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Verso il 2014

Il rebus del ritiro dall’Afghanistan

14 Mag 2012 - Giulio Brigante Colonna - Giulio Brigante Colonna

Barack Obama ha recentemente compiuto una visita a sorpresa a Kabul per firmare insieme al presidente afgano Hamid Karzai l’accordo di partnership strategica che garantirà una presenza americana in Afghanistan fino al 2024. In concreto, l’accordo sancisce l’impegno Usa a restare nel paese anche dopo il 2014, data entro cui i paesi Nato dovrebbero completare il ritiro delle truppe combattenti. La firma è avvenuta nel primo anniversario dell’uccisione di Osama bin Laden ed ha soprattutto una valenza per il pubblico americano che ha seguito in diretta televisiva (prime time) il discorso con cui Obama ha sancito la fine della guerra in Afghanistan.

Restano, tuttavia, da verificare le condizioni sul terreno e la capacità delle istituzioni e delle forze di sicurezza afgane di tenere insieme il paese dopo il ritiro dei contingenti internazionali. A tal fine, desta preoccupazione il susseguirsi di attacchi che colpiscono indiscriminatamente tutto il territorio afgano (incluse le zone più sensibili di Kabul). Il grande interrogativo diventa la sostenibilità e l’autosufficienza del governo afgano dopo il 2014, in mancanza di un accordo politico con i talebani.

I problemi relativi alla sicurezza e allo sviluppo influiscono sul benessere della popolazione, ma ancora di più segnalano la precarietà del quadro politico strategico.

Accordo strategico
La firma di un accordo di partnership strategica fra governo afgano e Usa in parte risponde a questi timori poiché garantisce la presenza americana nel paese fino al 2024, seppure in termini di supporto e con limitazioni al tipo di operazioni (i raid notturni saranno compiuti da forze afgane che avranno anche il controllo delle prigioni).

La volontà americana di restare nell’area rappresenta un segnale importante per gli attori regionali e una spinta affinché gli altri paesi dell’Alleanza possano, fin dal prossimo vertice Nato a Chicago del 21 e 22 maggio, concretizzare il loro impegno per il post 2014.

Rimangono molte questioni da definire, oltre ai tempi del ritiro, i contributi nazionali in termini di forze di supporto e addestramento alle forze di sicurezza afgane e gli accordi per il finanziamento delle stesse dopo il 2014 (sono attualmente 352 mila unità e dovrebbero diminuire a 230 mila). Da stime recenti risulta che le Forze nazionali di sicurezza afgane (Ansf) necessitano di 4 miliardi di dollari l’anno: gli Usa sembrerebbero intenzionati a versare 2,2 miliardi mentre il governo afgano sembrerebbe in grado di pagare 500 milioni; il resto dovrebbe essere coperto da donazioni degli altri alleati (Nyt).

Campagna di primavera
I recenti attacchi, che segnano l’inizio della campagna di primavera dei talebani, hanno colpito diverse aree sotto controllo Isaf e soprattutto luoghi simbolo come il parlamento ed il quartiere delle ambasciate a Kabul. Sebbene attacchi di questo tipo si siano già verificati, colpisce il livello di sofisticazione e di coordinamento necessari per pianificare e compiere questo tipo di operazioni multiple.

Come asserito dal portavoce dei talebani Zabihullah Mujahid, l’attacco (del 15 aprile ndr) ha richiesto due mesi di preparazione ed una squadra di 30 attentatori suicidi da addestrare e dispiegare insieme alle armi ed alla logistica. La paura è che con la partenza del grosso delle forze internazionali dal paese entro il 2014, le forze di sicurezza locali non siano in grado di contrastare questo tipo di azioni e che i talebani possano così tornare al potere.

Il processo di riconciliazione con i talebani si è recentemente arenato sul rifiuto americano di rilasciare alcuni membri del gruppo, detenuti a Guantanamo. Nonostante questo intoppo e le continue azioni di disturbo da parte di gruppi esterni come quello degli Haqqani (che sembra essere il responsabile degli attacchi del 15 aprile scorso), il processo di riconciliazione rappresenta l’unica exit strategy per gli Usa e per la comunità internazionale dal teatro afgano.

Il presidente Karzai sostiene questo processo, purché il governo afgano ne faccia parte. Karzai non manca di sottolineare che i talebani sono “fratelli” e che una riconciliazione è necessaria. Il processo di riconciliazione è imprescindibile, ma rimane da verificare quanto i talebani e lo stesso governo pakistano vogliano raggiungere un risultato concreto. Infatti, avendo già annunciato il ritiro graduale delle forze, nonostante l’accordo di partnership strategica con gli Usa, è la comunità internazionale ad avere premura di arrivare ad un accordo mentre talebani e governo pakistano sanno che il tempo è dalla loro parte.

Riconciliazione
Nel frattempo i combattimenti continuano ed in questo contesto svolgono un ruolo importante le azioni militari, le azioni terroristiche e, sempre di più, la propaganda. L’insorgenza sta sfruttando a proprio vantaggio i recenti scandali che hanno visto protagoniste le forze internazionali.

La propaganda è importante ed i talebani stanno ultimamente riuscendo a raffigurare le forze internazionali come occupanti, come non rispettose dell’Islam e quindi reiterando quella che è sempre stata una delle loro condizioni per avviare un processo di pacificazione: il ritiro delle forze straniere.

Dall’altro lato, i cittadini afgani che hanno vissuto il governo dei talebani negli anni novanta e che nell’ultimo decennio hanno visto migliorare le loro condizioni di vita, ne temono il ritorno.

L’aspetto politico strategico è forse ancor più rilevante. Una soluzione che garantisca il coinvolgimento di tutte le parti (talebani, governo pakistano, governo afgano e Stati Uniti) rappresenta l’unica possibile exit strategy della Nato in vista del 2014 e oltre. Ma questa è anche l’unica soluzione che garantirebbe la sopravvivenza dell’Afghanistan con le sue fragili istituzioni ed i progressi compiuti dal 2001 ad oggi.

Una soluzione politica è indispensabile per evitare che il paese regredisca ad uno stato di guerra civile. Proprio in questa prospettiva gli attacchi terroristici, anche se limitati e militarmente non determinanti, ottengono una grande eco mediatica, conseguendo risultati destabilizzanti. Esattamente l’obiettivo dei talebani che, al contrario dei paesi occidentali, possono aspettare.

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