IAI
Missione Atalanta

Risposta Ue alla pirateria somala

3 Apr 2012 - Gianandrea Gaiani - Gianandrea Gaiani

La decisione di allargare le operazioni militari dell’Unione europea a contrasto della pirateria somala alle aree litoranee e costiere del paese africano apre nuove prospettive ma anche non poche incognite. Dopo mesi di discussioni, le pressioni esercitate da alcuni partner, Spagna e Gran Bretagna in testa, hanno portato il 23 marzo i ministri degli Esteri della Ue a estendere il mandato dell’operazione “Atalanta”, rinnovandolo fino a tutto il 2014 (come la Nato) e consentendo azioni militari sulla costa (già del resto autorizzate nel 2008 dalla Risoluzione 1816 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dal Governo federale di transizione somalo) che fino ad oggi, tuttavia, non sono mai state attuate.

”Il prolungamento del mandato e della durata della missione ci permette un’azione più energica sul litorale somalo”, ha dichiarato l’Alto rappresentante della politica estera della Ue, Catherine Ashton. Anche se la missione Atalanta dovrà ”lavorare direttamente con il governo federale di transizione e le altre entità somale per aiutarle nella lotta contro gli atti di pirateria”, sul piano operativo ora la flotta dei 27, composta in media da una mezza dozzina di navi, potrà rispondere in modo più efficace alla minaccia portata al traffico mercantile.

Salto di qualità
Fino ad oggi le flotte internazionali schierate da Ue, Nato e singoli Stati (tra i quali Russia, Cina, India, Corea del Sud e Iran) si sono limitate a scortare convogli, pattugliare gli spazi marittimi sempre più ampi nei quali operano i pirati somali e intercettare barchini veloci (skiff) e navi-madre senza mai colpire le “tortughe” sulla costa somala. Operazioni che hanno permesso di proteggere molte navi mercantili e di catturare alcuni pirati (117 nel solo 2011 la gran parte dei quali sono stati però liberati a causa delle difficoltà a reperire paesi disposti a processarli). Ma che al tempo stesso si sono rivelate non risolutive e incapaci di impedire il progressivo aumento delle bande di pirati presenti su gran parte dei tremila chilometri di estensione costiera della Somalia, dalla regione meridionale di Chisimaio fino al Puntland.

Dal punto vista militare solo operazioni di blocco navale delle “tortughe” abbinate a incursioni a terra di fanteria di marina con mezzi da sbarco ed elicotteri sono in grado di garantire l’annientamento delle bande e la distruzione dei loro mezzi navali. Azioni che, nonostante l’estensione del mandato di Atalanta, non verranno probabilmente effettuate dalle forze europee. Le navi sono infatti autorizzate ad attaccare i depositi dei pirati lungo le coste e sulle spiagge, ma gli attacchi alle installazioni a terra ”saranno autorizzati solo quando delle navi saranno assalite in mare” ha precisato il ministro spagnolo Jose Manuel Garcia-Margallo sottolineando che verranno prese tutte le precauzioni per evitare ”danni collaterali”.

Accorgimenti difficili da attuare poiché le strutture logistiche dei pirati sono in realtà edifici contenenti carburante, armi, munizioni e motori fuoribordo situate all’interno dei villaggi che ospitano i pirati e le loro famiglie. Le forze navali Ue e Nato hanno messo a punto in questi anni di attività anti-pirateria una mappatura approfondita delle “tortughe” e delle bande di pirati somali. Ma intervenire militarmente sulla costa significa tenere conto anche delle tattiche da sempre adottate dai miliziani somali nei confronti delle forze occidentali, che prevedono l’impiego della popolazione a copertura delle attività illecite o, in caso di combattimenti, come veri e propri scudi umani.

Tattiche ben conosciute anche dagli italiani (che le sperimentarono nella battaglia del 2 luglio 1993 a Mogadiscio) e dai paesi che negli anni novanta inviarono truppe in Somalia nell’ambito della missione Unosom. Le navi di “Atalanta” che possono inseguire i barchini che hanno tentato l’abbordaggio di un mercantile fino sulla costa potrebbero dover fare i conti con pirati che minacciano rappresaglie sui 197 membri degli equipaggi delle 13 navi (incluso il tanker italiano Enrico Ievoli) attualmente in mano alle diverse bande in attesa del pagamento dei riscatti.

Successi relativi
Ostaggi che a titolo precauzionale non vengono mantenuti tutti a bordo dei cargo: spesso alcuni di loro sono tenuti prigionieri sulla costa in “carceri” situate all’interno dei villaggi dei pirati. Rischi dei quali occorre tenere conto prima di attuare quella che gli eurodeputati verdi tedeschi, paventando il rischio di mietere vittime civili, definiscono ”una nuova tappa verso la militarizzazione della lotta ai pirati”. Rischi che, per altro, potrebbero indurre alcuni partner della Ue a porre “caveat” che limitino o rifiutino l’impiego delle proprie navi in operazioni costiere analogamente a quanto attuato in Afghanistan da molti paesi per limitare l’impiego bellico dei propri contingenti.

Per rendere più efficace e risolutiva l’azione militare meglio sarebbe pianificare e coordinare con le altre forze navali internazionali un attacco simultaneo contro le basi e le bande dei pirati. Un’azione dalle caratteristiche belliche certo non priva di rischi, ma che offrirebbe il vantaggio di eliminare la minaccia e tentare la liberazione degli ostaggi con l’impiego di forze speciali.

L’intenso impiego di flotte internazionali, unito all’imbarco sui mercantili di quasi tutti i paesi occidentali di team militari o di guardie private, ha ridotto il numero di navi catturate dai pirati a 31 nel 2011 contro le 49 del 2010. Ma si tratta di successi relativi. Sia perché i dati dei primi mesi del 2012 indicano che 36 navi sono state attaccate, sei delle quali sono nelle mani dei pirati con 97 membri d’equipaggio. Sia perché i costi sostenuti sono spropositati. Un team di scorta privato di sei guardie costa agli armatori mediamente 2500 dollari al giorno (2.200 euro il costo di altrettanti fucilieri di Marina italiani) che va moltiplicato per almeno 7/10 giorni e per circa 40 mila passaggi di mercantili all’anno nelle acque dell’Oceano Indiano. Inoltre la ventina di navi militari impiegate dalle flotte internazionali hanno costi di gestione giornalieri compresi tra i 40 e i 60 mila euro per unità, del tipo fregate o cacciatorpediniere.

In un anno la sicurezza marittima nell’Oceano Indiano costa miliardi e solo l’Italia quest’anno ha stanziato per la missione Ue/Nato 50 milioni di euro, circa la metà di quanto incassano i pirati con i riscatti il cui valore è stimato intorno ai 120 milioni di dollari annui.

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