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Difesa

Una riforma necessaria

20 Feb 2012 - Vincenzo Camporini - Vincenzo Camporini

Con straordinaria, encomiabile prontezza e sollecitudine il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola ha predisposto un progetto di ristrutturazione delle Forze Armate di ampio respiro, che mira a una sostanziale riqualificazione della spesa, secondo criteri che si possono riassumere nell’espressione “oltre l’efficacia, verso l’efficienza”.

Le ripetute prove fornite dallo strumento militare italiano a partire dalla fine della guerra fredda, hanno infatti evidenziato una capacità operativa che ha favorevolmente colpito non solo i tecnici del settore, ma anche il grande pubblico, come è evidenziato dal grado di fiducia rilevato da tutti i sondaggi, anche quelli recentissimi: disponiamo quindi di uno strumento efficace, costituito da quadri preparati, motivati ed equipaggiato con mezzi allo stato dell’arte.

Risorse e capacità
Ma se si fa un’analisi dell’efficienza del sistema, cioè della sua capacità di sfruttare al meglio le risorse che il paese destina alla funzione difesa, il discorso si fa più complesso e le luci vengono spesso offuscate da ombre, anche pesanti.

Con le attuali disponibilità finanziarie è sicuramente possibile, infatti, ottenere capacità operative di livello, in qualità e quantità, ben più elevate di quelle realmente esprimibili al momento. Capacità, è bene sottolinearlo, che si sono ridotte nel tempo e in modo particolarmente significativo negli ultimi anni: vale la pena ricordare, a titolo di esempio, che soltanto nel 2003/2004 le nostre forze armate potevano sostenere due schieramenti maggiori fuori area in situazioni di conflitto ad intensità elevata (Iraq e Afghanistan) ed altri due di medie dimensioni in ambiente meno ostile (Kosovo e Bosnia), con un impegno che è arrivato fino a 12.500 unità di personale; oggi ne abbiamo poco più di 6.200 e non saremmo certo in grado di andare molto al di là di tale cifra.

Le ragioni stanno essenzialmente nei famigerati tagli lineari, che hanno penalizzato in modo francamente inaccettabile l’addestramento e l’efficienza tecnico-operativa delle diverse unità: se oggi non possiamo affrontare uno sforzo superiore a quello in atto non è perché non abbiamo uomini, ma perché non siamo stati in grado di assicurare loro un adeguato stato di prontezza.

La riforma Di Paola mira a correggere tale situazione, con la dovuta necessaria gradualità, riducendo i costi relativi al personale, cioè diminuendo i numeri, ma recuperando le risorse per incrementare il livello di disponibilità delle unità operative, grazie ad adeguati interventi di razionalizzazione delle strutture e di ribilanciamento degli investimenti.

Mantenendo come punti di riferimento irrinunciabili l’appartenenza attiva all’Alleanza Atlantica e la prospettiva, ahimè ancora lontana, di un’integrazione degli strumenti militari degli stati membri dell’Unione europea, il progetto delle forze armate italiane deve rispettare rigorosi parametri di livello tecnologico in modo da garantire la piena interoperabilità con gli alleati, in qualsiasi situazione operativa. Osservando, al riguardo, che l’instabilità geostrategica nell’area di interesse è tale da non poter escludere alcuna forma di intervento, anche quelle che la fine della guerra fredda ci aveva illuso di poter archiviare per sempre.

Su questi concetti la relazione del ministro Di Paola, resa in sede di Commissioni parlamentari difesa riunite, è stata chiara ed inequivocabile, anche se appare necessario ribadire con vigore un presupposto indispensabile: ogni euro che la Difesa riuscirà a recuperare dalla riforma dovrà essere mantenuto a disposizione della stessa Difesa per essere reinvestita sia nell’esercizio che nell’ammodernamento dei mezzi. Di Paola questo lo dice con chiarezza, ma il concetto è così essenziale da renderne opportuna la sottolineatura.

Peraltro l’attuale dotazione del Ministero per la funzione difesa (poco più dello 0,9% del Pil, anche tenendo conto dei contributi del Ministero dello sviluppo economico e delle risorse derivanti dai periodici decreti sulle missioni internazionali) è tale da non potere tollerare ulteriori riduzioni, anche e soprattutto in relazione a quanto fanno gli altri paesi di riferimento nell’Unione, il meno bellicoso dei quali, la Germania, spende l’1,1% del Pil.

Corretta evoluzione
Ancorché il progetto presentato alle Commissioni parlamentari Difesa sia stato elaborato in un’ottica riduttiva, lo strumento militare che ne emerge appare essere la corretta evoluzione della cosiddetta riforma dei vertici del 1997.

All’epoca innovativa e coraggiosa, la riforma venne sostanzialmente tradita dal successivo regolamento attuativo, il quale attenuò di molto la portata di integrazione interforze della legge, consentendo alle singole forze armate di mantenere un elevato grado di indipendenza, spesso utilizzato per mantenere in vita o addirittura creare strutture ridondanti, duplicazioni non necessarie, in aperto rifiuto allo spirito ‘joint’ voluto con forza dal ministro Andreatta e dal Capo di Stato Maggiore pro tempore, ammiraglio Venturoni.

Le riduzioni proposte da Di Paola saranno infatti possibili, senza incidere sulla carne viva dell’operatività solo se l’integrazione interforze verrà realizzata al massimo del suo potenziale, sia a livello formativo (è davvero impensabile l’unificazione delle Accademie, almeno dei primi due/tre anni?), sia a quello addestrativo, sia soprattutto a quello logistico, accorpando linee di rifornimento, magazzini, centri di manutenzione (si pensi al settore elicotteristico e a quello missilistico).

In quest’ottica l’acquisizione del Lightening II, il ben noto F35, costituisce una straordinaria opportunità: ne servirebbero effettivamente 131, mantenendo rigorosamente separate le flotte destinate all’Aeronautica e alla Marina, ma ne bastano poco più di 90, garantendo la medesima disponibilità operativa. A condizione, tuttavia, che la gestione venga unificata, sia dal punto di vista addestrativo che da quello logistico e manutentivo, con un unico centro che assicuri costantemente la disponibilità delle macchine necessarie per il gruppo di volo della portaerei e per i gruppi dell’Aeronautica.

Tutto questo, sia per l’aspetto della riduzione degli organici dei vari gradi e delle diverse categorie, sia per la riorganizzazione interforze delle funzioni, dovrà trovare ora concreta realizzazione in adeguati atti normativi: Di Paola ha preannunciato la prossima presentazione di una proposta di legge delega; dalla sua formulazione e dai suoi contenuti, nonché dall’accoglienza che troverà in Parlamento, si potrà capire con quanta determinazione il disegno verrà perseguito e quanto sarà possibile liberarlo dalle inevitabili pressioni di coloro che si oppongono al cambiamento.

Non sarà un percorso facile, perché molti sono gli interessi in gioco, anche di tipo personale. Ma tutti si devono convincere che non ci sono alternative: se non si avvia questo percorso con spirito costruttivo il futuro delle nostre forze armate si avvierà verso una progressiva marginalizzazione sia in ambito Atlantico che nel quadro europeo. E il nostro paese perderà uno straordinario strumento della propria politica estera, perdendo la capacità di dare il giusto contributo alla costruzione dell’Europa di domani.

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