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Africa

Come processare i pirati somali

19 Apr 2012 - Ferdinando Fedi - Ferdinando Fedi

L’impegno della comunità internazionale nel combattere il fenomeno della pirateria al largo delle coste somale ha consentito, nel corso del 2011, di diminuire gli attacchi mensili dei pirati, che dal picco di gennaio (45) sono scesi al minimo di novembre (11). Contestualmente è scesa anche la percentuale degli attacchi di successo: dal 21% nel 2010 al 10,8% del 2011, anno in cui su 286 azioni, 31 si sono concluse con il sequestro della nave.

Le operazioni militari condotte nelle aree a rischio da Nato, Unione europea e singoli Stati, hanno infatti permesso l’arresto di centinaia di presunti pirati ma, a causa dei tanti ostacoli che impediscono di procedere con azioni penali a livello nazionale, resta il problema di come dare un adeguato seguito giudiziario a queste catture. Le risoluzioni del Consiglio di sicurezza che si sono succedute in materia non chiariscono a chi spetti l’obbligo di giudicare i responsabili di atti di pirateria e si limitano a chiedere a tutti gli Stati direttamente interessati “di cooperare nel determinare la giurisdizione”.

Soluzioni possibili
Per fare maggiore chiarezza e rafforzare il contrasto alla pirateria, a fine 2008 il Consiglio di sicurezza ha creato (risoluzione 1851 (2008) un Gruppo di lavoro sulle tematiche legali nell’ambito del Gruppo di contatto sulla pirateria al largo delle coste della Somalia (Contact Group on Piracy off the coast of Somalia, Cgpcs).

Il Gruppo di lavoro, che si riunisce periodicamente a Copenhagen, ha cercato di superare i limiti evidenziati dagli ordinamenti nazionali dei paesi membri, analizzando diverse possibili soluzioni, tra le quali:
– il sostegno internazionale, mediante programmi di assistenza agli Stati della regione che hanno accettato di svolgere procedimenti giudiziari, come Kenya, Mauritius, Seychelles, Tanzania;
– la valorizzazione del sistema giudiziario somalo anche attraverso l’istituzione di una Corte somala extraterritoriale;
– la creazione di un tribunale internazionale (come l’Icty o Tpir, creato dal comitato scientifico delle Nazioni Unite ai sensi del Cap. VII) o internazionalizzato (come la Corte Speciale per la Sierra Leone o il Tribunale speciale per il Libano creati sulla base di un accordo tra l’Onu e il governo dei paesi interessati).

La prima opzione, pur avendo ottenuto una leggera preferenza sino a quando il Kenya ha continuato ad offrire la disponibilità a giudicare i sospetti pirati dinanzi ai propri tribunali, ha presentato problemi per quanto riguarda il rispetto di standard internazionali in materia di equo processo, diritto di difesa e trattamento dei detenuti, nonché criticità inerenti alla qualità e quantità di prove sufficienti a garantire una prosecuzione potenzialmente di successo.

Reato di pirateria
Sulle possibilità di istituire Tribunali somali con competenza sui reati connessi alla pirateria il gruppo di lavoro ha esaminato i dati conclusivi di uno studio condotto da Unodc (United Nation Office on Drug and Crime) e Undp (United Nation Development Program). Lo studio evidenzia che al momento, in tutto il territorio somalo manca un quadro normativo di riferimento, in quanto il “reato di pirateria” non è contemplato in alcuno dei codici del governo transitorio Somalo, del Puntland e del Somaliland. Lo studio precisa inoltre che tra i giudici e gli avvocati censiti solo una minima parte possiede la laurea in giurisprudenza, ed occorrerebbe integrare le Corti o con giudici internazionali o individuando nel mondo giuristi di nazionalità somala per sondarne la disponibilità a rientrare.

Le condizioni infrastrutturali inoltre sono critiche: è necessario intervenire sulle sedi dei tribunali e sul sistema carcerario. Per creare i presupposti minimi per la conduzione di processi su standard occidentali e garantire condizioni detentive che non violino i diritti dell’uomo, è stato stimato che occorrerebbero almeno tre anni di assistenza internazionale.

La previsione poi di istituire una Corte somala extraterritoriale in Tanzania, già contenuta nel rapporto elaborato da Jack Lang in qualità di Special Representative dell’Onu per i problemi della pirateria, risulta di difficile realizzazione. Sia per la ferma opposizione delle autorità somale, che ritengono di poter già gestire autonomamente i processi, sia per problematiche di carattere giuridico ed economico.

I problemi principali connessi alla creazione di Tribunali internazionali o internazionalizzati consistono principalmente nei tempi e nei costi necessari per la loro attivazione, poi nella difficoltà ad organizzare una strategia di completamento che garantisca alla Somalia di acquisire la competenza su tutto il processo a lungo termine.

Progetto Seychelles
Nell’ultima riunione del Gruppo di lavoro è stato infine esaminato un progetto del governo delle Seychelles volto ad istituire un ‘Regional Prosecution Centre’ che possa fungere da riferimento per il sostegno regionale ed internazionale ai procedimenti giudiziari per perseguire i sospetti pirati, nonché da eventuale base logistica per il trasferimento delle persone fermate dalle forze militari impegnate nelle operazioni antipirateria. La condizione posta dalle autorità delle Seychelles è, comunque, che i pirati, una volta giudicati colpevoli, vengano trasferiti in strutture carcerarie localizzate in Somalia, perlomeno quelle monitorate da Unodc.

È altresì proposito delle Seychelles aprire un centro di coordinamento informativo per individuare i flussi finanziari legati alla pirateria e arrivare così a perseguire gli organizzatori e i finanziatori del fenomeno. A tal fine il contact group ha previsto un ulteriore gruppo di lavoro che si occuperà solo di tale materia.

Le proposte hanno riscosso il consenso di tutti i paesi membri, a conferma di una predilezione per il potenziamento delle strutture degli Stati della regione rispetto all’istituzione di specifici organi giurisdizionali somali.

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