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Italia

‘Poteri speciali’ per la tutela degli interessi nazionali

14 Mar 2012 - Michele Nones - Michele Nones

Il governo ha recentemente approvato una normativa fortemente innovativa sul controllo delle attività strategiche in Italia. Si viene così a colmare un vuoto e un ritardo rispetto agli altri grandi paesi europei, evitando che il paese continui ad essere un supermarket dove chiunque può entrare e comperare ciò che vuole. D’ora in poi gli acquisti, laddove coinvolgano attività strategiche, saranno monitorati e sottoposti ad una valutazione di compatibilità con gli interessi nazionali.

Con questo provvedimento si è cercato di trovare un punto di equilibrio fra la tutela di tali interessi e il mantenimento di un mercato aperto che favorisca l’internazionalizzazione e, quindi, il rafforzamento delle imprese.

Attività strategiche
Fra gli elementi nuovi vi è, innanzi tutto, una differenziazione fra i settori della difesa e della sicurezza e gli altri settori ritenuti strategicamente rilevanti: energia, trasporti e comunicazioni. I primi due sono, infatti, particolarmente “sensibili”, ma la novità è che sono stati “accorpati”, riconoscendo il loro legame strutturale. Questo è ormai accettato in molti altri campi, come la normativa sugli acquisti o il supporto alla ricerca. Lo è anche in campo economico e industriale, dove si aggiunge l’aerospazio, dal momento che molte sue attività sono orientate e legate a difesa e sicurezza.

Le attività strategiche nel campo della difesa e sicurezza saranno d’ora in poi monitorate al fine di assicurare il mantenimento delle nostre capacità tecnologiche e industriali al servizio delle Forze armate e di polizia e di quelle dei nostri partner ed alleati. Non si possono, infatti, rischiare conseguenze negative nel campo della sicurezza degli approvvigionamenti, della sicurezza delle informazioni, dei trasferimenti tecnologici, del proseguimento delle ricerche, del supporto logistico, ecc.

La nuova normativa ruota attorno all’identificazione delle attività strategiche, e in particolare di quelle “chiave”: saranno i ministeri della difesa e dell’interno a definirle di concerto con le altre amministrazioni interessate (esteri, sviluppo economico ed economia e finanze). Tutte le attività così identificate rientreranno nell’area del monitoraggio che potrà, quindi, essere ampia. Ma la soglia di attenzione dovrà essere particolarmente alta soprattutto per quelle “chiave”, per le quali si potrà arrivare ai livelli di massima tutela.

Questo approccio flessibile consentirà, inoltre, di aggiornare l’area di applicazione del monitoraggio per tener conto dell’evoluzione tecnologica e industriale, oltre che del quadro geo-strategico, e di far tesoro dell’esperienza che via via potrà essere accumulata su un terreno ancora inesplorato non solo in Italia, ma anche in Europa (a parte qualche singola e parziale esperienza che, però, è legata ad uno scenario nel frattempo radicalmente mutato).

Libera circolazione
Il previsto controllo non è né anti-europeo, né anti-straniero, tanto è vero che riguarderà anche gli investimenti italiani. L’attenzione non è, infatti, rivolta tanto a chi investe, quanto all’oggetto dell’investimento. In questo modo si è offerta una soluzione originale al problema della compatibilità della normativa col principio della libera circolazione dei capitali, elemento portante della costruzione di un mercato comune europeo.

Altra novità è l’aver graduato il possibile intervento dello Stato. Quest’ultimo, infatti, non è solo titolato ad autorizzare o meno l’acquisizione, ma può anche fissare apposite regole di comportamento per l’investitore e per l’impresa.

Insieme, lo Stato ha anche il potere di revocare eventuali decisioni assunte dalla società interessata che dovessero risultare dannose per gli interessi nazionali, come, ad esempio, quelle che fossero prese in contrasto con gli impegni assunti al momento dell’investimento.

Lo Stato italiano avrà, quindi, più armi di difesa e sarà, di conseguenza, più credibile. Avere solo il potere di opposizione sarebbe, invece, come possedere solo la bomba atomica per difendersi: il potere deterrente sarebbe di fatto nullo perché non si potrebbe mai attuare alcuna “escalation” e, alla fine, sarebbe probabilmente troppo tardi per poterla utilizzare.

Nella maggior parte dei casi, soprattutto quando fossero coinvolti investitori “affidabili” localizzati in paesi altrettanto “affidabili”, sarà difficile opporsi all’acquisizione, ma si potranno applicare le “misure speciali” previste dalla nuova normativa e tutelare adeguatamente gli interessi nazionali.

Non sarà facile perché l’approccio giuridico-amministrativo italiano è, in generale, molto formalista e legato a modelli precostituiti. In questo caso, invece, bisognerà sviluppare una capacità di analisi e di definizione di regole tagliate per lo specifico caso e mettersi in condizioni di farlo nel giro di alcune settimane per non provocare effetti negativi sul mercato.

Limitarsi ad approvare o respingere un’acquisizione sarebbe molto più semplice, ma la crescente complessità del mercato non lo consente più.

L’Italia propone, così, una soluzione che potrebbe diventare un modello di riferimento per tutta l’Unione europea. È, infatti, evidente che il processo di concentrazione industriale con la formazione di società transnazionali richiede una progressiva omogeneizzazione delle regole a livello europeo. Man mano che il mercato europeo si integrerà, è su questa frontiera che bisognerà lavorare.

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