IAI
Elezioni presidenziali

Resa dei conti nella Russia di Putin

3 Mar 2012 - Vanni Pettinà - Vanni Pettinà

Le manifestazioni che da dicembre ad oggi si sono susseguite in Russia contro la “bonapartizzazione” del regime di Vladimir Putin possono considerarsi un successo, non solo per il numero dei partecipanti che vi hanno preso parte, ma anche per gli effetti politici che hanno innescato. Le decine di migliaia di russi scesi in piazza, sfidando per la prima volta apertamente il Cremlino, hanno riportato l’attenzione internazionale sul problema del crescente autoritarismo in Russia e, forse, hanno anche ricordato a Putin che esistono dei limiti oggettivi alla sua spregiudicatezza.

Proteste montanti
Dopo aver definito i primi timidi manifestanti che protestavano contro i brogli delle elezioni della Duma tenutesi a dicembre, “scimmie del Libro della Giungla” di Kipling, il leader di Russia Unita è stato obbligato a fare un passo indietro dal carattere montante delle proteste. Mentre il presidente Medvedev, la faccia più liberale (difficile dire se per convinzione o convenienza) del Cremlino annunciava cambi in senso democratico, arrivando a incontrarsi con alcuni leader delle opposizioni per stilare un calendario delle possibili riforme, Putin dichiarava che alle prossime elezioni le cabine elettorali sarebbero state dotate di telecamere anti-frode.

Un altro segnale importante che testimonia come probabilmente la percezione dell’élite politica rispetto alle proteste sia cambiata, viene anche dal riposizionamento durante gli ultimi mesi della Chiesa ortodossa russa del Patriarcato di Mosca, da sempre fedele alleata degli inquilini del Cremlino e voce influente nella società del paese. Dopo una prima, prevedibile, condanna delle manifestazioni, la faccia pubblica della Chiesa ortodossa, l’Arciprete di Mosca Vsevolod Chaplin, dichiarava che i leader politici rischiavano “d’esser mangiati vivi” se non si fossero dimostrati capaci d’ascoltare la voce dei manifestanti.

Questi segnali mostrano che le manifestazioni hanno avuto un effetto immediato sulla classe politica del paese. Il fatto, inoltre, che una parte importante della società russa sembri aver rotto quel vincolo di paura che ne aveva determinato la passività negli anni passati, significa che l’onda di protesta potrebbe essere destinata a crescere e, dunque, a giocare un ruolo importante nel futuro immediato.

Difficile convivenza
Diciamo, “potrebbe”, perché nonostante i successi fin qui raccolti il movimento si scontra con una montagna di problemi. In primo luogo, le manifestazioni non sono espressione di un movimento omogeneo, dato che ai cortei di dicembre hanno partecipato almeno tre settori d’opposizione molto lontani l’uno dall’altro sia per posizione ideologica, sia per cultura politica. Da un lato, si trova il Partito Comunista della Federazione Russa, il Kprf di Gennady Zyuganov, che alle ultime elezioni della Duma ha riportato successi in molti centri urbani di piccole e medie dimensioni del paese, e che rivendica la restaurazione di uno stato socialista in Russia. I comunisti però appaiono quasi come una caricatura brezneviana e non hanno, di fatto, né il consenso né la capacità di proporsi come una forza alternativa al regime di Putin.

Dall’altra parte vi è un’ampia galassia di partiti e gruppuscoli nazionalisti-radicali come il Partito Liberal Democratico di Vladimir Zhirinovsky o l’Unione Slava di Dimitry Demushkin. Le posizioni dei nazionalisti spaziano dall’antisemitismo, all’opposizione all’immigrazione caucasica e centro-asiatica verso i grandi centri urbani del paese, cresciuta enormemente negli ultimi anni, fino alla nostalgia per la grandeur imperiale della Russia zarista. Alcuni gruppi hanno anche manifestato posizioni filo-naziste, un fatto davvero paradossale per un paese che ha pagato l’espansionismo della Germania di Hitler con 28 milioni di morti. In realtà, questi gruppi non sembrano esser poi così numerosi, ma l’ aggressività ne ha accentuato indubbiamente la visibilità rispetto ad altre componenti del movimento.

Vi è poi un settore “liberale” composto in maggioranza da studenti, giovani professionisti e da quella che si può ancor oggi definire a buon titolo l’intellighenzia russa (scrittori, musicisti, attori, professori d’università, ricercatori ed intellettuali a vario titolo). Il settore “liberale” potrebbe definirsi come un centro-sinistra, con tendenze socialdemocratiche, di tipo europeo. Secondo i rilevamenti dell’istituto demoscopico Levada, questo gruppo rappresenterebbe la maggioranza dei manifestanti scesi in piazza da dicembre ad oggi.

In cerca di leadership
È dunque difficile prevedere in che modo nostalgici e nazionalisti potranno convivere con quella che è l’anima liberale della protesta. Sarebbe certamente auspicabile che il settore liberale assumesse la leadership del movimento, ma per ora i liberali non hanno un partito di riferimento vero e proprio. Negli ultimi anni, una parte della classe media ha dimostrato una certa simpatia per Iabloko (il Partito della Mela, in russo яблоко) fondato nel 1993 sulla base di un programma di tipo liberal-democratico e che si è da sempre opposto a Putin e a Russia Unita.

Iabloko non sembra però capace di intercettare tutta la gamma del dissenso liberale anche perché, dal 93 a oggi, scelte come quella d’appoggiare la guerra in Cecenia gli hanno alienato una parte dei consensi, soprattutto dei giovani che si oppongono all’idea di un revanchismo imperiale russo. Insomma, Difficile dunque che Iabloko possa andare molto oltre all’appoggio dell’intellighenzia dei grandi centri urbani.

L’organizzazione orizzontale del movimento, che sembra davvero esser basata sull’utilizzo di social network come Vkontakti (il facebook russo), Twitter o Live Journal, ne ha favorito fino ad ora la mobilità e l’imprevedibilità. Ciò nonostante, la mancanza di un punto di riferimento politico strutturato potrebbe rendere difficile, nel futuro, la traduzione del dissenso liberale in un’attività politica efficace e, alla lunga, potrebbe logorare questa parte cruciale del movimento, disperdendone le energie e i consensi a favore di altri gruppi.

Infine, anche ammettendo che i settori più “avanzati” della protesta riescano a organizzarsi e a stabilire un qualche tipo di egemonia politica, rimane il problema della relazione tra il movimento e la Russia profonda, quella delle province, lontana dai centri urbani maggiori e che fino ad ora ha appoggiato in massa Putin e Russia Unita. Qui la propaganda delle televisioni di stato e, diciamolo, anche la paura di un ritorno all’instabilità degli anni novanta sembra essere più forte che il richiamo ad una nuova stagione di rinnovamento democratico. La Russia del 2012 è infatti cambiata enormemente rispetto a quella del XIX secolo.

Ciò nonostante, ancora oggi sembra esistere e a tratti riemergere quella dialettica problematica tipica della fine dell’ottocento ed i primi due decenni del XX secolo, tra un’élite intellettuale urbana e cosmopolita determinata a riformare le strutture politiche del paese e una massa più statica, concentrata al di fuori di Mosca, San Pietroburgo e Novosibirsk, depressa socialmente e più interessata alla sopravvivenza materiale che alle riforme. È probabile, ma non sicuro, che se il movimento prevalesse nei grandi centri urbani, le province finirebbero per adeguarsi e seguire il corso degli eventi. Probabile, appunto. Ma niente affatto sicuro.

.