IAI
Sicurezza e difesa

Finmeccanica e interesse nazionale

3 Mag 2012 - Michele Nones - Michele Nones

Le recenti inchieste giudiziarie hanno portato Finmeccanica al centro di una bufera politica e mediatica nazionale ed internazionale, che si aggiunge a quelle che l’hanno ripetutamente coinvolta nell’ultimo biennio. Non si può dire quando ne verrà fuori, ma l’auspicio è che ciò avvenga in tempi rapidi. È in gioco la credibilità di uno dei pochi grandi gruppi industriali ancora presenti in Italia. Operante, per di più, in un settore delicato come quello dell’aerospazio, sicurezza e difesa.

Le indagini proseguono ormai da tempo e un fiume di informazioni inonda media e dibattiti radio-televisivi. Come una catena senza fine, le notizie spostano l’attenzione su vicende sempre nuove, lasciando tutte le altre sospese sullo sfondo. Episodi molto diversi tra loro vengono dunque caoticamente ricondotti all’interno di un’unica strategia di illegalità che, se provata, farebbe pensare che nell’ultimo quinquennio Finmeccanica e alcune sue importanti controllate sarebbero state ampiamente contaminate, con responsabilità articolate e diffuse.

Alcuni aspetti meritano, però, qualche riflessione e dovrebbero portare ad una forte cautela nel valutare quanto sarebbe avvenuto.

Stato e industria
Il legame fra mondo politico e imprese partecipate dal ministero dell’Economia è, per definizione, strutturale. Se l’azionista di riferimento è lo Stato, come nel caso di Finmeccanica, è evidentemente il governo a scegliere i vertici aziendali. I rapporti sono peraltro inevitabili e continui in un settore in cui lo Stato rappresenta il cliente principale, finanzia la ricerca tecnologica, esercita il controllo sulla produzione, sulla sicurezza delle informazioni e sulle esportazioni.

Anche i vertici delle imprese private, italiane ed estere, hanno inevitabilmente rapporti con quelli politici, istituzionali e delle varie amministrazioni. Il problema è sempre stato presente, ma è esploso nell’ultimo decennio quando il mondo politico ha inserito nei vari Consigli di amministrazione, fra gli altri, alcuni personaggi impresentabili sul piano professionale e, in qualche più raro caso, anche etico.

Il primo nodo da sciogliere resta, quindi, quello della presenza dello Stato nell’economia. In altri momenti e con altri personaggi si sarebbe potuto cercare di cambiare impostazione, con uno Stato-azionista che si limiti a controllare il buon funzionamento delle imprese, scegliendo i manager esclusivamente sulla base delle loro capacità professionali, e a tutelare, quando e se necessario, gli interessi nazionali. Ma dopo un decennio di esperienze negative questo rischia di essere solo un miraggio. Meglio essere realisti e prendere atto che il “controllo” rischia di essere di ben altra natura. L’unica soluzione credibile, dunque, è far uscire lo Stato dal sistema industriale.

Nuovi strumenti
Si tratta però di un processo lento, che presuppone la messa a punto di alcuni strumenti. Il primo è rappresentato dalla nuova normativa sui poteri speciali, il cui esame è quasi concluso in Parlamento: lo Stato potrà tutelare gli interessi nazionali senza doversi opporre a cambi di proprietà (a parte casi eccezionali) o dover essere azionista, limitandosi a fissare specifiche regole per le imprese strategiche e per gli investitori coinvolti.

Il secondo strumento è lo sviluppo del mercato azionario: se non crescerà sia a livello di azionariato diffuso sia organizzato (fondi pensioni, di investimento, assicurativi e istituzionali) sarà molto difficile sviluppare le public companies che possono rappresentare una delle soluzioni per la completa privatizzazione.

Il terzo è rappresentato, nel campo della difesa europea, dal processo di concentrazione e razionalizzazione dell’industria e di integrazione del mercato. Industrie europee sempre più transnazionali che operino in un mercato europeo più aperto, basato sulle stesse regole e sulla trasparenza, sono i migliori presupposti per restituire a ciascuno il proprio compito: alle imprese quello di creare valore per gli azionisti e rispondere alle esigenze dei clienti; agli Stati quello di fissare e far rispettare le regole del mercato, garantire i finanziamenti alla ricerca tecnologica e al procurement delle Forze armate, fissare gli obiettivi della politica di sicurezza e difesa.

Esportazioni
Le esportazioni militari sono sottoposte a quello che è ritenuto un ferreo controllo, basato sulla legge 185 del 1990. I difensori di questa normativa da anni ne rifiutano ogni aggiornamento, sostenendo che è la migliore del mondo sia a livello di procedure (doppia autorizzazione, prima alle trattative poi all’esportazione; documentazione dell’arrivo a destinazione; controllo delle operazioni bancarie) sia a livello di trasparenza (relazione annuale al Parlamento con i dettagli di tutte le operazioni, un tomo da migliaia di pagine).

Le imprese, al contrario, contestano da sempre la pesantezza e lunghezza delle procedure, soprattutto nei confronti di quelle destinazioni e forniture che non sollevano preoccupazioni politiche o militari.

La stessa legge impone l’obbligo di dichiarare, al momento della richiesta di autorizzazione ad esportare, l’entità di eventuali compensi per intermediazione, prevedendo, per tutte le informazioni false, pesantissime sanzioni penali e pecuniarie per i legali rappresentanti e per le imprese stesse.

Colpisce, quindi, che in due delle più importanti commesse estere degli ultimi anni venga ipotizzato il pagamento di commissioni abnormi, dietro cui si nasconderebbe la creazione di fondi esteri destinati ad attività di corruzione e di finanziamento illegale a partiti italiani. Il tutto, ovviamente, senza che questo sia emerso dai controlli sulle esportazioni. Se questo fosse vero, bisognerebbe ripensare radicalmente l’impostazione dei controlli, perché significherebbe che così come sono non servono a niente. Per altro, non è chiaro perché le imprese coinvolte, che esportano anche prodotti civili, non sottoposti a tali controlli e sanzioni, avrebbero dovuto correre rischi così elevati svolgendo operazioni illegali nel campo delle esportazioni militari.

Controllo finanziario
Ad essere coinvolte nelle indagini sulle commesse estere sono stati i vertici di Finmeccanica e di due società controllate al 100% da Finmeccanica. Come tutti i grandi gruppi industriali, anche in questo caso viene esercitato dalla capogruppo uno stretto controllo finanziario e operativo sulle controllate attraverso suoi funzionari e dirigenti. L’attività finanziaria è una di quelle più integrate a livello di gruppo perché rappresenta una delle sue funzioni strategiche.

Difficile immaginare che possa sfuggire qualche operazione che vada al di là di una limitata sovrafatturazione o di una assegnazione “guidata” di qualche subfornitura non competitiva. In ogni caso, se questo fosse avvenuto significherebbe che chi doveva controllare non ha saputo o voluto controllare i dati ufficializzati nelle contabilità e nei bilanci di controllate e capogruppo. L’azionista di riferimento avrebbe dovuto e dovrebbe, quindi, assumersi le sue responsabilità, visto che il ministero dell’Economia controlla la maggioranza del Consiglio di amministrazione di Finmeccanica.

Credibilità
Il mercato internazionale della sicurezza e difesa è difficile e delicato. Anche quando le esportazioni avvengono sul terreno commerciale, è inevitabile il coinvolgimento dell’intero paese perché sono governo, Forze armate e diplomazia a supportare le imprese nazionali. Se, come nel caso italiano, le aziende che effettuano la maggior parte delle esportazioni hanno lo Stato come azionista di riferimento, il livello di coinvolgimento è ancora maggiore. Ci vuole, quindi, molta cautela nel maneggiare questa materia.

Prima di fornire carburante a una campagna mediatica che rischia di danneggiare pesantemente l’industria italiana, dovrebbero essere individuati e verificati solidi elementi di prova. A rischio non sono tanto le commesse già acquisite, ma quelle future nei paesi coinvolti e in tutto il mercato internazionale. L’affidabilità richiesta in questo settore da ogni cliente è “politica”, prima ancora che tecnica ed industriale. Il sostegno promozionale di governo e amministrazioni rischierebbe di essere ben poco efficace se si radicasse il sospetto che, dietro le esportazioni italiane, si sono nascosti episodi inaccettabili di corruzione ed illegalità.

Per tutte queste ragioni l’auspicio non può che essere quello di poter chiudere questa vicenda al più presto. Finmeccanica è un asset che deve essere tutelato nell’interesse sia dei suoi dipendenti e dirigenti che, con poche eccezioni, hanno dimostrato in questi anni grande impegno e professionalità, sia dei suoi azionisti. Ma soprattutto nell’interesse dell’Italia, al cui nome Finmeccanica è associata in tutto il mondo.

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