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Presidenziali Usa

La politica estera di Mitt Romney

22 Mar 2012 - Riccardo Cursi - Riccardo Cursi

L’ingresso nella sala ovale è, per i presidenti statunitensi, il primo impatto con la realtà. Le promesse della campagna elettorale si scontrano con i fatti e diversi fattori legano le mani agli inquilini della Casa Bianca. Gli interessi nazionali di lungo periodo di una superpotenza spesso superano le divergenze tra repubblicani e democratici.

Ci sono, poi, i limiti strutturali: gli altri stati, il loro potere relativo rispetto agli Stati Uniti e i loro trend di crescita o decrescita. Infine, l’agenda di politica estera può essere rivoluzionata da un evento imprevisto, come accadde a George W. Bush con l’11 settembre. Se il Partito democratico punterà alla rielezione di Barack Obama, il favorito tra i repubblicani sembra essere Mitt Romney, anche se la vittoria nel Super Tuesday del 6 marzo non è stata tale da garantirgli ancora la certezza della nomination.

Mormone, imprenditore, sulle questioni di politica interna Romney è generalmente considerato un moderato. In particolare, in qualità di governatore di uno degli stati più progressisti del suo paese (il Massachusetts, dal 2003 al 2007, ndr), ha messo la propria firma su una riforma del sistema sanitario non troppo dissimile da quella che Obama ha approvato a livello federale. Per quanto riguarda la politica estera, invece, Romney ha scelto una linea più aggressiva, figlia di un gruppo di consiglieri molto vicini alle posizioni dei neoconservatori, già influenti negli anni dell’amministrazione di George W. Bush.

Pronti per la Casa Bianca
La prima importante differenza tra Romney e gli altri candidati repubblicani riguarda il team di esperti di cui si è circondato. Favorito nei sondaggi già alla vigilia delle primarie, ha scelto di pianificare la propria campagna elettorale in grande stile, assumendo una squadra di consiglieri ampia e articolata, pronta per andare al potere.

Il Foreign Policy and National Security Advisory Team include 24 special advisers, ai quali sono da aggiungere gli altri collaboratori, divisi in 13 working groups destinati a elaborare proposte sulle varie questioni di politica estera. Tra i nomi di spicco c’è quello del saggista Robert Kagan, tra i più noti intellettuali neoconservatori, diventato famoso negli anni di Bush per la sua tesi sugli europei che vengono da Venere e gli americani da Marte, (Of Paradise and Power, fortunato pamphlet del 2003). Ci sono James Talent, una lunga esperienza nella Commissione sulle Forze armate del Senato, l’ambasciatore Eric Edelman e Dov Zakheim, già consigliere di Bush.

Il nome più importante è, comunque, quello di Eliot Cohen. Già consigliere do Condoleezza Rice al Dipartimento di Stato tra il 2007 e il 2009, Cohen è l’intellettuale neoconservatore più noto negli ambienti accademici. Esperto di storia militare, dirige il dipartimento di studi strategici della Sais, la scuola di relazioni internazionali della Johns Hopkins University. Convinto sostenitore dell’intervento militare in Iraq, di recente Cohen si è espresso a favore di un cambio di regime in Iran.

Quattro principi
Proprio Cohen, del resto, sembra il principale ispiratore del manifesto di politica estera pubblicato dalla campagna di Romney, An American Century. A Strategy to Secure America’s Enduring Interests and Ideals, che si basa su quattro principi: la chiarezza degli interessi da perseguire; l’aspirazione ad un sistema internazionale congeniale alle istituzioni liberali, al libero mercato, alla democrazia e al rispetto dei diritti umani; la volontà di agire preventivamente per evitare che situazioni di crisi sfocino in aperti conflitti; e la leadership nelle alleanze e nelle organizzazioni internazionali.

Romney e i suoi consiglieri riconoscono che, al di là dei principi, solo attraverso il potere gli Stati Uniti potranno garantire la propria sicurezza, e criticano Obama per averne eroso le tre componenti fondamentali: il sistema di valori, l’economia e lo strumento militare. L’amministrazione democratica in carica, sostengono, avrebbe accettato come inesorabile il declino della superpotenza statunitense e l’emergere di nuovi poli nel sistema internazionale. Le sue politiche economiche non sarebbero in grado di favorire la ripresa e i tagli al Pentagono avrebbero indebolito il paese.

Pacifico e Medioriente
La risposta del candidato repubblicano è invece basata su un incremento delle spese per la difesa volte a perseguire una politica più aggressiva soprattutto nei teatri strategicamente più rilevanti, dal Pacifico al Golfo Persico. Notevole attenzione viene attribuita alla capacità di proiezione navale: la marina statunitense dispone attualmente di 284 navi, il numero più basso dal 1916. Se gli Stati Uniti vogliono mantenere la supremazia negli oceani, per Romney ne servono almeno 40 in più, minimo indispensabile per contenere la crescente influenza della Cina nel Pacifico.

L’altra regione chiave per Romney è il Medioriente, dove il sostegno alle transizioni democratiche in corso in Egitto, Tunisia e Libia vanno affiancate al rilancio della partnership strategica con Israele, in aperto contrasto con la linea seguita dall’amministrazione Obama.

Ma al centro dei pensieri di Romney è soprattutto l’Iran e il suo programma nucleare, cui ha anche dedicato un editoriale sul Washington Post. La definizione dell’Iran come stato “malvagio”, lascia trasparire l’idea, cara a molti dei consiglieri di Romney, che la radice del problema sia nella natura stessa del regime degli Ayatollah.

La soluzione per contrastarne la minaccia sarebbe dunque in un mix tra un inasprimento delle sanzioni – Banca centrale iraniana, attività finanziarie e prodotti derivati dal petrolio – un attivo sostegno all’opposizione iraniana e un riposizionamento delle forze armate statunitensi nella regione: Romney afferma, infatti, di voler rendere regolare la presenza di portaerei della Marina americana sia nel Mediterraneo orientale che nel Golfo Persico.

Tra le altre proposte ci sono il rilancio del sistema di difesa anti-missili balistici, rallentato da Obama nel 2009 per distendere i rapporti con la Russia, la revisione del calendario per il ritiro di parte delle truppe dall’Afghanistan, la promozione di accordi di libero scambio con i paesi dell’America Latina e maggiori investimenti nella cyber security.

Necessità di scegliere
Nel complesso, il piano di Romney appare ambizioso, come si conviene a un manifesto finalizzato alla propaganda elettorale. Nel caso in cui l’ex governatore del Massachusetts dovesse divenire il nuovo inquilino della Casa Bianca, queste ambizioni verrebbero ridimensionate. Vengono annunciati investimenti volti a incrementare sia il soft power (offensiva diplomatica e sostegno all’opposizione iraniana) che l’hard power (sistemi d’arma) degli Stati Uniti, a fronte di una situazione economica che invece pone la riduzione della spesa pubblica in cima all’agenda nazionale.

L’amministrazione Obama ha pianificato tagli per 487 miliardi di dollari in dieci anni per il bilancio del Pentagono, ai quali si andranno ad aggiungere altri 500 miliardi che scatteranno automaticamente dal prossimo gennaio grazie al meccanismo della sequestration, a meno che il Congresso non trovi prima un accordo sulla riduzione del debito. Un’amministrazione Romney potrebbe cancellare parte di questi tagli, ma difficilmente potrebbe rilanciare un piano di nuovi investimenti a 360 gradi, dall’esercito all’aviazione, dalle navi da guerra alla difesa anti-missili balistici.

Anche sul piano strategico, Romney e i suoi consiglieri rinviano le scelte, senza stabilire una gerarchia di priorità tra le aree strategiche. C’è, infatti, l’auspicio di intensificare la proiezione sia in Medioriente che nel Pacifico. Così come la volontà di inasprire le sanzioni contro l’Iran e di portare avanti, al contempo, un piano di difesa anti missili balistici destinato a contrariare la Russia, senza il cui sostegno le sanzioni al regime di Teheran sono destinate a perdere parte della loro efficacia.

Insomma, si tratta di un progetto ambizioso, ma che forse manca di pragmatismo e non è sempre coerente. Il cambiamento della distribuzione del potere mondiale è sotto gli occhi di tutti, così come i problemi di bilancio degli Stati Uniti. Le possibilità di un’amministrazione repubblicana di segnare una netta discontinuità con le politiche di Obama saranno, probabilmente, più ridotte di quanto i toni della campagna elettorale non lascino pensare.

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