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Voto in Nord Reno Westfalia

La Merkel perde. L’Ue ci guadagna?

14 Mag 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Ride, nel Nord Reno Westfalia, Hannelore; e piange, in Germania, Angela. In Europa, s’interrogano e sperano François e un po’ pure Mario e Mariano e Evangelos. Il voto del land tedesco più popoloso, oltre 18 milioni di abitanti, infligge alla Cdu della cancelliera Angela Merkel la batosta più severa mai rimediata da queste parti: indebolisce, così, quali che ne siano state le ragioni, la paladina del rigore nell’Ue e dà per contro forza, o almeno coraggio, a quanti ammoniscono che non di soli tagli vive l’Unione e predicano politiche per la crescita. Oltre ad esaltare Hannelore Kraft, presidente uscente e, a questo punto, confermatissimo.

Politica europea
L’impatto nazionale ed europeo della sconfitta regionale della cancelliera resta, però, da valutare.

A Berlino, almeno nell’immediato, potrebbe non cambiare nulla, anche se il ministro dell’ambiente, Norbert Roettgen, si è dimesso dalla guida della Cdu nel Land e ora rischia il posto anche a livello nazionale. A Bruxelles, può darsi che la Merkel, sentendosi più debole, si mostri più morbida; ma può anche darsi che, come la fiera ferita, appaia più feroce nella difesa delle proprie convinzioni. Tanto per cominciare, la cancelliera fa sapere che la sconfitta non influirà sulla sua politica europea.

Del resto, i sondaggi dicono che la linea della fermezza della Merkel nei confronti dei partner europei spendaccioni e inaffidabili è popolare in Germania: per il settimanale Stern, tre tedeschi su cinque sono contrari a misure che inneschino la crescita con nuovi debiti. Con buona pace, almeno per ora, del neopresidente francese François Hollande e del premier italiano Mario Monti, che hanno in mente una ricetta fatta d’investimenti pubblici senza impatto sui deficit nazionali.

Il voto nel Nord Reno Westfalia è ultimo grande test elettorale tedesco di quest’anno: alle politiche. che saranno fra 16 mesi, nel settembre 2013, l’attuale coalizione potrebbe, a questo punto, arrivare senza scossoni, perché, se i cristiano-democratici della Cdu escono ‘bastonati’, i loro alleati liberali dell’Fdp mostrano una certa tenuta dopo le recenti emorragie.

Fare conoscenza
Certo, un risultato non negativo domenica sarebbe stato un buon viatico per la Merkel, specie in vista degli appuntamenti dei prossimi giorni: martedì 15, vede a Berlino il presidente Hollande, appena insediatosi all’Eliseo; poi andrà ai Vertici del G8 e della Nato – entrambi a Chicago, cioè a casa di quel Barack Obama che pure non le dà tregua con la crescita; e il 23 sarà a Bruxelles alla cena dei leader dell’Ue. La parola d’ordine dello staff della cancelliera è smorzare le attese: l’incontro con Hollande e la cena del 23 non preludono a decisioni, ma serviranno solo a fare conoscenza.

La Merkel pensa di potere instaurare con Hollande, che ha le priorità della crescita e della Grecia, un rapporto di collaborazione “stabile” . Ma Alex Weber, capo della Bundesbank, richiama il presidente al rispetto del Patto di Bilancio. E, quanto alla Grecia, mette le cose in chiaro: se non taglia, Atene non avrà gli aiuti dell’Ue; e l’uscita dall’euro è un problema più per i greci che per i partner. Giudizi come macigni, mentre il presidente Karolos Papoulias, il leader del Pasok Evangelos Venizelos e pochi altri leader giocano la carta del governo d’emergenza.

Se Olli Rehn fosse un elettore del Nord Reno Westfalia, la cancelliera avrebbe un cruccio in meno: non passa giorno senza che il responsabile della Commissione europea per gli affari economici dia sostegno alla cancelliera e bacchetti quelli che, come il professor Monti, sono tentati dal finanziare la crescita facendo nuovi debiti: “La strada maestra – dice Rehn – sono riforme strutturali e riduzione del deficit”, parole che sono musica per la Merkel. Ma Rehn è un finlandese – e pure liberale, manco cristiano-democratico.

E il suo parere, evidentemente, non ha molto influito sulla consultazione nel cuore della Germania, in un Land fortemente industriale (niente a che vedere con lo Schleswig Holstein piccolo e rurale andato alle urne il 6 maggio), da sempre un bastione della sinistra. I socialdemocratici dell’Spd erano favoriti, ma il loro successo è stato più netto delle previsioni. Spd e Cdu, alla pari nei risultati 2010, si ritrovano distaccati di quasi 13 punti: i socialdemocratici poco sotto il 39%, i cristiano-democratici poco sopra il 26%. Tengono i Verdi (11,5%), vanno meglio del temuto i liberali (8,4%), vengono avanti i Pirati (7,6%) – per la quarta volta consecutiva, entrano in un parlamento regionale; male, invece, la sinistra della Linke, come se il testimone del voto di protesta e di rifiuto sia ormai passato dagli anziani ai giovani.

Italia in bilico
E l’Italia, in tutto questo? Proprio quando molti in Europa, e pure in America, s’aspettano che Monti persuada la Merkel e faccia opera di mediazione tra il presidente francese e la cancelliera tedesca, ecco che beghe e trappole di Casa Nostra paiono spingere il Professore verso la casella di partenza. Sempre che non sia quella di fine corsa. E l’Italia ripropone in filigrana un suo ‘scenario greco’, intriso marcio di calcoli della politica.

La stampa anglosassone più autorevole – e la meno sospetta di lassismo sul fronte del rigore, dal Wall Street Journal al Financial Times – presta al premier italiano l’autorevolezza e l’influenza per avvicinare al partito della crescita la Merkel, che ha per il Professore un’attenzione speciale. Ma Monti ha più difficoltà a conquistare ‘i cuori e le menti’ dei politici italiani che quelli dei leader europei. E se l’Italia fa marcia indietro, se i calcoli politici interni fanno deragliare l’azione di risanamento e quella di riforma, la credibilità internazionale di Monti e del paese subirà un colpo forse irrimediabile.

Nella casella dei delusi, accanto ad Angela la tedesca, e anche a François il francese, che, da neofita del Club dei Grandi, ha bisogno d’alleati e mediatori, ci sarebbe il presidente Usa Barack Obama. Adesso che s’avvicinano i Vertici di Chicago e che le notizie dell’economia americana sono positive, Obama risale un po’ in cattedra e bistratta l’Europa, che non ha seguito la strada americana dell’immissione di denaro pubblico nell’economia per stimolare la ripresa. Se l’Ue fatica a uscire dalla crisi, rallenta pure la crescita degli Stati Uniti (e, quindi, non semplifica la vita a Obama, cioè la sua rielezione il 6 novembre).

Dunque, forza Mario sulla via della detrazione degli investimenti pubblici dai deficit nazionali: Hollande, Rajoy, le istituzioni comunitarie sono già convinti; basta spiegarlo bene alla Merkel. E, invece, sul punto di diventare protagonista, o almeno ago della bilancia, l’Italia ‘batte in testa’. E i numeri non sono buoni: inflazione ai massimi dal 2008, debito pubblico record, entrate tributarie in calo. La Commissione europea ha appena pubblicato le previsioni sull’andamento delle economie dell’Ue: la situazione italiana è peggiore del previsto, la crescita resta negativa, la disoccupazione cresce ancora.

Appena circola la voce che la Commissione suggerisca un’altra manovra, dell’ordine di 8 miliardi di euro, arriva la smentita di Rehn: “L’Italia è sulla buona strada”, dice, purché appunto, non scatti il gioco dell’oca. E ci si ritrovi alla casella di partenza. O peggio in prigione, fermi un giro, quello decisivo.

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