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Primarie repubblicane

Romney non sfonda

7 Mar 2012 - Alessandro Marrone - Alessandro Marrone

Il “Super Tuesday” delle primarie repubblicane ha visto la vittoria di Mitt Romney nella maggior parte degli stati al voto, ma anche il successo relativo di Rick Santorum che sembra aver sostituito Newt Gingrich come principale rappresentante della destra religiosa del partito repubblicano.

Vittoria mutilata
Romney ha vinto in sei dei dieci stati in cui ieri si sono tenute elezioni primarie o caucus. Il candidato mormone ha vinto con ampio margine nel Massachusetts, dove è stato governatore (72%), e nell’Idaho (70%), sulle Montagne rocciose con una forte presenza della comunità mormone, nel Vermont, Nord Est, più vicino politicamente e culturalmente a Romney che non ai suoi avversari, ma solo con il 40% dei voti rispetto al 25% di Ron Paul e al 24% di Santorum.

In Virginia, Romney ha vinto invece con il 60% dei voti perché né Santorum né Gingrich erano riusciti a raccogliere per tempo le firme necessarie per presentarsi alle primarie, che hanno visto Paul ottenere comunque un buon 40%. Il candidato favorito alla nomination repubblicana ha prevalso anche in Alaska, sebbene solo con il 32% dei voti. In Ohio, lo stato ritenuto un importante test in vista delle elezioni presidenziali perché tradizionalmente riflette l’orientamento medio dell’elettorato americano, Romney ha vinto di misura su Santorum, con il 38% dei voti rispetto al 37% del candidato di origini italiane.

Santorum, dal canto suo ha vinto in Tennessee (34%), Oklahoma (34%) e North Dakota (39,7%), stati nel Sud e nel Sud Ovest degli Stati Uniti dove è tradizionalmente più forte la destra religiosa del partito repubblicano. Infine, Gingrich ha vinto solamente in Georgia, con il 47% dei voti, stato del Sud dove è nato ed è vissuto per buona parte della sua vita.

Repubblicani spaccati
Romney ha dunque vinto sia in termini di stati (6 su 10), sia in termini di delegati che parteciperanno alla convenzione di Tampa che a fine agosto sceglierà il candidato repubblicano alla Casa Bianca: Romney conta ora su 347 delegati, contro i 148 di Santorum, gli 83 di Gingritch e i 46 di Paul. Allo stesso tempo, però, il candidato favorito (front runner) non è riuscito a conquistare la maggioranza del partito: in Ohio, Alaska e Vermont, Romney ha ottenuto solo il 30-40% dei voti, e negli stati dove ha perso ha avuto il sostegno solo del 24-28% del partito repubblicano.

Santorum è l’altro vincitore del Super Tuesday,non solo perché ha vinto in tre degli stati chiamati al voto, ma perché ha ottenuto buoni risultati in tutte le primarie o i caucus in cui era in corsa. Battendo quasi ovunque Gingrich, Santorum è emerso come il leader della destra religiosa del partito repubblicano, l’unico che ora sembra in grado di contendere la nomination a Romney – che rimane comunque di gran lunga favorito.

La spaccatura nel partito repubblicano non è stata sanata dalla presa di posizione sempre più netta dei vertici del partito a favore di Romney. Alla vigilia del voto anche il leader della maggioranza repubblicana alla Camera, Eric Cantor, aveva espresso il suo sostegno per il candidato mormone, ma ciò non è bastato a convincere la maggioranza della base del Grand Old Party che ha continuato a votare per i suoi avversari.

Né Romney ha mostrato finora quel carisma necessario a superare differenze sulle singole questioni politiche o diffidenze sulla sua persona, incluso il suo orientamento religioso. In assenza di forte disciplina di partito e di carisma personale da parte del front runner, è probabile che la spaccatura tra moderati e radicali protrarrà lo scontro tra Romney e Santorum fino a quando il primo non raggiungerà la maggioranza assoluta dei delegati alla convenzione repubblicana.

Tea Party in declino
In questo scenario è importante il ruolo che giocheranno Gingrich e Paul. Il primo fa riferimento allo stesso elettorato di Santorum, e data la crescita di quest’ultimo le sue chance sono sempre più scarse. È quindi probabile, prima o poi, un suo ritiro, che avvantaggerebbe Santorum lasciandolo unico rappresentante della destra religiosa repubblicana. Non è detto, tuttavia, che ciò avvenga nel breve periodo, anche perché l’elettorato di alcuni dei prossimi stati chiamati al voto – Alabama, Mississippi, Kansas – non è lontano dalle posizioni di Gingrich.

Paul, dal canto suo, non ha vinto in nessuno stato, ma ha ottenuto quasi ovunque buoni risultati, di gran lunga superiori alla sua performance nelle primarie del 2008. È questo uno dei pochi risultati politici ottenuti dal movimento dei Tea Party, in quanto le storiche posizioni libertarie di Paul, una sorta di Tea Partier ante-litteram, hanno attratto il consenso di una parte di elettori preoccupati dalla crescita del ruolo dello Stato nell’economia – e del debito pubblico – avvenuta durante la presidenza Obama.

Paul ha però ottenuto anche il consenso di elettori indipendenti, tra cui molti giovani, grazie alla sue aperture in tema di diritti civili – è un oppositore del Patriot Act di cui Obama ha deciso il rinnovo – e alla sua lontananza dalla destra religiosa. Non è escluso che, nel caso in cui il candidato repubblicano alla presidenza non riuscisse a riunire le varie anime del Grand Old Party, Paul decida di correre come indipendente alle prossime elezioni presidenziali.

Paul a parte, il Tea Party non ha influenzato finora in modo determinante le primarie repubblicane: i candidati più vicini al movimento, come Michelle Bachmann, sono usciti subito di scena, e l’appoggio fornito da personaggi come Sarah Palin a Gingrich in Alaska – dove la Palin è stata governatore – non gli ha impedito di arrivare ultimo con appena il 15% dei voti (contro il 32% di Romney, il 30% di Santorum e il 20% di Paul).

Lunga salita
La frattura tra Santorum e Romney si registra solo in parte sui temi economici, con Romney accusato dalla destra del partito di essere troppo vicino alle posizioni di Obama riguardo alla riforma sanitaria, mentre si gioca non poco sui temi etici. Romney è infatti percepito come voltagabbana e inaffidabile su un tema come quello dell’aborto, cui è stato favorevole fino a circa dieci anni fa, mentre Santorum si presenta con una posizione più intransigente sia su questo che su altri temi etici – a detta di Santorum, i suoi figli sono stati educati a casa invece che a scuola per assicurare loro una vera educazione cristiana.

Dopo il Super Tuesday, Romney si conferma il candidato favorito grazie alla migliore macchina organizzativa, alle maggiori risorse finanziarie, alla sua esperienza in campo economico e al fatto di essere considerato il candidato repubblicano di gran lunga più credibile per fronteggiare Barack Obama. Doti che gli permetteranno probabilmente di conquistare la nomination repubblicana, ma al termine di un percorso che sarà ancora lungo e accidentato.

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