IAI
Programma nucleare

Sindrome da attacco all’Iran

2 Mar 2012 - Mario Arpino - Mario Arpino

Nonostante non ci sia assolutamente nulla di evidente e di certo, un attacco selettivo di Israele ai siti nucleari iraniani viene ormai dato per scontato. Se proviamo a inseguire la ridda di notizie riportate dalla grande stampa internazionale – analizzarle tutte è impossibile – ci accorgiamo che il quesito ormai non è più il “se”, ma il “quando”, con quali risultati e con quali conseguenze. Se tutti sono concordi nell’affermare che accadrà entro l’anno, i più spregiudicati si spingono addirittura a prevederne la data, che verosimilmente cadrebbe tra la primavera e l’estate. Nessun dubbio.

Gli opinionisti semmai disquisiscono sull’utilità o meno di una simile avventura e sulla sua pericolosità, non sulla sua eventualità. Non è la prima volta che se ne parla, ma oggi i media sembra si stiano lasciando prendere da una sorta di isteria collettiva che non ha precedenti. È pericolosissimo, perché si rischia di creare una “sindrome da attacco” che non agevola la razionalità delle decisioni, ma anzi le incanala verso una direzione dalla quale potrebbe poi risultare difficile deviare. Specie quando il clima è di tipo “elettorale”, così com’è in Iran, negli Stati Uniti ed anche in Israele.

Schiaffo all’Aiea
Poiché nulla nasce dal nulla, tutto ciò ha naturalmente alcune giustificazioni e viene alimentato dalle dichiarazioni e dai comportamenti dei diretti interessati. A volte, ad esempio, ci può essere qualche dubbio sulle reali intenzioni degli Ayatollah – cui al pari di altri viene riconosciuto il diritto di procurarsi fonti energetiche nucleari – di arrivare necessariamente anche alla disponibilità dell’ordigno. Secondo i soliti informati, la quantità di materiale arricchito sinora già predisposto rappresenterebbe un potenziale sufficiente a costruire almeno quattro bombe, ed è per questo che l’attacco sarebbe ormai urgente, se non tardivo.

Gli iraniani ovviamente negano, ma poi rendono l’ipotesi credibile quando – è accaduto nei giorni scorsi dopo promesse solenni – vietano ai tecnici dell’Agenzia ispettiva dell’Onu (Aiea) l’accesso al sito militare di Parchin, nei pressi di Teheran. È a questo punto che i toni sono diventati più bellicosi ed i venti di guerra si sono rafforzati. Sono questi gli atteggiamenti che fanno inasprire Israele e rendono nervosi sia l’esecutivo di Barack Obama, che teme di rimanere coinvolto in un conflitto prima delle elezioni, sia la controparte repubblicana, che in maggioranza propende per un attacco immediato. Magari, con il coinvolgimento degli stati europei più inclini all’azione militare, come Francia e Gran Bretagna.

Se l’Aiea, ritirandosi in buon ordine dopo lo schiaffo, afferma sdegnatamente che, in fondo, “…l’Iran fa ancora affidamento su tecnologie superate che non consentiranno di andare né molto lontano , né molto in fretta”, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, in procinto di incontrare il presidente Usa alla Casa Bianca, non esclude l’attacco preventivo, stimando che “… oggi le conseguenze di una reazione iraniana all’attacco sono certamente meglio accettabili di un futuro con l’Iran in possesso dell’ordigno nucleare”. E, visto che effettivamente è quest’ultimo a minacciare la distruzione di Israele e non il contrario, la sue parole severe non possono non trovare credito nel grande pubblico.

Scuole di pensiero
Il dibattito, a questo punto, è già passato dalla valutazione del “se” a quella del “come, quando e con quali conseguenze”. Vediamo i principali filoni di pensiero, che sono tutt’altro che omogenei. C’è solo una costante, con molte variabili. La costante è la ferma volontà del presidente iraniano Ahmadinejad di entrare in possesso dell’ordigno nucleare. Ma è un isolato, e non tutti gli Ayatollah che contano condividono questa linea. Le altre sono tutte variabili. Lo scopo dichiarato (distruggere Israele) è piuttosto impegnativo e potrebbe essere falso. Quello vero, più realisticamente, è ottenere il riconoscimento dell’egemonia di Teheran sulla regione, e questo non piace a nessuno. Forse alla Siria di oggi, ma non certamente a quella sunnita di domani.

Sicuramente non piace nemmeno all’Arabia Saudita ed ai paesi del Golfo, per ovvie ragioni. Né può piacere alla Turchia di Erdogan, che con ogni probabilità nutre le stesse ambizioni. Dell’America di Barack Obama abbiamo già parlato. In questo momento vede con favore qualsiasi soluzione che non sia una nuova guerra, e in alcuni ambienti liberaldemocratici già si inizia a convivere con l’idea di un Iran nuclearmente armato. Oppure a fare all’Iran delle concessioni – come l’acquiescenza all’egemonia regionale – che renderebbe inutile per Teheran la disponibilità della bomba. Ipotesi che però inimicherebbe a Obama i paesi arabi sunniti, a partire da Turchia e Israele e che, all’interno, potrebbe accrescere il consenso dei repubblicani in vista di elezioni già rese difficili dalla crisi economica.

Situazione di forte preoccupazione, dunque, per l’amministrazione in carica, che renderebbe ipotizzabile uno scenario in cui gli Stati Uniti fornirebbero a Israele una sorta di collaborazione passiva (deterrenza, logistica, intelligence, ecc.), mentre l’Aviazione israeliana procederebbe con il tentativo di neutralizzazione almeno parziale dei siti – con ondate successive ha la capacità di farlo – ritardando i programmi di Ahmadinejad almeno di qualche anno. Sarebbe interessante sentire cosa si diranno davvero la settimana prossima Obama e Netanyahu, al di là del comunicato ufficiale.

Secondo la maggior parte degli analisti la reazione di Teheran sarebbe certa, ma non di imponenza tale da costringere all’azione gli Stati Uniti, cui si unirebbero i paesi del Golfo e i “soliti noti” europei, né così severa verso Israele da costringere Gerusalemme a usare l’arma nucleare. Scenario parziale, ma troppo rischioso per tutti, Ahmadinejad e Ayatollah compresi. In ogni caso Israele, disposta persino ad incassare qualche colpo, alla distanza otterrebbe un’importante vittoria strategica. Va sempre ricordato che, a differenza di tutti gli altri, gli israeliani combattono per la sopravvivenza dello Stato.

Niente pace e niente guerra
Non è affatto detto che questa guerra ci debba per forza essere e, qualora ci fosse, debba necessariamente portare all’incendio di tutta la regione. Ahmadinejad è certamente abile, ma il suo progressivo isolamento sia interno che esterno potrebbe cambiare molte cose, ed anche in modo improvviso. Certo, non sono le elezioni parlamentari di questi giorni a cambiarle, in quanto – in assenza dei riformisti – sono caratterizzate solo da un duello tra conservatori. Israele è condannata a continuare a vivere in modo precario – almeno per quanto riguarda la propria sicurezza – ancora per molti anni. Ma non per sempre, e non saranno certo gli iraniani a comprometterne realmente la sopravvivenza.

Dobbiamo poi ricordare che il regime teocratico iraniano di oggi non può essere considerato né completamente dittatoriale né, tantomeno, democratico. Della democrazia riflette forse alcune forme e strutture, ma sopratutto i difetti. La lentezza del sistema decisionale è uno di questi, e la decisione di usare l’arma nucleare è tra le più gravi e complesse. Meglio mercanteggiare, come è nella natura degli iraniani. Lo hanno sempre fatto e certo lo continueranno a fare. La disponibilità vera o presunta della bomba serve soprattutto a questo. Sventolarla troppo, tuttavia, potrebbe significare il suicidio.

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