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Super Martedì

Repubblicani alla scelta finale

3 Mar 2012 - Giampiero Gramaglia - Giampiero Gramaglia

Martedì 6 marzo, otto mesi esatti all’Election Day del 6 novembre: è il ‘Super-Martedì’ di queste primarie repubblicane 2012. Si vota in dieci Stati e ci sono in palio 419 delegati; con quelli dello Stato di Washington e del Wyoming, che si pronunciano subito prima e subito dopo, fanno oltre 470, cioè quasi la metà del 1.143 necessari per garantirsi la nomination alla convention di Tampa di fine agosto (dal 27 al 31). Molti, dunque, vanno in giro dicendo, e scrivendo, che il Super-Martedì è decisivo nella scelta del candidato repubblicano alla Casa Bianca.

Non è così. È probabilmente decisivo per Newt Gingrich, che affida agli Stati del Sud le speranze di rilancio d’una campagna finora poco efficace; ma non lo è per dirimere lo scontro tra il moderato Mitt Romney e il campione ultra-conservatore, Rick Santorum, come oggi pare, o ‘zombi’ Gingrich. Quanto a Ron Paul, lui, libertario, sa benissimo che non vincerà, ma tutti sanno altrettanto bene che resterà in corsa fino in fondo: il gusto di esserci e di dire la sua (e, magari, d’essere decisivo con i suoi delegati per fare pendere la bilancia alla convention da una parte o dall’altra).

Destinazione Ohio
Certo, vincendo di misura nel Michigan e con agio in Arizona, dove, tra l’altro, ha intascato tutti i delegati, Romney, martedì scorso, il 28 febbraio, ha tirato un sospiro di sollievo, ha arginato la valanga Santorum ed è ripartito: se non proprio sgommando, con una bella accelerata. Adesso, dopo 10 Stati validi, Romney ha 6 vittorie – New Hampshire, Florida, Nevada, Maine, Michigan e Arizona-; Santorum ne ha 3 – Iowa, Colorado e Minnesota, più il Missouri, un test senza posta in gioco – e Gingrich è fermo alla South Carolina. Fronte delegati, Romney è oltre 170, mentre Santorum ne ha meno della metà e Gingrìch e Paul sono fermi rispettivamente a 32 e a 19.

Il 6 marzo, si vota in Alaska (24 delegati), Georgia (76), Idaho (32), Massachusetts (38), North Dakota (28), Oklahoma (40), Ohio (63), Tennessee (55), Vermont (17) e Virginia (46). Fanno 419 delegati, cui bisogna aggiungere i 40 dello Stato di Washington, dove i caucuses si tengono sabato 3 marzo, e i 12 del Wyoming, dove assemblee locali sono previste per tutta la prossima settimana.

Dei prossimi Stati in palio, Romney dovrebbe conquistare Massachusetts, dov’è stato governatore, e Vermont, dove, però, potrebbe avere una chance Paul; Gingrich dovrebbe vincere in Georgia, il suo Stato, e punta pure su Tennessee e Oklahoma, mentre ha un handicap in Virginia (il suo nome non è sulle schede per questioni procedurali). Ma lo Stato dove tutti si danno battaglia è l’Ohio, che spesso detiene le chiavi della Casa Bianca.

Yes we can
Previsioni da prendere con prudenza. I risultati delle primarie del 28 confermano la volatilità dei sondaggi, in questa campagna. Nel Michigan, Santorum era stato dato vincente fin quasi all’ultimo: Romney ha chiuso al 41%, il rivale al 38%. In Arizona, si parlava di testa a testa: Romney ha fatto il 43%, Santorum il 28%. Con la doppietta, Romney torna a essere il favorito, oltre che il battistrada. Gingrich e Paul non hanno speso soldi in questi due Stati: sono finiti ciascuno una volta terzo e una volta ultimo.

L’ex governatore del Massachusetts, alla festa della vittoria nel Michigan, lo Stato dov’è nato e dove suo padre era stato governatore – perdere lì, sarebbe stato proprio una scoppola -, non se l’è più presa con i rivali repubblicani, ma ha attaccato direttamente Barack Obama, parlando già da sfidante: “La sua presidenza – ha detto – è un fallimento: ci porta al declino e non potremmo sopportare una sua rielezione”. Rubandogli lo slogan del 2008, Romney dice ai suoi fans “Yes, we can: lo rimanderemo a casa”.

Pure l’ex senatore della Pennsylvania, Santorum, s’è detto, con meno baldanza, soddisfatto: ha perso, ma – ha notato – giocava in trasferta. Pare che molti democratici abbiano partecipato, come è lecito, alla scelta repubblicana e abbiano proprio votato l’integralista cattolico, ritenendo l’italo-americano un rivale più facile da battere di Romney alle presidenziali. Il milionario mormone ha più soldi da spendere dei suoi antagonisti e godrebbe, contro Obama, del sostegno economico di grandi aziende e della finanza. A livello mediatico, invece, Santorum è messo meglio: ha dalla sua il magnate dell’editoria Rupert Murdoch, mentre si può prevedere che le maggiori testate Usa, New York Times, Washington Post, Los Angeles Times, daranno il loro ‘endorsement’ a Obama.

Dovesse andare proprio male anche il 6 marzo, è probabile che Gingrich si faccia da parte. E così il campo ultra-conservatore e religioso, oltre che quello populista e qualunquista del Tea Party, si troverebbero riuniti sotto le bandiere di Santorum, che diventerebbe, quindi, ancora più pericoloso per Romney. E pure per il partito repubblicano, che, se dovesse affidargli la nomination, si condannerebbe a priori alla sconfitta il 6 novembre.

I ricchi e le donne
Nel Michigan, Romney la scampa con il voto di chi guadagna bene e Santorum gli resta in scia con il voto dei poveri. I dati della Cnn scompongono i suffragi per fascia di reddito: il mormone ha i favori di chi guadagna dai 50 mila dollari all’anno in su; il cattolico di chi sta sotto tale soglia. Ora, i repubblicani che guadagnano meno di 50mila dollari l’anno sono relativamente pochi, un terzo circa dei votanti; ma se quella fascia ti vota contro nell’Election Day, i Paperoni non bastano a portarti alla Casa Bianca.

Invece, le donne americane stanno con Santorum. Beh, non esageriamo: le donne repubblicane; anzi, le donne conservatrici. La cerchia sarà limitata, ma le posizioni sull’aborto, la contraccezione, la famiglia dell’avvocato di Pittsburgh gli valgono il sostegno dell’America al femminile timorata di dio. Le stesse posizioni che preoccupano l’establishment repubblicano, convinto che l’estremismo religioso dell’ex senatore azzeri le speranze di successo del partito alle presidenziali, se lui fosse il candidato.

Un sondaggio di Washington Post e Abc indica che l’ascesa di Santorum fra le donne è più marcata che sull’insieme dell’elettorato. I giudizi positivi delle repubblicane su Santorum e su Romney sono praticamente equivalenti, ma l’ex governatore del Massachusetts ha un fardello di giudizi negativi quasi doppio dell’ex senatore.

Le gaffes di Santorum
Sarà anche vero che Rick punta alla nomination repubblicana “per volere di Dio”, come dice la moglie Karen, una ‘irlandese’ non meno religiosa del marito ‘italiano’. Ma l’appoggio altolocato non ha però evitato all’ ‘avvocato col gilet’ i primi passi falsi della sua campagna: se l’è presa con il presidente Obama, che s’è scusato per i Corano bruciati dai soldati americani in Afghanistan, sostenendo che, a scusarsi, avrebbero dovuto essere gli afghani, per avere reagito con violenze e ammazzamenti alla profanazione di quei libri per loro sacri.

Le dichiarazioni di Santorum ‘stile crociato’, sia pure col gilet al posto della cotta, hanno portato, per un attimo, la politica estera nel dibattito elettorale, che è invece dominato dall’economia. Ma l’ex senatore, andato un po’ fuori misura, se l’è pure presa con l’Università, un covo di gente di sinistra, e con un’icona Usa come John F. Kennedy. Risultato, ha perso colpi nei sondaggi e ha perso il Michigan.

La ‘maledizione’ del Secret Service
Poi, c’è la ‘maledizione’ del Secret Service: appena l’agenzia di sicurezza che protegge il presidente accorda, in via precauzionale, la sua tutela a un candidato alla nomination, quello rallenta. Successe al pizzaiolo nero Herman Cain, finito fuori prima di cominciare – molestie sessuali il suo tallone d’Achille; è successo a Romney, ‘insignito’ della protezione dopo il trionfo nelle primarie in Florida, ma da allora quasi arenatosi; e sembra ora toccare a Santorum, da fine febbraio sotto l’egida degli agenti federali.

O, magari, il Secret Service non c’entra niente: i candidati alla nomination repubblicana mancano di smalto e lo si vede. Risultato: i repubblicani navigano nell’incertezza e Obama se la ride. Se i sondaggi conservatori danno il presidente uscente al punto più basso della sua popolarità nell’ultimo mese e testa a testa in un confronto con Romney, Santorum e persino Paul – solo Gingrich sarebbe battuto con margine superiore all’errore statistico – un rilevamento nazionale di Politico.com e Washington University, più equilibrato, dice che Obama manco vedrebbe Romney e Santorum: chiuderebbe la partita con oltre 10 punti di vantaggio. E anche se i repubblicani tirassero fuori dal cilindro un candidato a sorpresa, Obama batterebbe a mani basse il nuovo venuto, quale che esso sia.

Il vero segnale che Santorum fa paura, a Romney, a Gingrich, e pure a tutti i repubblicani con un po’ di sale in zucca, è il proliferare di illazioni, sui blog della politica americana, su una convention aperta: se, cioè, si giungesse a Tampa senza la maggioranza dei delegati già assegnata a un candidato, potrebbero saltare fuori outsiders dell’ultima ora: fra i nomi che circolano, Jeb Bush, figlio e fratello di presidente, ex governatore della Florida, Mitch Daniels, governatore dell’Indiana, o ancora Chris Christie, governatore del New Jersey; ma, attenzione!, a quel punto potrebbe pure tornare in scena Sarah Palin, che, forse non a caso, è l’unica a sostenere che questa corsa senza un vero leader è quello che ci vuole.

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