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Un anno dopo

Libia verso la frammentazione

2 Apr 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

Rivolta, complotto o sedizione? Molti osservatori si sono subito posti questa domanda, quando, all’inizio dell’anno scorso, l’onda di piena aveva appena cominciato ad attraversare, alla fine sconvolgendole, le difformi strutture statuali del Nord-Africa, contagiando poi in varia misura altri paesi.

Ci si è subito resi conto che, se tra i singoli movimenti c’era una caratteristica comune, certamente questa era la diversità. In questo contesto, la specificità della Libia è immediatamente risultata evidente, tanto da persistere tutt’oggi, cinque mesi dopo che la Nato, il 30 ottobre 2011, aveva solennemente annunciato la fine dell’operazione Unified Protector.

In questa situazione di caos l’Occidente ha cercato di muoversi, ma è riuscito a farlo in modo disarmonico e differenziato. Sulla Libia – non è mai stato spiegato bene il perché – l’Occidente ha investito pesantemente, onerosamente e rumorosamente, giocando, insieme alla sua credibilità, anche quella della Nato. E lo ha fatto senza avere alcuna chiarezza – questa opinione è comune a diversi analisti – su quali dovessero essere gli obiettivi del “dopo”. Al di là di ogni eufemismo, si è limitato a consentire che il regime potesse essere rovesciato, senza altri interventi significativi.

Due pesi e due misure
Altrove, dove la conclamata responsibility to protect era di gran lunga più urgente, ha pensato bene di astenersi da ogni azione. Ciò è dovuto principalmente al fatto che l’Occidente non è assolutamente in grado di scegliere, al proprio esterno, tra stabilità e democrazia. Da questo dilemma deriva un atteggiamento dei paesi occidentali spesso definito incoerente o schizofrenico. Al proprio interno, non senza lungo travaglio, l’Occidente alla fine è riuscito a far coesistere entrambi. Il problema viene quando ci arroghiamo il diritto di voler fare questa scelta anche per altri, che magari hanno una cultura diversa. L’applicazione di questo “diritto” avviene con determinazione e tolleranza non uniformi, modulate come sono dal livello di intensità dei nostri interessi. Quindi, due pesi e due misure.

Mentre, ad esempio, per Emirati, Arabia Saudita, Oman e Iran ci accontentiamo della stabilità, per altri, come Iraq, Afghanistan, Siria e Libia, pretendiamo anche la democrazia, sebbene ciascuno di noi sia ben cosciente che sarà assai difficile ottenerla. L’ultimo esempio è la Libia. Era stabile, favorendo la cacciata del regime l’abbiamo voluta anche democratica e un’altra volta dobbiamo constatare, con tutta evidenza, che avevamo chiesto troppo. Qui, come alcuni avevano previsto persino nel dettaglio, la frammentazione è ormai in corso.

Premonizione sin troppo facile, se si pensa che storicamente la Libia in senso geopolitico – unicità di storia, cultura, religione e confini certi – non è mai stata propriamente uno stato-nazione. In epoca romana, dopo la distruzione di Cartagine (146 a.c.), la Libia nord-occidentale entrò a far parte dell’Impero e fu costituita come provincia con il nome di Tripolitania (tri-polis, Oea, Sabratha e Leptis Magna). Nel 96 a.c. Roma entrò in possesso anche della Cirenaica, con la pentapoli costituita da Cirene, Arsinoe, Berenice (oggi Bengasi), Apollonia e Tolemaide (Barce).

Le due regioni divennero un’unica provincia romana nel 74 a.c., ma, dopo di allora, le due entità territoriali rimasero per venti secoli realtà separate, anche sotto l’Impero Ottomano e l’Italia. Fu Mussolini a volerle unificate nella colonia Libia nel 1934, poco prima dell’arrivo del governatore Italo Balbo, assai più illuminato e molto più accettato di Volpi di Misurata e Graziani. Mentre il desertico Fezzan restava di fatto un’entità legata solo formalmente alle altre due, tra Cirenaica e Tripolitania, per motivi storici, etnici e religiosi non ci fu mai buon sangue, né prima né dopo l’unificazione. Oggi, dopo la parentesi fascista, senussita e gheddafiana la frammentazione sta arrivando addirittura in anticipo sulle previsioni, tanto da far pensare che fosse questa – non l’incontenibile desiderio di democrazia – la vera molla per accelerare la caduta del Colonnello.

Rivolta, complotto o sedizione?
E qui, torniamo all’inizio: rivolta, complotto o sedizione? Con ogni probabilità, tutte e tre le cose. A parte la spontaneità dei ragazzi di Misurata e di Tripoli, molti bengasini, i qatarini, i francesi e gli inglesi avevano ed hanno interessi assai diversi, conseguibili assai meglio con la frammentazione che con un governo unitario. Solo così si spiega il senso di questa strana guerra, che è servita soprattutto a sintonizzare interessi diversi – alcuni antichi e altri nuovi, alcuni confessabili e altri meno – ma in ogni caso assai lontani da quel fine “umanitario” che è il solo che ormai consente di fare le guerre con l’avallo dell’Onu.

La dichiarazione di autonomia di Bengasi è solo lo sviluppo inevitabile di una storia che viene da lontano, strumentalizzata da chi aveva tutto l’interesse a farlo. L’Italia non è certo tra questi. Gli Stati Uniti, senza la cui “mazzata” dei primi due giorni le operazioni con buona probabilità sarebbero ancora in corso, ora si affannano a spronare l’incerto governo di transizione verso la road map per l’elezione di quel Parlamento costituente che dovrà varare la nuova Costituzione: ma rischiano di rimanere un’altra volta delusi.

Secondo fonti algerine bene informate, sembra infatti che dopo la Cirenaica anche il Fezzan – dove è nota (la Francia lo sa bene) la presenza di uranio nella contestata fascia di Auzou – si stia avviando sulla strada dell’autonomia, avendo già designato per l’annuncio ufficiale il proprio esponente nel Consiglio nazionale di transizione. Nel frattempo – come denuncia Amnesty International – continua una lotta fratricida tra clan e fazioni di cui nessuno parla più.

La spirale di vendette è ben lungi dall’esaurirsi, se nella sola Cirenaica una sessantina di “brigate”, guidate da altrettanti capi ribelli, hanno disobbedito all’ordine di deporre le armi e si oppongono all’idea di uno Stato unitario. Analoga situazione nelle altre province, dove le milizie tribali ancora spadroneggiano alimentando una resa dei conti quotidiana, tanto da costringere l’Onu a prorogare per un anno la missione Unsmil, che tenta di favorire almeno il rispetto dei diritti umani.

Sforzo encomiabile
Lo sforzo del presidente del Consiglio nazionale di transizione Mustafa Abdel Jalil e del primo ministro Abdel Rahim al-Kib è certamente encomiabile. Al momento, però, le milizie di Zintan presidiano ancora l’aeroporto di Tripoli (lamentandosi, perché “non è compito loro”), le tribù berbere armate continuano a controllare le alture del loro Gharian e quelle di Misurata – la città “martire”- si scambiano spedizioni punitive con le squadre armate di Tripoli. Ma, in un modo o nell’altro, finirà. Nella migliore delle ipotesi con un debole Stato federale, dove la Cirenaica ha il petrolio, la Tripolitania un po’ di industria e di agricoltura e il Fezzan l’uranio, e il “grande fiume bianco” nel sottosuolo. Una specie di Iraq, insomma, con la complicazione di un maggiore senso identitario delle varie tribù.

Ma non c’è da scoraggiarsi. In fondo, dalla fine delle operazioni sono passati solo cinque mesi. Nella civilissima Lombardia, in Emilia-Romagna e nel mio nord-est, dopo il 25 aprile 1945, per la “pacificazione” ci sono voluti un paio d’anni e ventimila morti. Attendiamo con pazienza, cercando di capitalizzare esperienza, investimenti e rendite di posizione. Altri, con meno titoli, hanno dimostrato di non aver alcun ritegno a farlo.