo partito non hanno ottenuto i risultati sperati. L’alto tasso di disoccupazione e l’inflazione hanno frustrato le promesse di migliorare le condizioni socioeconomiche dei cittadini.

Il Partito socialista (Sps), del ministro dell’interno Ivica Dacić, ha segnato invece un netto miglioramento e ha raggiunto il 14,5%, raddoppiando i consensi ottenuti nella precedente tornata elettorale. In questo modo i socialisti si affermano tra i principali attori della scena politica e potrebbero andare oltre il loro tradizionale ruolo di ago della bilancia.

Coabitazione?
Se Tadić avesse ottenuto un terzo mandato da presidente, sarebbe stato facile prevedere una coalizione di governo formata attorno all’alleanza tra democratici e socialisti, una riedizione della maggioranza uscente. Ma l’elezione di Nikolić indebolisce questa prospettiva e incoraggia i progressisti a rivendicare il loro ingresso nel governo. La partecipazione dell’Sns all’esecutivo sarebbe inoltre essenziale per rinforzare la posizione di Nikolić. A norma della costituzione serba, il capo dello stato gode di prerogative limitate e, durante i suoi due mandati, Tadić è riuscito ad assumere un ruolo centrale nella definizione della politica di Belgrado solo grazie alla presenza di governi guidati dal suo Partito democratico, di cui ha sempre mantenuto la presidenza.

Per evitare di essere un presidente dimezzato, Nikolić dovrà dunque promuovere la partecipazione del suo partito alla maggioranza di governo. I progressisti potrebbero ottenere una maggioranza parlamentare formando una coalizione con i socialisti e con il Partito democratico di Serbia (Dss) di Vojislav Kostunica. Tuttavia, rompendo la logica dei precedenti schieramenti, democratici e progressisti stanno valutando la possibilità di formare una grande coalizione, un’opzione che darebbe una solida maggioranza all’esecutivo, con o senza la partecipazione dei socialisti.

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